Scruton: un mondo senza Dio è impossibile. Ecco perché la missione dei “nuovi atei evangelizzatori” è destinata a fallire

Per il filosofo il sacro è un «bisogno naturale» dell’uomo, qualcosa che si vive nell’esperienza. Una prova? La “resistenza” della religione sotto il comunismo

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«La speranza dei nuovi atei di vedere un mondo senza religione è probabilmente vana come la speranza per una società senza aggressività o un mondo senza morte». Lo afferma Roger Scruton sullo Spectator. Secondo il filosofo britannico, gli atei sbagliano bersaglio quando pensano di poter estirpare la religiosità delle persone attaccando Dio. Infatti, spiega Scruton, il  bisogno del «sacro» è innato nell’essere umano ed è inestirpabile.

DIO NELL’ESPERIENZA CONCRETA. I nuovi atei, osserva Scruton, affermano che «non c’è spazio nella visione scientifica del mondo per uno scopo originario, e quindi non c’è spazio per Dio». «Oggi vanno oltre», spiega Scruton riferendosi agli atei “evangelizzatori”: «Ci dicono che la storia ha dimostrato che la religione è talmente tossica che dobbiamo fare del nostro meglio per eliminarla». Vedono la perdita della religione come «un guadagno morale». Ma secondo il filosofo «hanno sbagliato obiettivo». Essi infatti si battono contro un dio “astratto”, concettuale. Cercano di estirpare qualcosa che non appartiene alla gente comune. I fedeli comuni non vedono infatti Dio come un’astrazione, come una «risposta a una domanda cosmologica». Piuttosto, afferma Scruton, lo incontrano spesso nell’esperienza, «nello sforzo di vivere con gli altri», quando «si imbattono in momenti, luoghi, relazioni ed esperienze che hanno un carattere numinoso», dove cioè si avverte la presenza di qualcosa che non appartiene al mondo.

PERCHÉ CI SI AGGRAPPA AL SACRO? Ma «cos’è il sacro, e perché le persone si aggrappano ad esso?», si chiede Scruton. Secondo il filosofo britannico, «le cose sacre sono la “presenza reale” del soprannaturale, illuminato da una luce che risplende dai confini del mondo». Per comprendere cosa questo significhi, bisogna guardare all’esperienza e «osservare la trasformazione che il sacro effettua nelle nostre percezioni». «Una persona con un senso del sacro può condurre una vita consacrata, vale a dire una vita che è ricevuta e offerta in dono». Ciò è visibile, spiega Scruton, «soprattutto nei nostri rapporti con coloro che ci sono cari». Basti pensare a quante poesie sono state dedicate alla parola «Tu».  Questo, spiega Scruton, prova che l’essere umano ha bisogno «di essere assorbito da qualcun altro, di vedere il tu come una chiamata da oltre l’orizzonte sensoriale». «Questa esperienza», visibile nei rapporti con i propri cari e centrale nell’arte poetica, «non è accessibile all’indagine scientifica», osserva Scruton, infatti «dipende da concetti, come la libertà, la responsabilità e l’Io, che non hanno posto nel linguaggio della scienza. L’idea stessa di “tu” sfugge alle spiegazioni».

UN MONDO PIENO DI COSE SACRE. Partendo dall’esperienza quotidiana del sacro, continua Scruton, è molto più semplice vedere il mondo. «Se ci liberiamo del “burroso nulla” quando si tratta di piccole cose – sesso, immagini, persone – potremmo sbarazzarci di esso anche quando si tratta di cose grandi: in particolare, quando si tratta del mondo intero». «Dire che il mondo non è altro che l’ordine della natura, così come è descritto dalla fisica, è assurdo come dire che la Gioconda non è altro che una macchia di pigmenti». Ciò che si ha di fronte non è inquadrabile totalmente con il metodo scientifico, e «giungere a tale conclusione è il primo passo per comprendere come e perché viviamo in un mondo di cose sacre».

QUANDO LA VERITÀ ERA UN CRIMINE. Scruton ricorda che il comunismo tentò di estirpare la sacralità, ponendo «la visione scientifica del mondo a fondamento dell’ordine sociale, cosicché le persone furono considerate come “nient’altro che” la massa assemblata dei loro istinti e bisogni». In tali circostanze la gente non ha smesso di credere nel sacro. Piuttosto, ricorda Scruton, «viveva in un mondo di segreti», alla base dei quali c’era un segreto ancora più grande il «naturale bisogno del sacro». «Le vittime del comunismo – spiega Scruton – cercavano di aggrapparsi alle cose che erano sacre per loro»: la famiglia, la religione, la conoscenza. Questi, prosegue il filosofo, «erano i tesori consacrati, nascosti sotto le città profanate, e lì nel buio brillavano più luminosi».
Oggi, conclude Scruton, «viviamo nella luce vivida del benessere, e non è facile discernere le cose sacre, che brillano più chiaramente nel buio». Tuttavia per ricordarsi che quel bisogno di sacro c’è sempre nell’uomo, basta guardare «al passato, a quel mondo dove la verità e la fiducia erano crimini e l’amore una infrazione azzardata dal calcolo di routine».

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