La pandemia di coronavirus? «È colpa dei cristiani»

Dalla Corea del Sud all’Italia, i media attaccano le religioni. Intervista al sociologo Massimo Introvigne: «Assurdo: accusano 100 neocatecumenali in Campania e non 25 mila tifosi allo stadio San Paolo»

A volte sembra che la storia non faccia che ripetersi. Sono passati poco meno di duemila anni da quando l’imperatore romano Nerone, secondo la ricostruzione di Tacito e non solo, appiccò l’enorme incendio che devastò l’Urbe, incolpando poi i cristiani. Ora che la pandemia di coronavirus flagella il mondo, la vecchia accusa ritorna attuale: chi ha favorito la diffusione del contagio in Corea del Sud, Francia, Sud Italia, Corsica, Svizzera e Burkina Faso? Le religioni, in particolare quella cristiana. È questa la teoria più o meno esplicita che i grandi media, improvvisandosi tribunali con competenze epidemiologiche, avanzano da due mesi.

«Diciamo che nelle redazioni dei giornali e delle emittenti più importanti del mondo la concentrazione di anticlericali e antireligiosi è più ampia che nel resto della popolazione», dichiara a tempi.it Massimo Introvigne, sociologo, fondatore e direttore del Cesnur (Centro studi sulle nuove religioni), che ha da poco pubblicato un libro bianco (Shincheonji e il coronavirus in Corea del Sud: separare i fatti dalla fantasia) per smentire le troppe sciocchezze scritte in tutto il mondo sul ruolo della Chiesa di Shincheonji sulla diffusione del virus in Corea del Sud. «La Corea però non è un caso isolato: in Francia hanno accusato i pentecostali della Christian Open Doors, in Italia i neocatecumenali, in Malesia i musulmani: il pregiudizio è evidente».

Professore, a metà marzo il governatore della Campania, Vincenzo De Luca, “ha chiuso” quattro Comuni del Vallo di Diano in provincia di Salerno, incolpando alcuni cattolici di aver compiuto un «rito mistico» infettando la zona.
Hanno accusato un gruppo di neocatecumenali, poche decine di persone, per essersi riuniti in un albergo nel fine settimana del 28 febbraio. Il “rito mistico” sarebbe il passaggio del calice per la comunione.

Non sarebbe stato meglio rimandare il ritiro spirituale?
Con il senno di poi si può dire senza problemi che bisognava bloccare quegli incontri, ma il governo non aveva ancora disposto nessun divieto. Soprattutto negli stessi giorni, il 29 febbraio, allo stadio San Paolo di Napoli sugli spalti c’erano 25 mila persone. In questo caso non ho letto titoli contro i tifosi napoletani o del Torino.

Nello stesso fine settimana, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, si faceva fotografare a Milano mentre beveva uno spritz e lanciava lo slogan: #MilanoNonSiFerma.
Appunto. Non bisognava bloccare solo le riunioni religiose, ma anche le partite di calcio, i matrimoni, i carnevali, i ristoranti. Tutto.

Invece si accusano le religioni, come in Corea del Sud: tutto è partito dalla setta di Shincheonji.
Intanto non mi piace l’utilizzo del termine “setta”, che viene adoperato in modo improprio. È chiaro che la Chiesa di Shincheonji ha causato molti contagi nel paese, ma bisogna analizzare questa notizia nel suo contesto. Intanto in Corea del Sud non era vietato, come non lo è ora, organizzare funzioni religiose. La signora che era positiva al virus e che ha infettato gli altri si era recata nei giorni precedenti in ospedale, ma non le avevano fatto il test rimandandola a casa. Appena saputo dei contagi, la congregazione ha bloccato tutte le funzioni. Il governo ha chiesto la lista di tutti i fedeli e loro l’hanno consegnata in 6 giorni. Certo, potevano farlo in 4, avrebbero fatto una figura migliore, ma è evidente che il coronavirus è stato usato per dare addosso alla congregazione.

E perché mai avrebbero dovuto farlo?
Ci sono tanti motivi. Intanto a breve ci saranno le elezioni generali in Corea e tutti i politici hanno bisogno di un capro espiatorio. Questa Chiesa, poi, era già odiata prima dell’epidemia: è impopolare tra i protestanti perché il numero dei fedeli cresce a un ritmo impressionante. Hanno un proselitismo molto aggressivo, come quello dei Testimoni di Geova, e convertono non atei o buddhisti ma fedeli di altre confessioni cristiane.

Un attacco costruito ad arte, dunque?
Non dico che non ci siano stati degli errori, ma bisogna distinguere i fatti dalla fantasia. È stato scritto ad esempio che i fedeli di Shincheonji non si fanno curare perché ritengono che le malattie provengano dal peccato. Ma è una stupidaggine, non si può confondere la teoria generale con una teologia spicciola del caso particolare. Anche i cattolici sostengono, perché lo insegna la Scrittura, che il male sia entrato nel mondo con il peccato originale, eppure nessuno quando prende il raffreddore pensa che ciò sia dovuto a un peccato particolare. Per Shincheonji vale lo stesso.

In quali altre occasioni sono state accusate le religioni?
I pentecostali della Christian Open Doors sono stati accusati, dopo una funzione a Mulhouse del 18 febbraio, di aver infettato Francia, Svizzera, Burkina Faso, la Guyana francese e la Corsica. Ma anche in quel caso, il 18 febbraio in Francia non c’erano divieti di alcun tipo e si contavano già una decina di casi.

Perché allora si accusano i fedeli?
Da una parte è ovvio che le riunioni religiose, come ogni evento in cui tante persone si trovano nello stesso posto tutte insieme, sono un possibile vettore di diffusione del virus. Dall’altro è evidente che lo sono al pari della partita Atalanta-Valencia o di quella già citata Napoli-Torino o del carnevale di New Orleans. L’unica differenza è che la stampa è prona a farsi eco di slogan antireligiosi. Prima di accusare il calcio ci pensano due volte, ma se si tratta di una funzione religiosa sono tutti contenti.

Perché?
Non sono certo il primo a dire che i professionisti anticlericali e antireligiosi abbondano in certe redazioni, penso solo alla Bbc. È un po’ come per la pedofilia clericale: è sicuramente un grave problema di cui la Chiesa si sta occupando e molte vicende purtroppo sono vere. Però alcune non lo sono e spesso l’incidenza statistica della pedofilia nel clero è amplificata nei media con statistiche folkloristiche. Il pregiudizio contro le religioni è un fattore evidente, insomma: la stampa è sempre pronta a scatenarsi quando c’è da colpirle.

Foto Ansa