Sarà pure antirazzista, ma sempre segregazione è

Due immaginarie ragazzine nere dei cartoni animati perdono le loro voci perché le doppiatrici bianche non vogliono più essere «complici»

Le attrici americane Jenny Slate e Kristen Bell hanno deciso una dopo l’altra di smettere di doppiare due personaggi dei cartoni animati – rispettivamente Missy della serie Big Mouth (Netflix) e Molly di Central Park (Apple+) – perché si tratta di immaginarie ragazzine nere o comunque non bianche. Come si può facilmente intuire, la rinuncia è una forma di ossequio alle proteste e rivolte scoppiate in America sotto l’insegna del movimento antirazzista Black Lives Matter dopo l’omicidio di George Floyd. Nelle motivazioni della scelta rese pubbliche dalle due star risuonano infatti tutti i luoghi comuni del movimento. Colpisce, comunque, il fervore con cui entrambe si auto-accusano di “privilegio bianco” (white privilege) e “complicità” con non si sa bene chi.

Ha cominciato Jenny Slate mercoledì scorso pubblicando un post su Instagram per spiegare appunto perché «non posso più recitare il ruolo di “Missy” nella serie tv animata Big Mouth». L’attrice dice di essersi lasciata fuorviare dal pensiero iniziale che la mamma di Missy «è ebrea e bianca, come me». Si è trattato in realtà di un imperdonabile abuso. Scrive la Slate:

«Missy è anche nera, e i personaggi neri dei cartoni animati dovrebbero essere impersonati da persone nere. Ammetto che il mio pensiero iniziale era sbagliato: un esempio del privilegio bianco e delle ingiuste concessioni fatte all’interno di un sistema di supremazia bianca sulla società. Ho partecipato a un atto di cancellazione dei neri. Porre fine alla mia interpretazione di Missy è un passo nel processo di smascheramento del razzismo nelle mie azioni».

La diva, che in passato ha prestato la voce a diversi personaggi di altri cartoni amati, anche per la Disney, dice di essersi accorta di aver «commesso errori» nella sua carriera. Si rammarica per «non poter cambiare il passato» ma promette che d’ora in poi «mi assumerò la responsabilità delle mie scelte». 

«Continuerò a impegnarmi in importanti attività antirazziste, a riflettere sui messaggi che trasmetto nel mio lavoro, a essere aperta alle osservazioni e a fare del mio meglio per gli atteggiamenti che mi rendono parte del problema. Soprattutto però voglio dire alle persone a cui ho fatto del male: mi dispiace molto. Le voci dei neri devono essere ascoltate. Le vite dei neri contano».

All’annuncio della Slate è seguito a ruota, ieri, quello di Kristen Bell. A dire il vero sono stati i creatori della serie Central Park a decidere per lei, in uno di quei crescendo di emulazione che spesso in questi casi partono tra le major che non vogliono apparire da meno delle concorrenti. Tanti complimenti, baci e abbracci a una «attrice straordinariamente dotata» che interpretando Molly nel nostro cartone animato ci ha regalato una gran «bella performance», hanno scritto in un comunicato Loren Bouchard, Josh Gad, Nora Smith, Halsted Sullivan e Sanjay Shah, ma è giunto il momento di «trovare una nuova attrice». E anche qui scuse a profusione:

«Siamo profondamente rammaricati se abbiamo alimentato in qualcuno il senso di esclusione o di cancellazione. Persone nere e persone di colore già lavorano e continueranno a lavorare in Central Park, ma possiamo fare di meglio».

Il messaggio prosegue con ulteriori promesse di maggiori sforzi per l’inclusione razziale. Il concetto comunque è chiaro: Kristen Bell sarà rimpiazzata da un’attrice nera, poiché nera è la Molly a cui serve una voce. La stessa Bell, celebre per aver doppiato anche Anna, personaggio coprotagonista di Frozen, ha pubblicato su Twitter la nota degli autori proclamando che «questo è il momento di riconoscere la nostra complicità. Ecco la mia». 

«Interpretare Molly in Central Park è prova di una mancanza di consapevolezza della pervasività del mio privilegio. Far doppiare un personaggio di razza mista da un’attrice bianca mina la specificità dell’esperienza meticcia e nera americana».

Poi, nel dubbio che l’autodafé non fosse sufficientemente esplicito, ecco la precisazione in un altro tweet:

«Sono felice di cedere questo ruolo a qualcuno che può restituire un’interpretazione molto più corretta e mi impegnerò a imparare, a crescere e a fare la mia parte per l’eguaglianza e l’inclusione».

Al di là dell’inquietante stranezza delle motivazioni dichiarate dalle due attrici, è impossibile non notare una logica perversa nelle loro scelte. Che cosa sarebbe stato, tanto per fare un esempio, del successo di uno come Eddie Murphy, reso mitico in Italia anche grazie al contributo non indifferente del suo doppiatore, italianissimo e bianchissimo (oltre che bravissimo)? A chi salterebbe mai in mente che far doppiare a un bianco il leggendario principe di Zamunda o il simpatico piedipiatti di Beverly Hills sia stato un atto razzista di gravità tale da poter essere riparato soltanto da un nuovo doppiaggio “total black”?

Non è questo il luogo per fare prediche, perciò ci limitiamo a far notare un problema che prima o poi occorrerà approfondire. Oltre che mettere a ferro e fuoco intere città e adesso demolire e imbrattare monumenti simbolo di un presunto suprematismo bianco, l’isteria “antirazzista” minaccia di abbattere un altro patrimonio importantissimo dell’umanità: la capacità di immedesimazione. Fosse solo per un paio di cartoni animati, pazienza. Ma dai dormitori alle parrocchie per soli neri, da tempo tornano a spuntare ghetti ovunque. Adesso perfino provare a mettersi nei panni di un nero è white privilege. Chi osa farlo, sia pur solo per mestiere, è peccatore e «complice». Abbiamo fatto tanta fatica ad abbattere l’apartheid, il colmo è ritrovarcela resuscitata in versione politicamente corretta.