La sanità pubblica deve curare. Non accompagnare alla morte
Per mesi Daniela ha ascoltato parole che nessuno immaginava potesse comprendere. Aveva trentanove anni, insegnava, era madre di due bambini e, dopo il parto della secondogenita, si era ritrovata incapace di rispondere. I medici la ritenevano priva di coscienza. Suo marito Luigi le parlava, rifiutando che il silenzio provasse la sua assenza. Un giorno Luigi distribuì le lettere dell’alfabeto su un foglio e le chiese di chiudere la palpebra quando avesse indicato quella giusta. Scrisse: «Perché ho sempre sonno?». Daniela sentiva, vedeva, comprendeva, eppure la sua presenza era rimasta irriconoscibile. Non riusciva a parlare e qualcuno aveva concluso che non ci fosse più nessuno da ascoltare.
Ho raccontato la sua storia in Vivi, insieme a quella di Massimiliano Tresoldi, Max, rimasto per dieci anni in una condizione di gravissima compromissione della coscienza dopo un incidente. Sua madre Lucrezia continuò a parlargli, cercando risposte. Quando Max manifestò segni di recupero, emersero ricordi sorprendenti. Non è una promessa di risvegli impossibili, ma un invito alla prudenza quando la nostra conoscenza incontra un limite e rischiamo di trasformarlo in un giudizio definitivo sulla persona.
Cosa chiediamo alla sanità pubblica?
Poi c’è Alessandro Pivetta. Ho conosciuto la sua famiglia e osservato la fatica di assistere una persona con gravissima disabilità. A lui ho dedicato E adesso parlo io. Alessandro non poteva raccontarmi la propria esperienza, ma parlavano i gesti quotidiani dei familiari. La cura non è soltanto una prestazione sanitaria: è una trama di relazioni e responsabilità che qualcuno deve rendere possibile.
Perché torno a queste tre persone? Non per contrapporle a chi chiede di morire, né per sostenere che l’assistenza possa superare ogni sofferenza. Le ricordo perché il dibattito lombardo sul suicidio assistito contiene una domanda: che cosa chiediamo alla sanità pubblica di essere?
Il caso Zuccarella
Il 25 agosto Domenico Zuccarella, cinquantanove anni, affetto da sclerosi multipla, è morto attraverso il suicidio medicalmente assistito. Dopo 290 giorni di attesa, per la prima volta in Lombardia il Servizio sanitario regionale ha organizzato l’intera fase attuativa, fornendo farmaco, strumentazione, assistenza e luogo della procedura. Non era il primo caso nella regione, ma il primo con questa partecipazione del sistema pubblico. Non giudico la decisione di Zuccarella; rispettarla, però, non impedisce di discutere le responsabilità delle istituzioni.
Nel maggio scorso Guido Bertolaso aveva predisposto indicazioni operative per le strutture sanitarie, contestate anche nella maggioranza di Attilio Fontana. A settembre Fratelli d’Italia ne chiedeva il ritiro, mentre l’Associazione Luca Coscioni depositava oltre diciassettemila firme per la proposta popolare Liberi Subito. Da una parte si chiedono tempi certi, dall’altra una legge nazionale, contestando i margini di intervento regionale.
Perché è nato il Ssn
La Corte costituzionale, dalla sentenza n. 242 del 2019, ha definito le condizioni di non punibilità dell’aiuto al suicidio e affidato al servizio sanitario la verifica dei requisiti, previo parere del comitato etico. Le pronunce successive hanno riconosciuto l’assistenza sanitaria anche durante la procedura. Nel luglio 2026, sulla legge sarda, la Consulta ha ribadito i limiti delle competenze regionali, senza escludere il coinvolgimento operativo della sanità pubblica.
Resta una domanda: quel coinvolgimento amplia la cura oppure ne modifica il significato? Il Servizio sanitario nazionale, istituito nel 1978, nasce per tutelare la salute. La cura non coincide con la guarigione: comprende sollievo dal dolore, cure palliative, assistenza domiciliare, sostegno alla disabilità e diritto di rifiutare trattamenti. Partecipare a una procedura finalizzata alla morte introduce una responsabilità ulteriore, sulla quale dobbiamo poterci interrogare senza giudicare la libertà individuale.
Chi sostiene il coinvolgimento del servizio sanitario osserva che un diritto non dovrebbe dipendere dal denaro o dalle capacità organizzative del singolo. È un argomento serio. Ma lo è anche chiedersi che cosa il servizio pubblico debba garantire a chi non ha risorse per affrontare da solo la propria condizione.
Chi desidera vivere
Ed è qui che tornano Daniela, Max e Alessandro. Non come prove contro la libertà di altri, ma come testimoni di ciò che trascuriamo. Per Daniela qualcuno insistette perché fosse riconosciuta la sua coscienza; per Max una famiglia continuò a cercare un rapporto; per Alessandro la cura proseguì senza prospettive di recupero. Non possiamo attribuire loro scelte che non erano in grado di esprimere, ma nemmeno far scomparire la persona dall’orizzonte delle istituzioni.
Prima di domandarci come lo Stato debba assistere chi sceglie di morire, chiediamoci che cosa garantisca a chi desidera vivere. Le cure palliative sono accessibili? Le famiglie ricevono sostegno? Gli ausili per comunicare arrivano quando servono? L’assistenza domiciliare permette di vivere? La libertà si misura anche dalle condizioni materiali e relazionali nelle quali una decisione matura.
Chi chiede aiuto
È la domanda che rivolgo al Consiglio regionale della Lombardia. Se discutiamo i tempi di risposta a chi chiede il suicidio assistito, perché non interrogarci con la stessa urgenza sui tempi per ottenere un comunicatore, assistenza domiciliare o cure palliative? Non sono situazioni identiche, ma entrambe interrogano la responsabilità pubblica verso persone la cui autonomia dipende dagli altri. La sanità pubblica non è un esecutore neutrale: ogni intervento esprime una responsabilità collettiva. Chi ritiene che il suicidio assistito rientri nella sua missione deve argomentarlo; chi lo contesta deve misurarsi con la sofferenza e l’autodeterminazione. Quale promessa facciamo a chi chiede aiuto?
Penso a una palpebra che si chiude davanti a una lettera, a una madre che parla per anni a un figlio senza risposta, a una famiglia che vive per assistere chi non può ricambiare con le parole. Sono responsabilità concrete. Se chiediamo alla sanità pubblica anche di accompagnare alla morte, dobbiamo discutere che cosa cambia nella sua missione. E poter guardare negli occhi chi desidera vivere e rispondere: abbiamo fatto davvero tutto ciò che dovevamo per prendercene cura?
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