Ronza: «L’idea delle macroregioni di Formigoni viene da Miglio»

Robi Ronza, giornalista e saggista, spiega a Tempi.it che cosa c’è di buono nella proposta di Formigoni di accorpare il territorio italiano in tre grandi regione più le cinque autonome: «La proposta è quella di Miglio, che voleva una riorganizzazione radicalmente federale del nostro paese»

Leggera polemica a distanza tra Roberto Formigoni e il suo vice in Regione Lombardia, il leghista Andrea Gibelli, sulla proposta del governatore della Lombardia, all’interno del dibattito sulla riduzione del debito pubblico, di accorpare le Regioni, trasformandole in macroregioni, per razionalizzane le funzioni dando modo alle casse dello Stato di risparmiare sulla spesa per gli enti locali. Gibelli obbietta a Formigoni di fare un ragionamento puramente ragionieristico e che il progetto della Lega, che parte dall’impostazione voluta dal tandem Miglio-Bossi «va dal basso verso l’alto, dai popoli fino ai diversi livelli di governo».

Su questi temi abbiamo posto qualche domanda a Robi Ronza, giornalista e saggista, tra i primi in Italia a parlare di riforma federalista già dai primi anni ’70, curatore nel 2001 della ristampa con prefazione di Roberto Formigoni de “L’asino di Buridano”, il pamphlet in cui Gianfranco Miglio aveva rilanciato nel 1999 la proposta delle macroregioni avanzata alcuni anni prima.

Macroregioni sì, macroregioni no: la questione è seria o è un po’ la proverbiale discussione sul sesso degli angeli?
La questione è seria, e l’interesse di Formigoni al riguardo non nasce certo adesso. Delle macroregioni Formigoni e Miglio avevano parlato in un’indimenticabile cena, alla quale ho partecipato, nella casa del professore a Domaso. Notoriamente tra le attuali Regioni italiane alcune hanno forte radicamento socio-storico, ma altre sono troppo piccole, troppo eterogenee o entrambe le cose. A Gianfranco Miglio si deve riconoscere il merito di avere per primo posto autorevolmente la questione nel suo “Una Costituzione per i prossimi trent’anni”, un saggio davvero preveggente pubblicato da Laterza nel 1990, prima dunque del crollo della “Prima Repubblica” e mentre la Lega Nord stava ancora muovendo i primi passi. In seguito, nel cruciale ma breve periodo di stretta collaborazione tra Miglio e Bossi (1990-1994), grazie alla Lega Nord molte idee del professore giunsero alla ribalta della vita pubblica del nostro paese. Tra queste, appunto, l’idea delle macroregioni, in seguito rimasta sullo sfondo anche perché la Lega stessa cessò di occuparsene specificamente, puntando invece tutte le proprie carte sul tema dell’indipendenza della Padania. Miglio aveva proposto una riorganizzazione radicalmente federale del nostro paese, che secondo il suo progetto avrebbe dovuto articolarsi in tre grandi macroregioni, più le cinque Regioni a statuto speciale, che dovevano permanere per le loro specificità etno-linguistiche o geografiche.

A parte le cinque Regioni a statuto speciale, che hanno per definizione una precisa identità, le macroregioni di Miglio, a cui si rifà Formigoni, hanno per così dire un’anima o sono frutto di un calcolo puramente tecnico, ragionieristico?
Hanno un’anima, o comunque la possono recuperare facilmente, perché a grandi linee si rimodellano sui cinque maggiori Stati pre-unitari, che erano il frutto ragionevole di una lunga evoluzione storica. E anche per questo – aggiungo – se l’Italia unita fosse nata come federazione di tali Stati, invece che per annessione al Regno sabaudo, oggi staremmo molto meglio. Tornando a noi, poco più tardi, nel 1992, la Fondazione Agnelli lanciò invece l’idea di una riorganizzazione dell’Italia in dodici Regioni. Che si tratti della proposta di Miglio o di quella della Fondazione Agnelli, l’idea delle macroregioni nasce insomma al di fuori della politica partitica verso la fine della “Prima Repubblica”, quando la Lega Nord era per così dire in fasce, visto che compare per la prima volta in Parlamento con le elezioni del 1987.

L’eventuale riformulazione della struttura degli enti locali sembra essere uno dei punti qualificanti per evitare all’Italia il default economico…
Non capisco come mai. Anche in questo settore c’è ovviamente molto da fare, ma la stragrande maggioranza dell’inefficienza e degli sprechi della spesa pubblica è in capo all’amministrazione dello Stato e in particolare alla burocrazia ministeriale romana. Evidentemente però per un ministro è molto più facile proporre la soppressione dei piccoli comuni piuttosto che la riforma generale dell’amministrazione dello Stato, compresa la soppressione di qualche ministero ormai inutile.

Qualcosa non torna: Formigoni vuole accorpare le Regioni e poi contesta la decisione, ora ritirata dal governo, di accorpare i piccoli Comuni?

In primo luogo va osservato che i piccoli Comuni, situati per lo più nel Nord, in genere hanno i conti a posto, nonché sindaci e consigli che costano poco o niente; inoltre danno a basso costo dei servizi apprezzabili. A Galliate Lombardo, Comune con meno di mille abitanti dove vivo, d’inverno c’è un servizio di sgombero neve di una tempestività e di un’efficienza che a Milano se la sognano. Se con l’accorpamento si vuol puntare a rimettere ordine in amministrazioni locali che fanno acqua da tutte le parti, allora i primi Comuni da accorpare sarebbero Roma e Napoli, sempre che se ne trovi uno disponibile ad accorparli… Ciò detto, si può anche pensare a delle fusioni di Comuni, ma non lo si può certo fare d’imperio, da Roma, con criteri astratti calati dall’alto in modo indiscriminato. Un Comune vale non solo per la sua attuale popolazione ma anche per il suo territorio, la sua storia e le sue prospettive di sviluppo. Casomai si tratta di non imporre per legge a quelli piccoli il peso di strutture istituzionali e organizzative di cui non hanno bisogno. I più piccoli potrebbero anche avere un sindaco e due assessori elettivi, senza il consiglio ma con l’assemblea dei residenti (come accade in molti casi in Svizzera). Considerazioni analoghe valgono per le Province. Alcune si potrebbero accorpare, ma anche qui il centralismo astratto è un pessimo consigliere. Quella di Trieste ha un minuscolo territorio, ma qualcuno pensa davvero che la si possa far diventare un comprensorio litoraneo della provincia di Gorizia? Quella di Siena ha una popolazione relativamente esigua, ma qualcuno pensa che Siena possa diventare un comune della provincia di Firenze?

Se la ristrutturazione degli enti locali fosse “cosa buona e giusta” per dare ossigeno ai conti dello Stato, dovrebbe trovare tutti d’accordo. Ma non è così. Lo stesso Formigoni ha invitato al dimagrimento i ministeri, sentendosi però rispondere dal prof. Luca Antonini, presidente della commissione ministeriale sull’attuazione del federalismo fiscale, che i ministeri hanno subito più tagli delle Regioni. Dove sta la verità?
Può darsi che i ministeri, cui fanno capo in Italia circa tre quarti della spesa pubblica, abbiano in qualche specifico caso subito dei tagli più alti in valore assoluto, ma in forza della suddetta obiettiva proporzione mi sento di escludere categoricamente che ciò possa valere anche solo relativamente. Al di là di questo, osservo che sotto la spinta dell’innovazione tecnologica e delle urgenze della globalizzazione, negli ultimi decenni, nelle città del Nord sono spariti stabilimenti che occupavano quartieri interi. A Roma invece non solo non è stato chiuso alcun ministero, ma quando si entra in uno di essi sembra di essere piombati per magia in un film ambientato nell’Italia di quarant’anni fa. Una seria e rigorosa riforma generale porterebbe a quella riduzione drastica del personale che ha fatto scomparire nel Nord quei grandi stabilimenti di cui si diceva. Certo, sarebbe un’operazione ardua e socialmente difficile. Alla Fiat a Torino, alla Pirelli a Milano, alla Marzotto a Valdagno però l’hanno fatta. Dovrebbero farla finalmente a Roma, in via Nazionale, al Viminale, al Quirinale e così via, ovviamente accompagnandola con ogni doverosa misura di mitigazione e di riorientamento dell’economia romana. Ciò fatto, il taglio della spesa pubblica verrebbe di conseguenza e sarebbe davvero possibile. D’altra parte si andrebbero a togliere posti di lavoro statali non a Camberra o a Brasilia, ma a una città di valore simbolico mondiale e con un tale fascino storico e un tale patrimonio d’arte da motivare, se ben gestiti, un flusso di turismo culturale maggiore di quelli di Parigi e di Londra messi insieme. Con tutto il reddito e tutti i posti di lavoro ad ogni livello che ne deriverebbero.