Lo strano rapporto tra l’India e il calcio

Di Francesco Caremani
12 Agosto 2026
La Nazionale non si è qualificata, ma il Mondiale ha riportato il pallone al centro della vita pubblica. L’Indian Super League riparte e vuole trasformare l’amore per Messi e per le squadre europee in un movimento nazionale credibile
Tifosi indiani con la maglia dell'Argentina seguono su un maxischermo la finale del Mondiale per le strade di Kolkata, in India
Tifosi indiani con la maglia dell'Argentina seguono su un maxischermo la finale del Mondiale per le strade di Kolkata, in India (foto Ansa)

A Calcutta, durante la finale del Mondiale, tre uomini indossavano la stessa maglia: quella dell’Argentina, numero 10 sulle spalle. Lionel Messi davanti, l’India dietro. È una fotografia semplice del calcio in un Paese che ama profondamente il gioco, ma continua a viverlo soprattutto attraverso le imprese degli altri.

L’India non ha partecipato al Mondiale. Eppure lo ha seguito, discusso e consumato. Nemmeno gli orari poco favorevoli hanno impedito al torneo di entrare nelle case e nelle conversazioni. Per qualche settimana il calcio ha occupato uno spazio che nel Paese appartiene quasi interamente al cricket. Ora viene la parte difficile: evitare che quell’interesse si spenga con la fine della competizione e provare a trasferirlo sulle squadre locali.

L’Indian Super League ricomincia a settembre, ed è già una notizia

L’Indian Super League ricomincerà il 4 settembre. Il semplice rispetto della data costituisce già una notizia. La stagione precedente era partita con cinque mesi di ritardo, dopo la conclusione dell’accordo commerciale quindicennale tra la Federazione indiana e Reliance, e il mancato arrivo immediato di un nuovo partner. Alcuni club avevano sospeso le attività, diversi giocatori se ne erano andati e il campionato era stato ridotto a tredici giornate.

L’East Bengal lo ha vinto per differenza reti davanti al Mohun Bagan, riportando il titolo nella parte rossa e oro di Calcutta dopo ventidue anni. Ma la volata finale non ha cancellato la sensazione che l’intera struttura potesse cedere da un momento all’altro, con un torneo concluso soltanto a fine maggio, mentre la Federazione ha dovuto avviare nuove procedure per assegnare i diritti audiovisivi.

L’India del calcio cambierà soprattutto fuori dal campo

La stagione che sta per iniziare dovrebbe durare otto mesi e tornare a un calendario completo di ventisei partite, con gare di andata e ritorno. Ma il cambiamento più importante avverrà fuori dal campo. I quattordici club prenderanno direttamente il controllo dei diritti televisivi, delle sponsorizzazioni e del marketing della competizione; l’All India Football Federation conserverà invece le funzioni amministrative e di governo.

Non è una modifica burocratica. Significa spostare sui club la responsabilità di costruire e vendere il prodotto. Nel vecchio modello le società investivano nelle squadre, coprivano le perdite, ma avevano poco potere sul confezionamento commerciale del campionato. Adesso potranno decidere di più. E avranno meno alibi.

«Quando non spendi tutte le energie a spegnere gli incendi dell’incertezza amministrativa, puoi concentrarti sulla squadra, sull’esperienza dei tifosi e sulle partnership commerciali», ha spiegato Ravi Puskur, amministratore delegato dell’FC Goa, al Guardian. Il club ha vinto l’ultima Super Cup, la principale competizione nazionale a eliminazione diretta, e Puskur ha partecipato alla trattativa per il nuovo assetto.

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Da vetrina a sistema

Il punto è trasformare l’Indian Super League da vetrina a sistema. Quando nacque, nel 2014, il campionato partì con Nicolas Anelka, Alessandro Del Piero, Zico e Peter Reid. Erano nomi importati per accendere rapidamente l’interesse: stelle al tramonto, ma ancora capaci di riempire gli stadi e generare attenzione.

La formula funzionò sul piano dell’immagine. Molto meno su quello della continuità. I grandi nomi sono progressivamente scomparsi, il pubblico si è ridotto e i proprietari dei club si sono abituati alle perdite. Dodici anni dopo, la lega deve dimostrare di poter vivere senza dipendere dalla nostalgia dei campioni stranieri.

Per farlo servono tre cose poco spettacolari: un calendario affidabile, un’emittente stabile e giocatori indiani migliori. Sponsor, televisioni e tifosi investono quando sanno che le partite si disputeranno davvero e che il torneo non cambierà forma durante il percorso. La federazione ha già pubblicato la documentazione per l’assegnazione dei diritti della stagione 2026-27: il valore iniziale potrà essere modesto, ma conta soprattutto trovare un partner disposto a far crescere la competizione nel tempo.

Un bacino da ampliare

La seconda questione riguarda i vivai. La lega non può limitarsi a organizzare un campionato per le prime squadre dei quattordici club proprietari. Deve ampliare il bacino dei calciatori indiani formati e pronti per il professionismo, migliorare gli allenatori, rafforzare le accademie e dare continuità alla piramide nazionale. Le nuove regole prevedono anche promozione e retrocessione tra la massima serie e il secondo livello: un principio normale nel calcio europeo, meno scontato in una competizione nata con una logica vicina a quella delle franchigie statunitensi.

Poi c’è l’Asia. Un club indiano competitivo nelle coppe dell’AFC cambierebbe la percezione del campionato più di qualsiasi campagna pubblicitaria. Le competizioni continentali restano il luogo in cui le ambizioni domestiche vengono misurate contro sistemi più avanzati, dal Giappone alla Corea del Sud, dall’Arabia Saudita all’Australia. L’AFC ha già definito le partecipanti ai tre tornei maschili del 2026-27 e per l’India essere presente non basta più.

Un nuovo Messi indiano? Non basterebbe

Sullo sfondo rimane la domanda che il Mondiale ha reso inevitabile: perché un Paese con oltre un miliardo di abitanti non c’era?

La risposta più facile è cercare un nuovo Messi. Quella vera è costruire campi, allenatori, società, tornei giovanili e dirigenti credibili. La grandezza demografica non produce automaticamente talento sportivo. Il pubblico indiano esiste già, così come gli sponsor, le televisioni e la cultura dello sport professionistico. Lo dimostra ogni giorno il cricket.

Al calcio manca ancora il passaggio decisivo: trasformare l’ammirazione in appartenenza. Convincere chi indossa la maglia dell’Argentina, del Manchester United o del Real Madrid a preoccuparsi anche dell’East Bengal, del Mohun Bagan o dell’FC Goa. Perché se il Mondiale ha portato il calcio al centro della conversazione, l’Indian Super League deve dargli un’impronta autoctona.

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