Se Renzi batte Bersani poi deve sconfiggere un avversario ancor più ostico: il tempo

Se al ballottaggio dovesse prevalere il sindaco di Firenze, poi gli rimarrebbero solo tre mesi per diventare il leader della coalizione. Se perdesse con una buona percentuale, avrebbe più tempo (e più vantaggi)

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Facciamo finta che Matteo Renzi sia riuscito a sovvertire l’esito del primo turno e abbia vinto il ballottaggio delle primarie. Che Pd si trova di fronte, a pochi mesi dalle elezioni politiche?

Sicuramente un partito in cui è fortemente minoritario, soprattutto nella struttura. Il sindaco di Firenze annovera tra le sue file circa una dozzina di parlamentari e qualche segreteria provinciale, poi “cani sciolti” qua e là, sindaci e amministratori locali di perlopiù piccole realtà territoriali. L’alta dirigenza, tranne il vice-presidente Ivan Scalfarotto, tutta schierata contro, specialmente la presidentessa Rosy Bindi e Massimo D’Alema, che hanno già dichiarato battaglia nel caso di una sua vittoria.

Sarà molto dura per lui far emergere le proprie istanze e i propri uomini nella struttura di un partito che lo avverte in gran parte come un corpo estraneo, come destrutturante, come “altro” rispetto al Pd. Ha bisogno del segretario Pierluigi Bersani e ha bisogno di tempo. Sul primo può contare, e lo sa; sul secondo no, e forse sa anche questo.

Su Bersani può contare perché il segretario non solo è persona corretta, ma soprattutto è consapevole che trascurare, od ostacolare, la “corrente renziana” è controproducente per il partito e per il Paese. Sarebbe un errore politico grave, che magari commetterebbero altri, ma non il segretario. La dimensione che l’elettorato ha fornito al sindaco di Firenze va, se non proporzionalmente rispecchiata, quantomeno rispettata nel partito. E in questo senso il lavoro di Renzi e Bersani deve finire con l’imporsi necessariamente prima del congresso con cui si sceglieranno (forse con le primarie) i candidati al Parlamento.

Ma qui, appunto, entra in gioco la variabile tempo. Se tutto va come Napolitano ha sottilmente indicato, si vota il 10 marzo. Matteo Renzi ha tre mesi, giorno più giorno meno, per diventare leader riconosciuto non solo del Pd, ma della coalizione (di quale coalizione, e se coalizione sarà, è un altro elemento di non poco conto). Nell’elettorato il problema non sussiste, nel partito sì. Deve riuscire a trasformare molta avversione in sostegno, deve riuscire a tenere unito il Pd, deve riuscire a far valere come dovuto il suo programma, deve riuscire a fare emergere i suoi uomini, soprattutto quelli nuovi. Un’impresa da portare a termine in tre mesi, pena la fragilità interna del suo eventuale governo e della sua eventuale maggioranza. In un momento di cruciale svolta per il Paese.

Non che Renzi si abbatta di fronte a certe vette da scalare, tutt’altro; ma forse qualche “maremma bucaiola” la lancerà al pensiero che se avesse perso bene, con un 40-44% al ballottaggio, certi diritti d’importanza ce li avrebbe avuti lo stesso, accompagnati però da una disponibilità di tempo maggiore. Maggiore ma non eccessiva, nel caso in cui, come certi scenari lasciano prevedere, Bersani non riuscisse a portare a termine la sua legislatura da premier.

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