La terribile storia della surrogata ribelle e del neonato malato conteso in tre stati Usa

Di Caterina Giojelli
21 Settembre 2026
Un utero affittato, un bambino prima desiderato, poi rifiutato e infine reclamato dai committenti. Il caso di McKenna West diventa una battaglia giudiziaria sul «miglior interesse» (ma di chi?)
McKenna West, infermiera dell'Alaska, durante la gravidanza per conto della coppia californiana. Il bambino è nato a Dallas il 12 agosto.
McKenna West, infermiera dell'Alaska, durante la gravidanza per conto della coppia californiana. Il bambino è nato a Dallas il 12 agosto.

Non è la prima volta che una madre surrogata si rifiuta di abortire, né che un contratto di maternità surrogata si sfilaccia davanti alla diagnosi di una malformazione fetale. Ma il caso di McKenna West, esploso tra i tribunali di tre stati americani e approdato con una richiesta d’urgenza alla Corte Suprema degli Stati Uniti, va oltre la solita disputa legale. Mostra cosa accade quando la nascita cessa di essere un fatto umano e diventa una transazione regolata da clausole, penali e sanzioni a sei cifre.

West, infermiera cardiochirurgica dell’Alaska, stipula un contratto di surrogazione (leggi: utero in affitto) con una coppia della California, Omar Ahmed e Nausheen Gilkar. Alla ventesima settimana un’ecografia rivela che il feto ha la sindrome del cuore sinistro ipoplasico, patologia grave ma trattabile con una sequenza di interventi salvavita. I committenti pretendono l’interruzione della gravidanza. West si oppone e la reazione è immediata: lettere degli avvocati che minacciano sanzioni a sei cifre, pagamenti bloccati, infine una causa in Alaska per almeno centomila dollari di danni.

La fuga della surrogata in Texas

Di fronte alle pressioni, West prende i suoi due figli e fugge in Texas. La scelta ha due ragioni. Il Texas è uno stato dove l’aborto è vietato e dove la legge attribuisce valore legale al fatto fisico del parto. E lì c’è un ospedale che, racconta lei, garantisce il 100 per cento di sopravvivenza alla prima operazione, la procedura di Norwood.

Il bambino nasce a Dallas il 12 agosto. Lei lo chiama Gabriel, i genitori committenti Rumi. Da quel momento diventa l’oggetto di un duello giudiziario e politico senza precedenti: il procuratore generale repubblicano Ken Paxton interviene perché riceva le cure necessarie, mentre un tribunale californiano riafferma i diritti esclusivi della coppia. Il dibattito pubblico si divide come previsto, con l’establishment pro-life e i repubblicani schierati con la surrogata e i progressisti con i committenti. Un derby tanto inevitabile quanto fuorviante.

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«Non sto portando via il figlio di nessuno»

Affidando le sue ragioni al New York Post, West ha detto: «Mai avrei immaginato, nemmeno nei miei sogni più sfrenati, di trascorrere quest’anno a combattere nei tribunali di tre stati per preservare il battito cardiaco di un bambino che ho fatto nascere io stessa». E ancora: «Nessuna donna dovrebbe essere costretta a uccidere il bambino che porta in grembo. Soprattutto, ogni bambino merita la possibilità di vivere».

Respinge l’accusa di crociata ideologica: «Alcuni l’hanno definita una messinscena politica. Non lo è. Non sto lottando per cercare di portare via il figlio di qualcun altro. Lo sto facendo perché questo bambino ha bisogno di qualcuno disposto a difenderlo». «Non mi è stato permesso di tenere in braccio questo prezioso bambino. L’unico scorcio che ho potuto avere di lui è stato per soli 60 secondi, finché il cordone ombelicale era ancora attaccato. Non appena il cordone è stato tagliato, me l’hanno portato via». «Forse conoscete la storia di Re Salomone. Due donne si presentarono al suo cospetto, rivendicando la maternità di un bambino. Ma solo una si impegnò a donargli la vita».

La coppia californiana e la sentenza del Texas

Dall’altra parte c’è una coppia che viene dal dolore della sterilità. In aula a Dallas, Gilkar ha detto tra le lacrime: «È nostro figlio. È l’amore della nostra vita. Sta soffrendo molto». Ha definito West «instabile» e l’ha accusata: «Sta cercando di portarcelo via». Ha ricordato gli otto cicli falliti di fecondazione in vitro a Los Angeles e l’isterectomia: «Non era la mia prima scelta. Era la mia unica opzione». Interrogata dall’avvocato di West, ha detto di non pentirsi di aver chiesto l’aborto dopo la diagnosi. I legali della coppia hanno ammesso che il piccolo soffre di complicazioni. West sostiene nel suo ricorso alla Corte Suprema che potrebbe essere avviato alle sole cure palliative, anche se i legali dei genitori negano che rientrino nel suo piano sanitario.

Giovedì la Corte Suprema del Texas ha respinto la richiesta di West di bloccare il trasferimento del bambino dal Children’s Hospital di Dallas a un ospedale di Los Angeles. È il via libera perché la coppia porti il bambino nella città dove vive. «La priorità assoluta è preservare la vita del bambino», ha scritto la corte, citando la «testimonianza medica inconfutabile» del suo medico, secondo cui il miglior interesse del piccolo è il passaggio da una terapia intensiva all’altra. Il bambino ha già subito un intervento e probabilmente ne serviranno altri, ma è il medico che lo segue in Texas a raccomandare che i restanti vengano fatti a Los Angeles.

Gli atti dell’udienza del 25 agosto, in cui hanno testimoniato anche il tutore nominato dal tribunale e i medici, sono stati secretati. Secondo gli avvocati della coppia, il tutore ha dichiarato che i genitori «hanno seguito alla lettera le raccomandazioni dei dottori». Finora hanno vinto in California, in Alaska e ora in Texas. West voleva la tutela esclusiva per decidere lei sulle cure del bambino che ha messo al mondo. Ma dalla nascita un ordine ottenuto dalla coppia le ha vietato di vederlo.

Nessun buono, nessun cattivo?

Non occorre fare di West un’eroina pro-life: la sua scelta iniziale di prestare il proprio corpo rimane la radice velenosa dell’intero meccanismo. Ma la sua disobbedienza ha svelato ciò che il contratto nascondeva. Quando fu firmato, la vita del bambino valeva come progetto di felicità degli adulti. Davanti alla diagnosi è diventata un’inezia da eliminare con una clausola rescissoria, come un prodotto fallato da restituire al fornitore. Eppure la storia non si lascia ridurre a un buono e a un cattivo: chi voleva interrompere la gravidanza è oggi, per tutore e medici, un genitore attento, e chi ha difeso quella vita rivendica di decidere da sola, senza che finora nessuna corte lo ritenga nell’interesse del piccolo. Nessuno dei due ruoli era previsto dalle carte, e i giudici devono improvvisarli. Era stata Gilkar ad accusare West: «Sta cercando di portarcelo via». Ora è il bambino a lasciare Dallas con la coppia.

West ha già chiesto all’alta corte di sospendere la sentenza californiana che riconosce la coppia come genitori legali, e i genitori hanno depositato una risposta pesantemente censurata. Sostengono che il caso sia già stato deciso e che esuli dalla sua giurisdizione, e che una sospensione, dice l’avvocato Lee Budner, «creerebbe solo confusione in merito all’autorità decisionale in ambito medico». Il ricorso con ogni probabilità verrà respinto. Ma avrà mostrato l’osceno derby che si ingaggia quando si stipulano contratti sulla vita: da una parte i diritti degli adulti, dall’altra, forse, quelli del bambino. Dove al primo “incidente clinico” il desiderio di genitorialità diventa una richiesta di aborto, poi una battaglia in cui tutti parlano a nome del piccolo e a decidere, alla fine, saranno solo i giudici.

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