Il bluff dell’ascolto: proviamo a dire qualcosa ai giovani

Di Emanuele Boffi
20 Ottobre 2026
Condannare le violenze di piazza, ma salvare le nobili motivazioni è un ritornello che nasconde l'afasia del mondo adulto. Che non sa più fornire alcuna buona ragione per vivere
Ragazzi incappucciati vandalizzano un negozio a Milano, 18 ottobre 2026
Milano, 18 ottobre 2026 (Foto Ansa)

“Ascoltare i giovani” è una bella frase da convegno: suona bene, ma nasconde una desolante povertà educativa. E se il problema fosse opposto? Se, anziché continuare ad ascoltarli a vuoto, avessimo finalmente il coraggio di dire loro qualcosa? Ma cosa? Qui si spalanca il baratro dell’afasia del mondo adulto, incapace di offrire altro che slogan sessantottini o risposte securitarie pur di celare la propria impotenza: quella di non saper più indicare una strada, proporre un’idea o aprire un orizzonte sul futuro che non sia soffocante.

C’è un che di patologico nella cantilena con cui buona parte del nostro establishment culturale giustifica la violenza delle piazze. “Le intemperanze vanno condannate, ma i giovani vanno ascoltati”, ripetono come un mantra. Un passe-partout buono per ogni protesta e ogni stagione, perfetto sintomo di quel vuoto di ragioni che sta alla radice dello stesso male che si pretenderebbe di curare.

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L’assalto alla Feltrinelli

Poi ci sono i fatti che dovrebbero rimettere in bolla il giudizio. L’assalto alla libreria Feltrinelli di Torino ne è un esempio lampante. Sabato scorso, una frangia di incappucciati si stacca dal corteo, irrompe nel negozio, devasta gli scaffali e calpesta i volumi. «Come se i chierichetti prendessero a sassate le vetrate della sacrestia», ha osservato Alessandro Gnocchi sul Giornale. Perché la Feltrinelli non è un esercizio commerciale qualsiasi: è l’impero editoriale fondato da un miliardario militante, saltato in aria nel 1972 sotto un traliccio di Segrate nel tentativo di scardinare il sistema. Mezzo secolo di catalogo d’opposizione – dai pamphlet terzomondisti alla guerriglia tascabile – letteralmente calpestato da chi oggi scimmiotta la rivoluzione.

I protagonisti del disastro non ne sapevano nulla e neppure gliene importava. Cercavano solo un pretesto per sfogarsi, distruggere, “scassare”. Eppure, la sinistra salottiera e d’ordinanza si ostina a “catalogarli” poeticamente: chi parla di «bella stagione» (il Manifesto), chi di «fermento attivo» (Concita De Gregorio), chi esulta all’idea di una «Gen Z in rivolta» (Ilaria Salis).

Milano, 18 ottobre 2026 (Foto Ansa)

Il mito di “una battaglia dopo l’altra”

I vari Fiorenza Sarzanini e Mario Calabresi, campioni del giustificazionismo d’ordinanza, come spiegano il fatto che l’80 per cento dei devastatori fosse composto da minorenni? Ragazzini di dodici, tredici, persino undici anni. Figli dell’immigrazione scesi in strada senza striscioni sulla scuola, sul carovita o sul diritto all’abitare, ma guidati dal solo istinto di saccheggiare e distruggere la prima vetrina a tiro.

Puntare il dito sul solito ritornello – “lo Stato non li ascolta, la politica è assente” – è la scorciatoia più comoda per coprire la propria resa. Dipingerli come romantici rivoltosi è la scappatoia tragica di una generazione al tramonto, incapace di ammettere che il sogno di cambiare il mondo con le ricette socialiste è fallito da tempo. Sono adulti rimasti bloccati al personaggio di DiCaprio nel film di Anderson, il rivoluzionario in vestaglia che non può fare altro che condurre “una battaglia dopo l’altra”, nella speranza che i giovani riescano laddove loro hanno fallito.

Ascoltare il Papa

Ecco perché c’è un’emergenza educativa che riguarda gli adulti. Spendono fiumi di parole per autoassolversi o scaricare la colpa sulla contumacia delle istituzioni, ma rimangono in silenzio quando si tratta di offrire un senso all’esistenza. Cercano di tamponare il vuoto con surrogati grotteschi: corsi di bon ton o di educazione sessuale a scuola, rivendicazioni assistenziali nella vita (dal reddito al salario minimo), ma non sanno dire una sola parola sul destino, sul valore dell’amicizia, sul significato del vivere.

Quindi anziché chiederci come fare ad “ascoltare i giovani”, chiediamoci cosa abbiamo noi da dire loro. Forse non aspettano altro che una nostra parola.

Il mezzo milione di ragazzi accorsi per il Papa a Plaza de Lima a Madrid, gli 80 mila allo Stade de France, i cinquemila stipati nelle sale del Meeting di Rimini non cercavano un’assemblea condominiale per farsi ascoltare. Cercavano qualcuno da ascoltare. Qualcuno che parlasse loro con autorevolezza di vita, di morte, di speranza. La vera sfida è tutta qui: offrire risposte all’altezza di domande radicali, per quanto inconsapevoli o acerbe. Perché i ragazzi hanno bisogno di maestri, non di compagni di bisboccia.

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