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Il referendum sull’aborto in Irlanda lo decideranno Facebook e Google?

maggio 21, 2018 Jon Anderson

La sospensione degli annunci online da parte dei due giganti della rete non risolve le controversie sulle ingerenze straniere nel voto. Anzi, le alimenta

Per gentile concessione del Catholic Herald, proponiamo di seguito in una nostra traduzione un articolo di Jon Anderson che appare nel numero del 18 maggio 2018 del settimanale britannico. Il testo originale in inglese è pubblicato in questa pagina.

Nell’imminenza del referendum del 25 maggio per la liberalizzazione della rigida legislazione sull’aborto dell’Irlanda, Google e Facebook sono intervenute per limitare la pubblicità online rivolta agli elettori irlandesi. Facebook si è concentrata sugli inserzionisti, perlopiù statunitensi, che intendevano pubblicare annunci sui social media irlandesi. Google si è spinta oltre e ha vietato tutte le pubblicità online riguardanti il referendum.

Sebbene questa possa apparire come una misura neutrale, si ritiene che a trarne beneficio sarà la campagna a favore dell’abrogazione dell’ottavo emendamento, che vieta l’aborto nella maggior parte delle situazioni. La campagna per il no (contraria all’abrogazione), che è stata abbondantemente tagliata fuori dalla stampa irlandese, si è affidata molto ai social media per organizzarsi.

Ailbhe Smyth, una dei leader della campagna abrogazionista, ha commentato che la mossa di Google «crea condizioni di parità fra le parti, specialmente per quanto riguarda le ricerche su YouTube e Google». Tuttavia, Laoise Ní Dhubhrosa della “London Irish United for Life” dice al Catholic Herald: «Si tratta di uno sviluppo molto preoccupante. Nella nostra esperienza, i media tradizionali in Irlanda sono estremamente prevenuti nei confronti della posizione pro-life; la maggior parte dei giornali irlandesi hanno una linea editoriale favorevole all’abrogazione dell’ottavo emendamento. In un contesto simile, i gruppi pro-life devono contare sui nuovi media, compresa la pubblicità online, per far conoscere il proprio messaggio».

Pur godendo del sostegno di quasi tutto l’establishment irlandese, compresa la maggioranza dei politici, dei media e delle celebrità come Bono e Liam Neeson, il fronte del sì è diventato sempre più nervoso man mano che il vantaggio nei sondaggi si restringeva durante la campagna. Prima che fosse indetto il referendum, nelle rilevazioni le intenzioni per il sì battevano quelle per il no come minimo due a uno, anche se un’ampia fetta di elettori diceva di non avere ancora deciso come avrebbe votato. L’indagine più recente dava il sì al 45 per cento con il no al 34.

I militanti di entrambi gli schieramenti sanno anche che, se i sondaggisti irlandesi vantano buoni risultati in occasione delle elezioni generali, non sono molto bravi nel predire gli esiti dei referendum. Che sia per via dello scarso entusiasmo popolare o perché gli elettori irlandesi dicono ai sondaggisti quello che vogliono sentirsi dire, i governi del paese hanno perso spesso votazioni in cui dai sondaggi erano dati sicuramente per vincenti. Perciò lo scarto potrebbe essere molto inferiore di quello che indicano le rilevazioni, e anche se le restrizioni alla pubblicità online avranno un effetto minimo, questo potrebbe essere decisivo.

A influenzare in misura importante il divieto online sono state le ricadute di eventi politici recenti come il voto sulla Brexit e, ancor più, l’elezione del presidente Trump. La vittoria imprevista di Trump ha provocato una breccia nell’alleanza tra il Partito democratico e la Silicon Valley creata da Bill Clinton negli anni Novanta. Gran parte della base democratica, anziché ammettere di aver scelto un candidato insipido o di aver organizzato male la campagna, ha dato la colpa della sconfitta alle “fake news” e in particolare all’opera di disinformazione russa. Finora, però, le prove che i troll russi abbiano spinto gli elettori a sostenere Trump o la Brexit sono molto deboli.

Da quegli shock del 2016, i giganti dei social media sono impazienti di dimostrare che le loro piattaforme sono a prova di troll e di disinformazione, ma nel clima polarizzato dell’attuale politica americana tutto questo ha portato loro soltanto ulteriori accuse di pregiudizio. Fecebook ha ingaggiato dei fact-checker per garantire imparzialità, a suo dire, ma è stata accusata di prendersela con i canali di informazione conservatori. La società di recente ha attirato il fuoco su di sé perché ha minacciato di penalizzare Babylon Bee, un popolare sito satirico cristiano, per aver pubblicato “fake news”.

In vista delle elezioni americane di mid-term a novembre, i social media probabilmente saranno messi sotto esame. La mossa sul referendum irlandese è considerata come una prova generale per la capacità delle aziende tecnologiche di gestire l’attività politica online sulla più vasta scena americana. Ma porta anche tali aziende nel campo minato del coinvolgimento straniero nelle votazioni irlandesi, cosa che nel paese è non solo regolata legalmente ma anche politicamente controversa.

In effetti, i maggiori problemi legali il fronte del sì li ha avuti con il coinvolgimento straniero. Nel dicembre scorso, la Standards in Public Office Commission (Sipo) ha ordinato alla sezione irlandese di Amnesty International di restituire una donazione di 137 mila euro da parte del finanziere miliardario George Soros, un contributo specifico per le sue [di Amnesty] campagne a favore della liberalizzazione dell’aborto in Irlanda e in altri paesi.

A norma dell’Electoral Act (1997), ogni organizzazione che riceve dai 100 euro in su in donazioni per fare campagna elettorale deve registrarsi come parte terza, e non può ricevere donazioni da alcuna persona che risieda fuori dall’Irlanda e che non sia un cittadino irlandese – il che esclude dai giochi l’ungherese-americano Soros. Amnesty si è rifiutata di restituire la donazione e sta contestando la sentenza, sulla base dell’argomento che la rigida interpretazione della legge da parte della Sipo non è coerente con la pratica dello stesso governo irlandese, che sostiene cause per i diritti umani all’estero.

Due figure agli antipodi del dibattito sono David Quinn, fondatore dello Iona Institute, che promuove il matrimonio e la religione nella società, e Colm O’Gorman, direttore esecutivo di Amnesty International Ireland.

In occasione della sentenza, Quinn ha detto: «Mi unirò a Colm nella campagna per cambiare l’Electoral Act. Sarei felice di vederlo cambiare, ma nel frattempo, bisogna obbedire ad esso e non ritenersene al di sopra; e poi non ci possono essere doppi standard nel modo in cui sono trattate le organizzazioni riguardo al modo in cui cercano di raccogliere soldi». La Sipo ha argomentato che lo scopo era difendere il processo elettorale irlandese da ingerenze straniere.

Ci sono due cose che rendono quella procedurale una questione così sensibile in Irlanda. Una è il tema dei soldi. Da quando un verdetto della Corte suprema nel 1995 ha proibito al governo di spendere soldi dei contribuenti in propaganda di parte nelle campagne referendarie, possono essere impiegati solo fondi privati. Questo può eliminare lo svantaggio per chi fa campagna contro qualche proposta dello Stato, ma significa comunque che la fatica per raccogliere finanziamenti pari a quelli degli avversari è metà della battaglia.

Cosa anche più importante, gli elettori irlandesi possono resistere ai tentativi di influenzare gli affari interni del paese da parte di stati stranieri – soprattutto la Gran Bretagna. Sulla questione dell’aborto, che ha attirato molte attenzioni straniere, questa è un’arma a doppio taglio. I liberal irlandesi hanno agitato volentieri lo spauracchio del coinvolgimento dei fondamentalisti americani, che avrebbero ben poco in comune con i cattolici irlandesi a parte l’opposizione all’aborto. Dalla parte opposta, i conservatori additano le pressioni sull’Irlanda delle istituzioni Onu e Ue per assimilare le leggi del paese alle norme internazionali. E il finanziamento da parte di George Soros a favore di cause politiche in giro per il mondo, inclusa la sua lunga guerra con il governo ungherese di Viktor Orbán, provoca controversie ovunque.

Tutte queste accuse di influenza sono esagerate, ma contengono un seme di verità. Nonostante la sua rapida evoluzione in società post-cristiana, l’Irlanda mantiene uno dei regimi più restrittivi al mondo sull’aborto, e per la costituzione la legge può essere modificata solo con l’assenso degli elettori in un referendum. Così l’esito irlandese rappresenterà un gigantesco trofeo per coloro che nel mondo si appassionano all’uno o all’altro fronte della disputa. Non sorprende che i militanti fuori dall’Irlanda vogliano dire la loro.

Ma alla fine saranno gli elettori irlandesi a decidere. L’impegno dall’esterno potrebbe spostare l’ago della bilancia se il risultato sarà molto in bilico. Ma fattori più importanti saranno la campagna sul campo, se ci sarà o meno un divario di entusiasmo tra i due fronti, e quanto “sentiment” cattolico rimanga in un paese in cui decenni di scandali hanno demolito il potere istituzionale della Chiesa.

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