Se avete ancora dubbi sull’innocenza di Pell, leggete qui

John Finnis, filosofo del diritto dell’università cattolica di Notre Dame e professore emerito di Oxford, demolisce il verdetto che ha riconosciuto colpevole di abusi il cardinale australiano George Pell

Il verdetto che ha riconosciuto colpevole George Pell di abusi sui minori, condannato in primo e secondo grado a sei anni di reclusione, è un mostro giuridico. Lo sostiene John Finnis, filosofo del Diritto dell’università cattolica di Notre Dame e professore emerito di Oxford, in una approfondita analisi della sentenza in punta di codici pubblicata su Quadrant.

Nel commento sul processo al cardinale australiano che ha fatto ricorso all’Alta corte, ripreso anche dal Foglio, Finnis analizza il caso nel dettaglio, citando ampi stralci della sentenza, e critica il verdetto della corte d’Appello con tre argomentazioni.

L’ERRORE LOGICO, LA SACRISTIA E IL VINO

Innanzitutto il verdetto presenta un errore «logico»: separa l’improbabilità e l’impossibilità dell’abuso, sostenute dalla difesa attraverso decine di testimonianze che scagionano il cardinale, dalla falsità dell’accusa. I giudici, cioè, non considerano la falsità dell’accusa come una conseguenza della sua improbabilità e impossibilità, secondo quanto dimostrato dalla difesa, ma asseriscono la veridicità delle accuse e dell’accusatore prima di esaminare le ragioni della difesa.

In particolare i giudici sono stati convinti dalla «accurata descrizione» da parte dell’accusatore della sacristia, dove sarebbe avvenuto l’abuso quando Pell avrebbe trovato i due giovani a trafficare con il vino destinato alla Messa. L’accusatore aveva dichiarato di non essere mai entrato nella sacristia né prima né dopo l’abuso, ma l’avvocato del querelante l’ha poi smentito, ammettendo che in quanto membro del coro il suo assistito aveva compiuto una visita guidata della cattedrale di Melbourne, sacristia compresa.

Come sottolineato dalla relazione di uno dei tre giudici, che non ha condiviso il verdetto di colpevolezza degli altri due magistrati, «non esiste nessuna prova oggettiva che corrobori la versione dell’accusatore». Mentre ci sono decine di testimonianze che dimostrano l’improbabilità o l’impossibilità che Pell si fosse trovato da solo con i due ragazzini in sacristia dopo la funzione. Inoltre, continua Finnis, «il verdetto ignora che la testimonianza dell’accusatore riguardo alla bottiglia di vino e al colore del vino erano del tutto falsi».

RIBALTAMENTO DELL’ONERE DELLA PROVA

Questo primo errore logico non fa che «trasferire su Pell l’onere della prova», che in base al codice penale australiano spetta invece all’accusa. Il maestro di cerimonia, padre Portelli, ha dichiarato al processo che Pell non poteva aver commesso l’abuso perché al termine della funzione si trovava con lui in un altro luogo della Cattedrale. In base al codice penale, nessuno può essere dichiarato colpevole fino a quando «l’accusa non rimuove o elimina ogni ragionevole possibilità» che l’accusato non si trovasse nel luogo dove è stato commesso il reato.

Nonostante nessuno abbia smentito la versione di padre Portelli, né quella di altre decine di testimoni, i giudici se la sono cavata affermando che «non siamo persuasi dalle prove portate dai testimoni». Peccato che sia compito dell’accusa dimostrare la falsità delle testimonianze, ma nella sentenza i giudici fanno una «incredibile affermazione»: «È sufficiente che l’accusa persuada la giuria che gli eventi possano non essere impossibili».

IL “TAGLIA E CUCI” DEI GIUDICI

La terza critica esposta da Finnis riguarda il modo erroneo con cui sono state esaminate le prove e le testimonianze. L’intero impianto dell’accusa si regge sul fatto che, al termine della Messa, c’è stato un periodo di «cinque-sei minuti» durante il quale il cardinale Pell avrebbe effettivamente potuto ritrovarsi da solo in sacristia con i due membri del coro.

Il sacrestano Potter ha rilasciato due testimonianze. In una ha dichiarato che la sacristia veniva aperta mentre l’arcivescovo e il coro compivano la processione all’interno della Cattedrale. In quel periodo sia i due membri del coro sia Pell avrebbero potuto assentarsi ed entrare in sacristia, che sarebbe però stata occupata dai chierichetti intenti a liberare l’altare e a riportare in sacristia i diversi oggetti liturgici.

Nella seconda ha dichiarato che, durante la processione, aspettava «cinque o sei minuti» prima di recarsi in sacristia «per aspettare che i fedeli finissero le loro preghiere private». Secondo i giudici, in quei cinque o sei minuti Pell avrebbe potuto compiere gli abusi. Peccato che i magistrati abbiano completamente ignorato la seconda parte della testimonianza, nella quale Potter affermava che solo al termine della preghiera privata «apriva la sacristia» per riportare gli oggetti liturgici all’interno.

Se è vero dunque che in base alla testimonianza di Potter l’altare veniva liberato con cinque o sei minuti di ritardo dopo la fine della Messa, è anche vero che in quei cinque o sei minuti la sacristia restava chiusa. I magistrati, però, hanno fatto un abile “taglia e cuci” delle due testimonianze del sacrestano, falsandole in modo evidente e sentenziando sulla possibilità dell’abuso con uno sbrigativo «of course».

LA SENTENZA ERA GIÀ SCRITTA

Infine, nota Finnis, l’accusatore di Pell ha dichiarato di essere sgattaiolato via dalla processione del coro quando stava per finire. E cioè quando i «cinque o sei minuti» citati dal sacrestano erano già passati. Commenta il Foglio in conclusione:

«Il giurista ravvisa dunque la disinvoltura di chi sta estendendo una sentenza già scritta nella sostanza. Una procedura che dovrebbe far inorridire i sostenitori della presunzione d’innocenza, principio che a parole piace a tutti, of course».

Foto Ansa