Letta stanzia 400 milioni di euro per la scuola, ma per le paritarie non c’è neanche un centesimo

Per la prima volta da anni vengono sbloccati fondi per l’istruzione, ma solo per misure tampone e ignorando gli istituti non statali

Bisogna ringraziare, dicono, di quei quasi 400 milioni di euro che dopo anni di tagli il governo Letta ha stanziato per la scuola italiana. Qualcuno ha persino tentato di filosofeggiare sul fatto che tassare i vizi (pare che i soldi arriveranno anche dalle accise sugli alcolici) serva a finanziare le virtù. Fuor di interpretazioni parabigotte, il decreto appare come il tentativo di mettere mano ad alcune emergenze, «tamponando delle aree di rischio». Il giudizio sintetico che ne dà Fabrizio Foschi, presidente dell’associazione di insegnanti Diesse coglie diverse criticità contenute nei dettagli del provvedimento.

Premesso infatti che qualcosa come 397,8 milioni di euro tra il 2013 e il 2015 non sono pochi, i capitoli di spesa scelti sono significativi per capire che idea di scuola ha il governo delle larghe intese. Le principali aree di intervento sono infatti l’assunzione di nuovo personale; il cosiddetto welfare scolastico (dalle facilitazioni per studenti meno abbienti alle borse di studio) e la formazione del personale. Non c’è traccia, invece, delle paritarie. L’articolo che conteneva diverse misure riguardanti questo tipo di scuole (dall’esenzione Imu al divieto di classi sotto gli 8 alunni) è stato completamente stralciato.

«Non solo – commenta il presidente della Federazione Opere Educative della Compagnia delle Opere Marco Masi – anche tutte le misure riguardanti il diritto allo studio sono limitate alle scuole statali, ignorando che la legge 62/2000 il sistema italiano è costituito da scuole statali e non statali paritari». «Eppure – nota Foschi – non molto tempo fa il ministro Carrozza aveva detto che le scuole paritarie danno più di quanto ricevono».

Il capitolo dell’avvicinamento della scuola al mondo del lavoro viene affrontato prevedendo le attività di orientamento a partire dal quarto anno delle superiori. Al tema vengono destinati oltre 6 milioni e mezzo di euro, con la possibilità di coinvolgere le Camere di commercio e le Agenzie per il lavoro. Basterà a colmare il gap che ci separa dalla Germania, dove il 22 per cento degli studenti vanta un’esperienza lavorativa mentre da noi può farlo solo meno del 4 per cento dei ragazzi? Difficile.

Anche perché non c’è traccia del potenziamento degli Its e dei poli tecnico-professionali e risulta difficile accontentarsi di misure come l’introduzione della geografia generale ed economica nei tecnici e professionali. Gli interventi più di “emergenza” sono quelli contro la dispersione scolastica (15 milioni) e in questo contesto si può leggere anche la possibilità di tenere aperte le scuole il pomeriggio. Sulla stessa linea i fondi stanziati per i libri di testo e la possibilità di sostituirli con edizioni vecchie o integrarli con materiale come le fotocopie. 15 milioni sono destinati alla connettività wireless nelle scuole di secondo grado e 8 milioni tablet ed ebook da dare in comodato d’uso agli alunni.

Il decreto non dimentica l’aggiornamento dei docenti, che però si limita all’accesso gratuito nei musei per i docenti di ruolo e in attività demandate alle università. Dettaglio, questo, che fa storcere il naso ad associazioni come la già citata Diesse, dove l’aggiornamento degli insegnanti è curato dagli insegnanti stessi, in un’ottica sussidiaria. È quello che accadrà il 12-13 ottobre a Bologna, quando si svolgerà la convention annuale dell’associazione con un momento di lavoro organizzato insieme alla Foe e all’Associazione Rischio Educativo e le tradizionali “Botteghe dell’Insegnare”.

Svuotare le graduatorie
L’altra novità è quella delle assunzioni. Si apriranno le porte per 69 mila tra personale Ata e docenti, di questi 26 mila nel sostegno per rispondere alla domanda di circa 52 mila alunni in difficoltà. Un provvedimento in linea con l’intenzione del ministero di svuotare le graduatorie. «Però di nuovi concorsi – riprende Foschi – non si è parlato e neppure di mettere in piedi nuovi Tfa». Assente anche il capitolo della valutazione dei docenti che apra la strada a scatti di carriera legati al merito. «Con queste misure – conclude Foschi – si agisce sulla scuola come soggetto sociale che deve rispondere al disagio, che è un tipo di scuola, ma non è l’unica. Si oblitera invece la scuola che lavora per l’innalzamento della qualità e per il trasferimento delle conoscenze».

Un giudizio severo, ma mai duro quanto quello di Fabrizio Forquet sul Sole24Ore che ha parlato dell’ennesima occasione persa: «Forse è ingeneroso chiedere a un provvedimento preparato in tempi brevi di risolvere gli annosi problema della scuola italiana. Ma anche questa volta, come era avvenuto con l’Imu sul fronte del Pdl, l’esigenza dei partiti (e in questo caso è il Pd il protagonista) di rassicurare la propria base elettorale sembra prevalere sulle priorità vere». La sensazione è di arrivare in fondo alla lista di pur encomiabili spese con una domanda inevasa: per chi è la scuola?