«Se in Africa ci fosse un’educazione, l’epidemia di Ebola non si sarebbe diffusa tanto». Avsi spiega il vero problema alla base del contagio

Intervista a Nicola Orsini, responsabile Avsi in Sierra Leone: «Si sono diffuse “voci”: la gente pensava che non ci fosse nessuna epidemia ma che le persone venissero ricoverate perché fossero loro espiantati gli organi»

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Sierra Leone, il virus Ebola fa sempre più paura «e se la gente non avesse dato retta alle “voci” che si sono diffuse, non si sarebbe propagato così tanto». Nicola Orsini, responsabile di Avsi in Sierra Leone, è appena rientrato in Italia e racconta a tempi.it la drammatica situazione del paese. Nell’area Nigeria-Liberia-Sierra Leone ci sono già state 887 vittime e secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità l’epidemia si estende più rapidamente degli sforzi fatti per contenerla. Nella capitale Freetown regna il caos: per arginare il contagio è stata anche dichiarata una “giornata nazionale dello stare in casa”, ma non è bastato per fermare il virus.

Come mai l’epidemia si è propagata così prepotentemente?
In Sierra Leone non si erano mai registrati casi di Ebola, che comunque aveva già colpito negli anni passati gli Stati limitrofi. A rendere la situazione così grave sono state le voci che si sono diffuse nei primi giorni in cui arrivavano le notizie di contagi. Inizialmente la popolazione pensava che il Governo locale volesse far concentrare l’attenzione mondiale su di sé per avere nuove risorse economiche. Poi che in realtà non ci fosse nessuna epidemia di Ebola, ma che le persone venissero ricoverate perché fossero loro espiantati gli organi. E invece che agire subito sulla prevenzione del contagio si è dato retta a queste voci.

Qual è stata la conseguenza?
Il virus non si trasmette per via aerea, ma per contatto con i liquidi corporei infetti del paziente, che si trova in preda a vomito, diarrea, emorragie interne ed esterne. La popolazione locale ha sentito dire che “non c’è vaccino” per l’Ebola. Vero, ma non significa che non ci sia una cura o non ci si possa salvare. In tanti malati hanno pensato che invece che andare in ospedale fosse meglio morire accanto ai propri cari. Così facendo hanno contagiato anche i famigliari. Ma non gli si può dare del tutto torto. In questa parte dell’Africa molto spesso ospedale fa rima con la parola morte e non con la parola cura.

È vero che l’Europa non corre rischi?
Il rischio è davvero basso. Se anche arrivasse un malato, con la febbre emorragica già in corso, sarebbe prontamente individuato e curato, con gli standard che competono gli ospedali europei. Si procederebbe con trasfusioni e flebo di liquidi idratanti, l’unico rimedio contro Ebola, e probabilmente il malato sopravvivrebbe.

Lei è appena rientrato da un Paese a rischio. In aeroporto ci sono controlli?
La mia esperienza non è idilliaca. All’aeroporto di Freetown io e la mia famiglia siamo stati ricevuti da un medico, che ci ha chiesto di firmare un’autocertificazione per dichiarare che stessimo bene e che non avessimo sintomi. Dopo di che ci ha misurato la temperatura e l’ha trascritta su questo certificato, che mi è stato dato per portarlo con me durante il viaggio e consegnarlo al mio arrivo alle autorità di competenza. In realtà una volta atterrati in Italia non abbiamo subito ulteriori controlli medici, né avuto particolari disagi.

Avsi sta portando avanti una campagna speciale per aiutare la popolazione della Sierra Leone?
Oltre a me, a Freetown ci sono altre sei persone che portano avanti l’azione quotidiana di Avsi, un’azione soprattutto educativa. La Capitale conta un milione di abitanti, il resto della Sierra Leone 6 milioni, che vivono tutti nelle campagne. Ed è qui che si fanno più forti i residui di tribalità, le credenze, la poca fiducia uno nei confronti dell’altro. Anche nel caso dell’epidemia di Ebola c’è di base un problema educativo. Se i cittadini si fidassero più delle autorità e non del sentito dire si sarebbero potuti evitare molte morti. Che in Sierra Leone adesso sono ferme a 24. Ma già ieri sera i miei colleghi a Freetown mi hanno fatto sapere che c’è stato un nuovo morto nell’ospedale a est della capitale e che l’edificio è stato messo in quarantena.

Chi vuole contribuire economicamente all’opera di Avsi, può fare un versamento con bonifico a: Fondazione Avsi, causale Emergenza Ebola in Sierra Leone, Credito Valtellinese, Sede Milano Stelline, Corso Magenta 59 IBAN: IT04D0521601614000000005000.

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