Scusate se vi parlo di Maria

Quello che voglio dirvi è come una rivincita più chiara e più profonda di quanto si possa pensare sull’apparente inutilità della vita, sull’apparente negatività dei progetti

Quello che voglio dirvi è come una rivincita più chiara e più profonda di quanto si possa pensare sull’apparente inutilità della vita, sull’apparente negatività dei progetti.
Chi non l’ha provato, chi non l’ha mai sentito e quindi chi non l’ha mai fatto, dà adito di continuo nella vita a cose proprio brutte. La poesia più bella che c’è al mondo è quella di Dante Alighieri nel Paradiso, l’Inno alla Vergine, che non è interessata a nessuno per secoli e adesso è ricordata forse da qualche devoto discepolo di Benigni:
«Vergine Madre figlia del tuo figlio,/ umile e alta più che creatura,/ termine fisso d’etterno consiglio», indicazione ineluttabile di Chi ha fatto il disegno di tutto, del disegno di tutto l’universo, che ne è l’espressione. Infatti «tu se’ colei che l’umana natura/ nobilitasti sì, che ’l suo fattore/ non disdegnò di farsi sua fattura./ Nel ventre tuo», questi sono gli aspetti più affascinanti dell’espressione dantesca, «nel ventre tuo si raccese l’amore,/ per lo cui caldo nell’etterna pace/ così è germinato questo fiore», per lo cui caldo nell’eterna pace, senza pusillanimità, senza vergogna di bugia, senza inganno di nessun tipo. «Per lo cui caldo», caldo è la parola con cui è indicato tutto il fascino profondo e ineffabile di questa vita dell’universo a cui lo spirito dell’eterno ha dato inizio. «Qui» continua la poesia di Dante, «qui se’ a noi meridiana face/ di caritate», sei il punto sicuro di amore, «e giuso intra ‘mortali,/ se’ di speranza fontana vivace».
Ho voluto leggere queste righe o rileggerle – chissà quanti di voi le avranno già lette in questi giorni -, ho voluto leggerle proprio per questa idea, il mio augurio è tutto in questa idea: «Qui se’ a noi meridiana face/ di caritate e giuso intra ‘mortali sei di speranza fontana vivace».
Fra tutte le genti dell’universo sei fontana vivace di speranza, sei una sorgente continua della speranza, riproponi di continuo la speranza come significato del tutto, come luce della luce, come colore del colore, come l’altro dell’altro. Sei di speranza fontana vivace: la speranza è l’unica stazione in cui il grande treno dell’eterno si ferma un istante. Sei di speranza fontana vivace. Senza speranza, infatti, non esiste possibilità di vita. La vita dell’uomo è la speranza, perché è alla speranza che io invito i vostri occhi a guardare. I vostri occhi che sono stati drizzati in questi giorni da tante voci sentite. Tra i mortali Tu sei di speranza fontana vivace. La figura della Madonna è proprio la figura della speranza, la certezza che dentro i padiglioni – direbbero i medioevali – dell’universo sei la sorgente di acqua che si sente, che va giorno e notte, notte e giorno. Che questa fontana vivace di speranza abbia ad essere ogni mattina, ogni mattina il senso della vita immediato più mordace e più tenace che ci possa essere. Siamo amici per questo. Restiamo amici; come restiamo amici? Non possiamo essere che amici per questo. Anche nella decrepitezza dei miei anni volevo dirvi che la speranza è una – una! -, quella che ha come contenuto totale nella sua oggettività l’imposizione che dà di sé al mondo la Madonna: Tu sei di speranza fontana vivace. Che questa fontana sia vivace tutte le mattine, la mattina. Da un po’ di anni mi sono diventati abituali questi pensieri: spontaneamente uno è come assalito dalla gioia che se anche dura qualche istante, dura qualche istante, ma come emergenza della verità di tutta la vita. Sei di speranza fontana vivace. Vi auguro che abbiamo ad essere compagni, sentirci amici fino nel fondo del cuore anche se non ci conosciamo direttamente. Ci conosciamo indirettamente, ma ancora di più che se fosse direttamente. Fontana vivace, Vergine Madre, termine fisso d’etterno consiglio. Che roba! Dirlo dopo settant’anni è veramente impressionante. È evidente che non esiste niente di sicuro al mondo se non in questo.
Ciao e scusate l’impertinenza.

Saluto conclusivo di don Luigi Giussani al Meeting di Rimini, 24 agosto 2002