Fine vita, in Umbria l’ideologia prevale sulla democrazia
Prima ancora del merito della legge sul fine vita in Umbria, c’è una questione di metodo che dovrebbe interrogare chiunque abbia a cuore il buon funzionamento delle istituzioni: in Consiglio regionale la maggioranza ha votato gli emendamenti alla legge sul suicidio medicalmente assistito prima di ascoltare in audizione gli esponenti della società civile, chiamati a offrire ai consiglieri elementi di conoscenza, valutazioni e possibili proposte migliorative, per consentire un voto più consapevole.
Non è un dettaglio procedurale. Su una materia che riguarda la vita e la morte, la libertà e la fragilità, il rapporto tra medico e paziente, il significato stesso della cura, il confronto dovrebbe precedere la decisione, non seguirla.
E invece è accaduto esattamente il contrario. Il 9 settembre la Terza Commissione ha approvato tredici emendamenti alla proposta di legge di iniziativa popolare presentata dall’Associazione Luca Coscioni a luglio, modificando il testo per adeguarlo alla sentenza della Corte costituzionale n. 204 del 2025. In quella stessa seduta la richiesta della minoranza di svolgere le audizioni prima del voto sugli emendamenti è stata respinta. I commissari di opposizione hanno abbandonato la seduta e gli emendamenti sono stati approvati con i soli voti della maggioranza presente.
Le audizioni sono arrivate dopo
Il 21 settembre, in un’unica seduta, sono stati ascoltati una ventina di rappresentanti della società civile: tra gli altri, l’Associazione Luca Coscioni, Pro Vita e Famiglia, FederVita, Ditelo sui tetti, Forum delle associazioni familiari, Centro di Bioetica Filèremo e Unione giuristi cattolici, oltre a bioeticisti e medici palliativisti.
Prima si è deciso come modificare la legge, poi si è ascoltato chi avrebbe potuto contribuire a discuterne il contenuto.
Una grave anomalia procedurale
Una maggioranza consiliare ha certamente il diritto di governare e di votare. Ma una questione di questa portata non può essere ridotta a una pratica amministrativa da chiudere rapidamente. Tanto più quando le audizioni, una volta finalmente svolte, hanno dimostrato che le questioni aperte sono ancora molte.
Sono infatti emersi interrogativi sulla competenza regionale e sui limiti posti dalla Corte costituzionale all’intervento delle Regioni; sul modo in cui debbano essere verificati la libertà e la permanenza del consenso; sul ruolo del Comitato etico; sulle responsabilità dei medici; sulle possibili pressioni, anche indirette, che possono gravare sulle persone fragili. E non è secondaria neppure l’ambigua indicazione del budget destinato alla copertura della procedura.
Cure palliative
C’è poi una domanda di fondo che dovrebbe precedere tutte le altre: le cure palliative sono davvero disponibili per tutti coloro che ne hanno bisogno?
Durante le audizioni è stato richiamato il dato di una copertura in Umbria pari al 36 per cento. Domenico Menorello ha sottolineato che il servizio sanitario dovrebbe garantire innanzitutto cure e assistenza, mentre il Forum delle associazioni familiari ha richiamato le carenze dell’assistenza domiciliare e il peso che ricade sulle famiglie.
Certo, suicidio medicalmente assistito e cure palliative non sono, sul piano giuridico, due alternative. Ma sul piano umano non sono realtà estranee. Una persona accompagnata, curata e sostenuta affronta la propria malattia in condizioni diverse da chi si sente solo, abbandonato o di troppo.
La libertà non si esercita in astratto, ma dentro condizioni concrete. E tra queste vi è, anzitutto, la possibilità di essere liberati, per quanto possibile, dalla sofferenza fisica.
Una Regione ancora così lontana dall’obiettivo del 90 per cento di copertura delle cure palliative previsto per il 2028, se ha davvero a cuore il benessere e i diritti dei propri cittadini, come può concentrarsi con tanta urgenza sulle modalità per accompagnarli alla morte, invece di impegnarsi anzitutto a garantire loro le cure dovute?
La dignità della persona fragile
Questo è un punto che le posizioni favorevoli al suicidio medicalmente assistito non possono semplicemente liquidare come confessionale o ideologico. La dignità della persona fragile non può dipendere dal suo grado di autonomia. E una società dovrebbe domandarsi se, prima di organizzare una procedura di morte, abbia davvero organizzato tutto ciò che serve per accompagnare la vita nella malattia e nella dipendenza.
La sproporzione tra i 5.000 euro stanziati dalla legge in discussione per la procedura di Sma e le risorse necessarie a garantire una rete di cure palliative diffuse meriterebbe una seria riflessione!
Anche sul bisogno stesso di una legge regionale il confronto in audizione ha mostrato che nulla è scontato. Addirittura sia Filomena Gallo che Assuntina Morresi, da punti di vista profondamente diversi, hanno messo in discussione la necessità di una legge regionale per definire una procedura.
Morire è l’unica libertà?
E allora la domanda è inevitabile: perché questa corsa?
L’Associazione Luca Coscioni sta portando avanti campagne per leggi di iniziativa popolare in diverse Regioni italiane, ma è davvero quella di morire l’unica libertà da rivendicare?
Intanto, il confronto sul fine vita spacca i fronti politici e le coscienze. Ma almeno in altre Regioni, per quanto scomodo, il conflitto politico emerge e viene discusso. In Umbria, invece, il confronto sembra ridursi a una formalità successiva a decisioni già assunte.
Ed è particolarmente grave perché sul fine vita non stiamo discutendo semplicemente di procedure sanitarie, stiamo discutendo dell’idea di persona che vogliamo consegnare alle future generazioni, del significato della cura e del modo in cui una comunità guarda alla propria fragilità e alla dignità della persona.
La preferenza è una cosa seria.
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Una vita dignitosa
I sostenitori parlano di morte dignitosa. Ma forse dovremmo avere il coraggio di concentrarci, prima di tutto, sulla vita dignitosa.
Il suicidio medicalmente assistito può essere considerato veramente una forma di autodeterminazione se il presupposto del sollievo dalla sofferenza non è garantito?
La morte può essere trasformata in una prestazione sanitaria?
Può una legge regionale standardizzare una procedura, quando ogni paziente presenta una condizione clinica, una storia personale e capacità residue assolutamente soggettive?
Un medico che partecipa alla procedura, astenendosi soltanto dall’atto estremo, agisce in piena coerenza con il giuramento ippocratico e con la vocazione propria della medicina?
E la presenza di una procedura, una volta divenuta legge, non rischia di trasformarsi essa stessa in un elemento di pressione psicologica per il malato, che si sente un peso per chi gli sta vicino, fino a condizionarne l’orientamento verso il suicidio assistito?
Sul fine vita non possiamo procedere per assuefazione
Risuonano allora con particolare forza le parole di papa Leone XIV pronunciate in questi giorni in Francia. A governanti, vescovi e fedeli il Pontefice ha ricordato più volte la difesa della vita e della dignità della persona, insieme alla responsabilità dei cristiani di abitare la vita pubblica con i propri valori, senza nascondimenti.
A Lourdes, rivolgendosi ai malati, ha detto parole che sembrano rispondere direttamente alle domande che questa legge pone: «Nessuna legge umana deve farvi perdere la certezza della vostra dignità». E ha aggiunto: «È proprio in nome di questa dignità inalienabile della persona umana che la tentazione di togliere la vita con il pretesto di una falsa compassione deve essere fermamente respinta. È impossibile considerare normale togliere la vita. Ciò che è legale non è necessariamente morale».
Non sono parole rivolte soltanto ai credenti. Sono una provocazione culturale rivolta alla società.
E a Parigi Leone XIV ha ricordato anche un’altra verità che dovrebbe interessare chiunque creda nella democrazia: «Il cristiano coinvolto nella vita pubblica, che agisce alla luce della propria coscienza illuminata dalla fede, non può essere considerato un proselitista o una minaccia all’unità della patria». La vera laicità, ha aggiunto, non esclude la dimensione religiosa dalla sfera pubblica, ma sa riconoscerla come una risorsa per il bene comune.
È dunque anche una responsabilità dei cristiani non ritirarsi dal dibattito pubblico quando in gioco ci sono la vita e la dignità della persona.
L’Umbria non ha bisogno di una legge approvata in fretta. Perché chi non si sente in grado di affrontare fino in fondo questo confronto, come può sentirsi sicuro di decidere?
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