Salini: «È un governo che va bene al palazzo, non al popolo»

L’errore di Salvini, la figura di Conte, le mosse di Renzi. «L’opposzione la farà il Nord». Intervista all’europarlamentare

«Questa è una crisi comprensibile solo dalla politica, ma non dal popolo», dice a tempi.it Massimiliano Salini, europarlamentare e coordinatore lombardo di Forza Italia. «A parte Salvini, che ha sbagliato i conti ed è stato preso in giro dal Partito democratico, tutti gli attori politici sulla scena hanno fatto quel che gli conveniva. A tutti, infatti, tranne che alla Lega, conveniva non votare. Dunque si sono comportati di conseguenza, facendo nascere il Conte bis», ragiona Salini.

Se è comprensibile dal punto di vista del palazzo e delle strategie dei vari partiti, a chi invece è incomprensibile questa crisi?
Al popolo. Alla gente normale, a chi non frequenta le stanze del potere, questa crisi risulta inintelligibile. Ma io penso che M5s e Pd siano consapevoli di tutto ciò e infatti questo è un governo che avrà bisogno di essere puntellato per poter durare.

Salvini è finito?
Sento troppe campane suonare, metaforicamente, a morto. Aspettiamo a dire che è finito. Lo dico non perché penso che lui abbia chissà quale forza, ma per la ragione che dicevo prima: il governo giallorosso non è tenuto insieme da una ragione politica forte, ma dalla paura del voto.

C’è chi insiste molto sulle differenze tra Pd e M5s.
Francamente, penso ce ne fossero di più tra Lega e M5s che non mi sembra sia mai stata una forza sovranista. Anzi, mi pare possa essere definita più “di sinistra” che “di destra”. Il M5s è un amalgama senz’anima che smozzica brandelli dal mainstream progressista: un po’ di ambientalismo, un po’ di relativismo, un po’ di scetticismo nei confronti della globalizzazione.

Alla fine il governo lo hanno fatto.
Già, però, come dicevo prima, nonostante queste convergenze, c’è un problema enorme.

Quale?
Fino a ieri se le sono date di santa ragione. E non su questioni marginali, ma su cose importanti: l’economia e le infrastrutture, per dire.

Quindi?
Quindi, come dicevo, la gente non capisce. M5s e Pd sanno benissimo che non conveniva loro andare a elezioni e la loro unione è stata inevitabile, ma alla gente come lo spieghi? Sulla via di questo esecutivo vedo molti ostacoli.

Salvini ha perso. Renzi ha vinto?
Sì, il vero vincitore di questa partita è lui. È ritornato al centro della scena e ha garantito ai “suoi” novanta parlamentari qualche altro mese di stipendio. Soprattutto ora tutte le partite dovranno ri-passare da lui, come ad esempio, le oltre 400 nomine che si dovranno fare in primavera.

Tutti dicono che Renzi, prima dello scoppio della crisi, fosse pronto a fare un nuovo partito e che, poi, abbia cambiato strategia aprendo ai cinquestelle.
Che Renzi mediti una nuova formazione, diversa dal Pd, è noto a tutti. L’intuito e il tempismo che lo caratterizzano lo hanno portato a mutare in corsa le sue scelte, ma non ha ancora abbandonato l’idea di fare da solo.

Non sono passati che pochi giorni e già sui giornali rispuntano notizie a riguardo di azioni della magistratura nei confronti di Salvini. Mi riferisco al cosiddetto Russiagate e, notizia di ieri, l’indagine per diffamazione della comandante Rackete.
Un certo grado di attenzione della magistratura nei suoi confronti era già in atto da tempo e continuerà a esserlo. Sull’operato della Lega, come su quello di molti partiti, ci sono dei punti interrogativi e la magistratura fa il suo dovere, ma mi rifiuto di credere e soprattutto sarei disgustato dal venire a sapere che certi provvedimenti dipendono dal grado di potere che un partito ha, o non ha, in un certo momento.

Parliamo di Giuseppe Conte, da Carneade a nuovo Garibaldi.
Ha saputo gestire la crisi meglio del suo partito di riferimento, i cinquestelle. È un uomo del Sud che però si è costruito professionalmente, pur non essendo un tecnico di prima fascia, a Firenze, strigendo contatti col mondo renziano della Leopolda. La disinvoltura con cui ha affrontato la crisi fa pensare che sia stato, sin dall’inizio, un interlocutore del Pd. Oggi lo dipingono come un mezzo statista, ma a me pare più una pedina in mano al Pd. Un amico del M5s, utilissimo al Pd.

E arriviamo a Forza Italia. Fdi e Lega hanno annunciato che scenderanno in piazza, Fi no. Perché?
Fi ha bisogno di capire due cose: primo, esiste ancora il centrodestra? A nessuno è sfuggito che, nelle dichiarazioni post consultazioni, ci fosse una differenza macroscopica tra Silvio Berlusconi e Salvini. Il primo ha parlato di «centrodestra», il secondo no. Quindi il primo punto da capire è se la Lega, dopo quattordici mesi di luna di miele col M5s, ancora crede nel progetto di un centrodestra unito.

Salvini dopo aver fatto saltare il banco è tornato da Luigi Di Maio per offrirgli la presidenza del Consiglio…
Appunto. Noi continuiamo a credere che, come già in atto in alcune Regioni, l’unica risposta politica adeguata per il paese sia un centrodestra unito. E mi permetto di dire, anche se ora risulta molto impopolare, un centrodestra a trazione moderata, nel senso di una forza che si rifaccia alla sua tradizione cattolica, liberale e riformista.

E la seconda cosa che Fi deve capire?
C’è una questione interna al partito sotto gli occhi di tutti. Ultimamente Fi ha tirato il freno a mano sulla propria proposta politica da sottoporre agli italiani. Dice poco sui temi principali.

Tra i ministri c’è un solo lombardo, nessun veneto. È chiaro che questo governo è poco attento alle richieste che arrivano da quella parte del paese.
Questo è un governo il cui baricentro politico è stato costruito a Roma secondo le logiche della politica politicante. È ovvio quindi che gira le spalle al Nord e a quella parte d’Italia che si è contraddistinta per la sua capacità creativa e innovativa, anche in campo amministrativo (penso alle riforme lombarde su sanità e formazione). Il numero dei ministri “non del Nord” è figlia di questo “imbarazzo”, di questa incapacità di valorizzare questo territorio e le sue richieste. Ma io credo, infatti, che la vera opposizione a questo governo non la farà un partito, ma un territorio, quel Nord che, anche nella sua parte di elettori di sinistra, non ne può più di una politica che segue la decrescita felice, che penalizza il lavoro, la libertà d’impresa e le aziende.

Foto Ansa