Se il global warming esistesse, farebbe più bene che male (chiedete all’orso polare)

Crescono le aree verdi e calano i morti in inverno. E in generale aumenta il benessere dell’uomo. Sono i risultati di uno studio condotto in Gran Bretagna. «Perché contrastarlo se porta benefici?»

Ebbene sì, il global warming fa bene. Chiedere per conferme agli orsi polari, che proprio negli anni in cui le temperature sono state più rigide hanno perso molti più cuccioli, poiché le lastre di ghiaccio si facevano più spesse e la caccia alle foche di cui nutrirsi molto più difficile. Non è un caso se il numero del britannico Spectator metta in copertina proprio il disegno di un orso bianco mentre surfa sulle acque dell’Antartide: il mammifero è il simbolo della lotta green contro il surriscaldamento del pianeta, di cui il giornalista e scienziato Matt Ridley si è impegnato a spiegare i vantaggi economici che avrebbe apportato in questi anni.

MENO MORTI D’INVERNO. Poniamo che il global warming sia reale; non si può negare che l’aumento delle temperature stia portando più benefici che altro e, almeno per i prossimi 70 anni, continuerà a farlo. Gli esempi sono molteplici, spiega Ridley, e sono stati raccolti in un documento del professor Richard Tol, studioso alla Sussex University che ha confrontato ben 14 ricerche diverse sui cambiamenti climatici.
Il livello di benessere per l’uomo aumenta dell’1,5 percento ogni anno, e come prima conseguenza del global warming, calano le morti per freddo nel periodo invernale, che di solito fa più vittime dei colpi di calore estivi. Tutto ciò va in aiuto delle classi più povere e anziane, che soffrono molto di più per le temperature rigide di inizio anno; e infatti, altro beneficio del global warming, è il calo delle spese per il riscaldamento che entro il 2035 verrà superato in bolletta dai costi di climatizzazione.

CRESCONO LE AREE VERDI. Ma il vantaggio più consistente non sembra arrivare tanto dall’aumento delle temperature, quanto dalla crescita di diossido di carbonio nell’atmosfera: tanto che gli studi condotti dalla Boston University certificano che negli ultimi tre decenni il 31 per cento delle aree verdi del pianeta è cresciuto, mentre solo il 3 per cento è diventato meno verde. Il diossido di carbonio funziona quasi da fertilizzante, con risultati sorprendenti anche in zone desertiche come il Sahel, che dal 1970 ad oggi, è diventato “più verde”. E in pochi dicono che, in quell’area fame e carestie sono in riduzione, grazie anche a maggiori piogge e ad un aumento della vegetazione di cui risente tutto l’ecosistema.
E i danni del global warming? Ridley non nega che ci possano essere stati, ma lo sviluppo economico del mondo ha permesso e permetterà di farne fronte diminuendo sempre di più l’impatto. Infatti, in un secolo le morti per siccità, alluvioni e bufere sono crollate, poiché, come dimostrato dai recenti cicloni indiani, l’uomo sa come difendersi.

QUANTO COSTANO LE POLITICHE? «Ma perché interessa tutto ciò? Anche se i cambiamenti climatici stanno producendo un leggero miglioramento per i prossimi 70 anni, perché prendersi il rischio che dopo possano esserci ancora più danni? C’è una ragione ovvia: le politiche nel campo del clima stanno già facendo danni di per sé».
Le misure alternative producono sì meno emissioni di CO2, ma hanno pure i loro effetti collaterali: i prezzi schizzano, le aziende competitive calano, la gente va verso la “fuel poverty”, dove cioè le famiglie spendono troppo per il proprio fabbisogno energetico. Per i prossimi 87 anni l’Unione Europea sborserà 165 miliardi di sterline in politiche sul clima, ma che senso ha contrastare dei cambiamenti climatici se portano più benefici che altro?