Sarà razzista per l’Occidente, ma in Congo Tintin è considerato un “capolavoro”

Da fumetto discriminatorio in Europa a album «profetico» dell’Africa del nuovo Millennio. Le tavole di Hergé l’emblema di un Occidente moralista, incapace di ridere.

Pubblichiamo alcuni stralci dell’articolo apparso oggi su L’osservatore romano dedicato al fumetto belga Tintin, che riprende un intervento di Eudes Girard sul numero dello scorso luglio di “Études”, la rivista dei gesuiti francesi.

(…) Negli anni Settanta, ci si incominciò a interrogare sulla visione degli africani presente nell’album. Hergé stesso la spiegò durante il suo incontro con Numa Sadoul. I tempi non erano ancora maturi per mediatizzare e rendere materia di contese legali tale interrogativo, ma lo sono diventati a partire dal Duemila, quando l’album è stato nuovamente al centro di polemiche. Non solo attraverso la protesta a Bruxelles di uno studente di scienze politiche di origine congolese, ma anche, sempre nel corso del 2007, attraverso le accuse della commissione britannica per l’uguaglianza razziale (Commission for Racial Equality), la quale dichiarò che la vendita dell’album «va oltre il buonsenso» in quanto «il libro contiene immagini e dialoghi portatori di abominevoli pregiudizi razzisti».

Il gruppo americano Borders chiese alle sue librerie inglesi e americane di spostare l’album nella sezione adulti. Una biblioteca di New York lo tolse addirittura dai suoi scaffali. Se i Paesi anglosassoni furono in prima linea in questa polemica volta a incriminare l’album, il Consiglio rappresentativo delle associazioni nere (Cran) in Francia ne ha preso di recente il testimone per denunciare il fatto che «decine di migliaia di bambini vengono intossicati dalle odiose immagini di quest’album» e ha chiesto non il divieto della sua vendita, ma «l’introduzione di una prefazione che ne precisi il contesto, come avviene ormai nell’edizione inglese».

(…) L’album viene percepito in modo completamente diverso in Congo. Il modo in cui vengono descritti gli africani, ingenuo e caricaturale, non li ferisce, ma li diverte. L’effigie di Tintin appare spesso agli incroci delle vie di Kinshasa (ex Leopoldville) e l’opera del pittore congolese Moké rende omaggio a un “Tintin africano”. Il numero 1385, che corrisponde alla targa della Ford T che Tintin guida nell’album, è tra l’altro un numero feticcio per i giocatori delle lotterie in Congo. Nel 2000, il giornalista Jean Jacques Mandel, inviato a Kinshasa della rivista «Géo», ha incontrato alcuni giovani studenti di belle arti nell’ambito dell’Atelier de Création Recherche et Initiation à l’Art, per far sì che Tintin continui a essere un vero eroe «[certo] un po’ paternalista come tutti i bianchi dell’epoca», ma comunque «un modello per tutti i giornalisti del nostro Paese in quanto sinonimo di precisione, di coraggio e d’inchiesta». Gli studenti hanno tratto anche un’altra lezione dall’album, del quale sottolineano la dimensione quasi profetica: il Congo coloniale che Hergé descrive è la posta in gioco dei trafficanti di diamanti, così come il Congo di oggi è la posta in gioco dei Paesi limitrofi che istigano le guerre tribali per poter controllare parti del suo territorio, spesso molto ricco di minerali e di materie prime. La storia recente del Congo è proprio questa. Per loro «Hergé aveva previsto tutto». Più di recente, durante l’apertura del primo festival della Bande Dessinée a Kinshasa nell’ottobre del 2010, il ministro congolese della Cultura Jeannette Kavira Mapera ha definito questo fumetto un “capolavoro”.

Tintin au Congo non è certamente l’album di avventure migliore di Tintin e, se non fosse da qualche anno al centro di ricorrenti polemiche, probabilmente se ne parlerebbe molto meno. Fare una lettura anacronistica di questo album, estrapolata dal contesto di un’Europa coloniale ancora trionfante nel periodo tra le due guerre, e guidata dai buoni sentimenti e dal politicamente corretto di oggi, può portarci a prendere posizioni moraliste, poco efficaci nella lotta contro le discriminazioni razziali nel campo delle assunzioni e degli alloggi. Occorre sicuramente far attenzione per evitare che il politicamente corretto di un’Europa occidentale che sta invecchiando e che si dimostra alquanto maldestra nel gestire la sua dimensione multiculturale ci porti ad aver paura di ridere e a perdere il senso dell’ironia. Il continente africano, in crescita dal punto di vista economico (in media il 5 per cento l’anno) a partire dal 2000, sa distinguere l’essenziale dal superfluo, e non ha perso il proprio senso dell’ironia e dell’autoironia: non è forse un segno di vitalità che Tintin non rinnegherebbe?