Riprendiamoci la nostra sovranità o conteremo sempre quanto Atene

Tra corporativismo germanico e resa senza condizioni al mercato globale si gioca la partita su un’Italia che già si immagina smembrata, con il Corriere della Sera a Monaco e Unicredit a New York

La chiave per leggere le prime mosse del governo Letta è quella della prudenza. Scelta quanto mai oculata di fronte alle asprezze di una sfida che consiste nel tenere insieme il far fronte all’emergenza, l’avviare una ripresa, trattare con alleati stranieri spesso sprezzanti e organizzare la riforma dello Stato. Ed è ancor più ragionevole questo approccio dopo avere sperimentato lo sventato periodo di arroganza e astrattezza interpretato da Mario Monti. In questo quadro Palazzo Chigi non deve preoccuparsi più di tanto del centrodestra che pur non può essere docile (ogni volta che Silvio Berlusconi ha abbassato la guardia è stato oggetto di un attacco che puntava sulla sua liquidazione), ma condividerà la strategia generale se questa sarà tenuta ferma. Né deve molto temere – almeno nel medio periodo – un Pd impegnato nella ricerca della propria identità.

Agguati pericolosi saranno invece messi in atto dalla banda di Repubblica, sia pure mitigati dal ruolo di Eugenio Scalfari che anche per conto di Carlo De Benedetti cerca di non perdere contatti con l’establishment, soprattutto quello più legato al Quirinale. Comunque gli uomini di Ezio Mauro ne faranno di tutti i colori sia per non perdere il loro potere di condizionamento sul Pd – e per questo motivo hanno aperto un nuovo canale con Matteo Renzi – sia per continuare a governare la massa di nichilismo che hanno contribuito a formare e che non vogliono regalare né al Fatto né a Beppe Grillo. Pedine centrali di questo gioco saranno intellettuali inaciditi, quasi sino al delirio, come Barbara Spinelli e Stefano Rodotà che hanno perso ogni concretezza in quegli alti (e giusti) princìpi che sventolano (europeismo, civiltà dei diritti, costituzionalismo) finendo quindi per inseguire nei fatti il nulla pur di non rinunciare alla vanità di indirizzare certa opinione pubblica.

Anche la “banda” però – pur producendo gravi guasti innanzitutto nei corpi sociali rafforzati nei loro corporativismi dalle sponde nichilistiche (nonché dalla decrepitezza più generale dell’establishment) – non ha in sé nell’immediato grandi possibilità di successo, perché il sentimento popolare che al momento prevale è quello favorevole a tentare la via della pacificazione verso un nuovo assetto dello Stato. Ma se in sé i sabotatori non hanno forze adeguate ai loro obiettivi, diverso è il discorso se si riflette sul quadro internazionale, così influente in un’Italia storicamente segnata da una fragile sovranità. Da una parte c’è una Germania immersa nel suo egoistico immobilismo di fondo che ora predica la patrimoniale per l’Italia (sono più ricchi di noi, si dice in certi ambienti tedeschi), dall’altra ci sono le personalità più legate alla finanza americana che predicano l’affidare il nostro rilevante patrimonio pubblico al mercato globale con le conseguenze che già si sono viste nel 2008. Tra cupo corporativismo germanico e resa a una internazionalizzazione non condizionabile si gioca la partita sulla nostra nazione che già si immagina destrutturata con un Corriere della Sera che risponderà a Monaco di Baviera e un’Unicredit che sarà guidata da New York.

La “banda” non è separata da questi movimenti – si considerino solo le posizioni di un vecchio compagno di merende di De Benedetti come George Soros – ma non è quella che detta una musica che ha interpreti ben più inseriti nel nostro Stato. Questi processi, con tutti gli atti di destabilizzazione che li potrebbero accompagnare, sono quelli che possono portare a crisi politiche, soprattutto se a un certo punto aumenterà la pressione per impedire una Costituzione che ci renda sovrani.

Presidenzialismo e una confederazione alla svizzera
Come contrastarli? Innanzitutto difendendo a destra e a sinistra una identità del nostro popolo che non si faccia condizionare dalla convinzione che siamo straccioni perché non abbiamo fatto la riforma protestante. Poi sulla base di questo fermo posizionamento, si tratta di rivendicare una Costituzione che ci consenta di esprimere il massimo della sovranità popolare e nazionale, il che appare improbabile senza qualche forma di presidenzialismo. Da qui si tratta di passare a un’iniziativa per un’Europa senza egemonie prestabilite, un obiettivo che appare più raggiungibile con un confederalismo alla Svizzera (magari aiutato da un coordinamento latino se non mediterraneo) che da un federalismo all’americana. Infine si tratta di essere sponda alla ricerca di Washington di equilibri più stabili, sostenendo la scelta del mercato unificato transatlantico, che Angela Merkel e Barack Obama appoggiano sinora in modo prevalentemente propagandistico.

Oggi la mancata difesa della nostra sovranità popolare/nazionale ci ha resi così fragili da essere tenuti ai margini non solo da Berlino ma anche da Parigi e Madrid, sotto Varsavia. Contiamo più o meno quanto Atene. Ma la situazione è molto aperta, nessuno ha trovato ancora soluzioni efficienti, l’Italia dalla sua ha una storia che conta e ha un’economia e una società vitali e le basterebbe agire strategicamente per aprirsi nuovi orizzonti.