Samaritanus Bonus, enorme sfida per i cattolici nella secolarizzata Olanda

Il cardinale Willem Eijk affronta il significato della lettera della Santa Sede contro l’eutanasia nel paese che consegna alla morte di Stato bambini, anziani, depressi e dementi

«Il rispetto per il valore essenziale della vita di un essere umano è stato eroso sempre di più nell’ultimo mezzo secolo: era inevitabile»: se la sofferenza diventa ragione e criterio per accedere al fine vita, l’asticella verrà sempre abbassata. È una lunga riflessione quella rilasciata alla Cna dal cardinale olandese Willem Eijk in seguito alla pubblicazione della Samaritanus Bonus con la quale la Congregazione per la dottrina della fede ha ribadito la condanna della Chiesa a eutanasia e suicidio assistito.

L’arcivescovo di Utrecht racconta l’incessante avanzata della buona morte nella secolarizzatissima Olanda, a partire dalla recente sentenza con cui la Corte Suprema è arrivata a sdoganare l’eutanasia per i malati di demenza senile: il caso è noto, per assolvere la dottoressa che aveva drogato ed ucciso un’anziana malata di Alzheimer (qui l’incredibile e drammatica storia del medico e dell’anziana che aveva ritrattato le sue disposizioni per il fine vita) i giudici hanno trasformato un brutale omicidio in un via libera alla morte procurata senza certezza del consenso. Sottraendo così ad ogni presidio giuridico i pazienti più fragili e chi dovrebbe curarli, «invece di stabilire criteri per interpretare le dichiarazioni scritte di eutanasia dei pazienti in stato di demenza avanzata, la Corte Suprema affida tutto al giudizio dei medici coinvolti, per cui la loro incertezza non fa che aumentare», un’incertezza che secondo il cardinale non si tradurrà certo «in una diminuzione del numero di casi di eutanasia e suicidio assistito».

L’AVANZATA DELL’EUTANASIA SUL PIANO INCLINATO

Secondo un esperto di eutanasia olandese citato dal cardinale, «il numero annuale di casi di eutanasia supererà i 12.500, più dell’8 per cento di tutti i decessi annuali, nel 2028. Non è improbabile che la sua previsione si avveri. Storicamente e culturalmente parlando, abbiamo osservato un pendio scivoloso, i criteri per la cessazione della vita sono stati sempre più estesi nei Paesi Bassi a partire dagli anni Settanta». Da allora la legislazione si è mossa su un piano inclinato: tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 si iniziò a parlare di eutanasia per malattie incurabili in fase terminale; negli anni 80 la si è iniziata a considerare un’ipotesi eticamente accettabile anche per i pazienti non in fase terminale; a metà degli anni 90 la si è estesa anche alle malattie psichiatriche e neurodegenerative e, dopo il 2000 e in particolare nel 2004 (con l’introduzione del Protocollo di Groningen), è stata autorizzata per i neonati gravemente malati e disabili: per la prima volta si rompeva una barriera, quella secondo cui la soppressione della vita doveva essere richiesta dal malato. Fino al 2016, quando «il ministro della Salute e il ministro della Giustizia hanno annunciato che avrebbero introdotto un disegno di legge per permettere il suicidio assistito nei casi in cui le persone non soffrano di una malattia ma considerino la propria vita “completata”».

UN SACERDOTE NON ACCETTA COMPROMESSI

Il disegno non è mai decollato ma secondo il cardinal Eijk verrà ridiscusso dopo le elezioni del prossimo anno se la composizione del governo dovesse cambiare, «un membro del parlamento, appartenente a un partito di sinistra, ha presentato un disegno di legge per consentire il suicidio assistito dopo i 75 anni (Tempi ve ne aveva parlato qui, ndr). Il rischio è avallare l’idea che il valore della vita diminuisca dopo che le persone hanno raggiunto questa età. In ogni caso, il fine vita oggi è cosa ampiamente accettato». È qui che il cardinale fa proprie le dichiarazioni della Samaritanus Bonus, a chi desideri la morte assistita il sacerdote deve dire «chiaramente che il valore intrinseco della vita umana è violato dall’eutanasia. La persona coinvolta sarebbe quindi responsabile della violazione di questo valore essenziale della sua vita, peccato grave e irreversibile, commesso poco prima del suo eterno incontro con il suo Creatore». Citando la Veritatis splendor di Papa Giovanni Paolo II del 1993 , il cardinale ha aggiunto: «Un vero pastore non conduce le persone affidate alla sua cura a quella che viene spesso chiamata una soluzione “pastorale” nella forma di “un compromesso” tra l’insegnamento della Chiesa e realtà testarda, ma dovrebbe condurli alla verità, anche nel campo della morale».

In linea di principio i preti non dovrebbero nemmeno celebrare i funerali di una persona a cui è stata data la morte assistita, tuttavia, aggiunge il cardinale, bisogna considerare il caso di una persona affetta da depressione o malattia psichiatrica: «Questi sono fattori che limitano la sua libertà, tanto da diminuire la sua responsabilità. Terminare o far terminare la propria vita, sebbene di per sé un male grave, in questi casi non è quindi peccato mortale. Il sacerdote può quindi celebrare il suo funerale. Si può e si deve pregare per i peccatori in primo luogo».

FARE LUCE SULLA SOFFERENZA

Il cardinale ha anche esortato i cattolici a non confondere il rifiuto dell’eutanasia con la necessità di prolungare la vita ad ogni costo e con gravose cure mediche, «quando gli effetti collaterali, le complicazioni e le spese non sono proporzionate alla possibilità di salvare vite umane o ripristinare o preservare la salute, è consentito rinunciarvi, anche se questo potrebbe portare ad un accorciamento della vita. Lasciare che qualcuno muoia non è sempre eticamente uguale a far morire attivamente qualcuno». Al contrario «rinunciare a cure proporzionate, con le quali si può salvare la vita e preservare la salute senza molti rischi, è eticamente equivalente al suicidio. E lasciare morire è eticamente equivalente all’uccidere»

Secondo il cardinale il dibattito sull’eutanasia pone ai cattolici olandesi una sfida enorme: convincere la società secolare che la sofferenza può essere significativa se vista alla luce di Cristo: «Gesù alla fine porterà la croce di colui che decide di partecipare alla sofferenza di Cristo. Questi può quindi dedicare la sua sofferenza a parenti, amici, altri o tutte le persone in modo che Dio dia loro la grazia di cui hanno bisogno per portare le loro croci o per la loro conversione a Cristo e la loro vita eterna. Unire la propria sofferenza a quella di Cristo non toglie la sofferenza, ma la rende sopportabile».

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