Ora il Québec vuole vietare la preghiera in pubblico. Scandalo anche tra i secolaristi
Il Québec, Eldorado della laicità, sta progettando di «vietare la preghiera in luoghi pubblici». Il ministro per la laicità della provincia, Jean-François Roberge, ha spiegato poche settimane fa che la decisione è stata motivata dalla «proliferazione della preghiera in strada», definita «una questione seria e delicata», che il governo segue con «inquietudine». Da qui l’annuncio: verrà presentata una legge in autunno.
L’annuncio segue le dichiarazioni pubbliche del premier François Legault: «Vedere persone pregare per strada, nei parchi pubblici, non è qualcosa che vogliamo in Québec», aveva dichiarato in seguito a una serie di raduni di preghiera islamica di massa nel 2024 a Montreal. «Quando si vuole pregare, si va in una chiesa o in una moschea, non in un luogo pubblico».
Una legge per vietare la preghiera
Per oltre sei mesi, il gruppo Montreal4Palestine ha organizzato proteste domenicali davanti alla Basilica di Notre-Dame della città, comprese preghiere pubbliche. Le manifestazioni hanno talvolta provocato contromanifestazioni. Da qui la contromossa di Legault, che ha fatto della laicità una priorità legislativa fondamentale, oggi tradotta nella messa al bando del religioso.
Sul fronte opposto, la reazione è stata immediata e accorata. L’arcivescovo di Montréal, monsignor Christian Lépine, ha diffuso una lettera pubblica sul portale dell’arcidiocesi e sul quotidiano di Montreal La Presse: la laicità dello Stato, scrive, «non richiede la cancellazione pubblica della fede nella società», vietare la preghiera nei luoghi pubblici «sarebbe, in qualche modo, come vietare il pensiero stesso», oltre a essere in aperto contrasto con la Carta canadese dei diritti e delle libertà, con la Carta dei diritti e delle libertà dell’uomo del Québec e con la Dichiarazione universale dei diritti umani.
«A repentaglio la Via Crucis e il viaggio del Papa»
L’arcivescovo ha definito la proposta impraticabile e discriminatoria, aggiungendo che avrebbe «messo a repentaglio tradizioni profondamente radicate nel Québec», come la Via Crucis, le processioni della Domenica delle Palme e la festa del Corpus Domini. «Questi eventi, caratterizzati da ordine e dignità, sono spazi di incontro», ha affermato. «Proibire la preghiera in pubblico significherebbe minacciarne la stessa esistenza». Perfino il viaggio apostolico del Papa, come quello di Francesco nel 2022 con tappa a Québec, diventerebbe fuorilegge.
I vescovi cattolici, presieduti da Martin Laliberté, si dicono «sbalorditi»: la proposta, denunciano, travalicherebbe le carte dei diritti fondamentali, prendendo di mira i gruppi religiosi minoritari, percepiti da alcuni come una minaccia all’identità del Québec.
L’ossessione per la laicità
Il provvedimento annunciato appare come il figlio minore del già controverso Bill 21, approvato nel 2019. Tale legge, che viola sia la Carta dei diritti umani e delle libertà del Québec sia la Carta dei diritti e delle libertà del Canada, vieta a giudici, agenti di polizia, guardie carcerarie e insegnanti di indossare simboli religiosi sul posto di lavoro. Impone a tutti i lavoratori pubblici, come autisti di autobus, medici e assistenti sociali, di tenere il volto scoperto. Primo risultato tangibile ed emblematico della legge, la rimozione del crocifisso dal Parlamento.
Un simbolico atto di sfida alla religione, divenuta, si dice, identità storica del Québec. Nonostante la Corte l’abbia riconosciuto incompatibile con le libertà, è rimasto in vigore grazie alla clausola “notwithstanding”, l’eccezione costituzionale che sospende le garanzie fondamentali. La stessa che potrebbe invocare la provincia canadese per proteggere la legge che vieta la preghiera in luoghi pubblici da contestazioni costituzionali.
I giuristi difendono la libertà religiosa
Contestazioni che sono arrivate da giuristi e numerosi esponenti della società civile, dalla Canadian Constitution Foundation alla Canadian Civil Liberties Association, che hanno definito l’iniziativa «una chiara violazione» della libertà di religione, espressione, riunione e associazione. E dello stesso principio di laicità: «Sopprimere l’espressione religiosa pacifica, a livello individuale o comunitario, sotto le mentite spoglie del secolarismo, non solo emargina le comunità basate sulla fede, ma mina anche i principi di inclusione, dignità e uguaglianza».
La spinta a vietare la preghiera pubblica, sottolinea il Guardian, segue un dettagliato rapporto del comitato indipendente della provincia incaricato di studiare come rafforzare la laicità. Tra le cinquanta raccomandazioni, il comitato ha suggerito di estendere il divieto dei simboli religiosi agli operatori degli asili nido. In particolare, il rapporto non ha richiesto un divieto provinciale della preghiera pubblica né nuovi strumenti per proteggere le università dall’essere costrette a istituire sale di preghiera. Ha invece rilevato che i comuni dispongono già delle «competenze necessarie» per far rispettare le norme relative alla preghiera in strada.
La preghiera diventa un tema elettorale
Nonostante l’indignazione dei gruppi per i diritti civili e di difesa dei diritti, con le elezioni provinciali previste per il 2026 e le questioni identitarie e laiche che tornano a dominare il dibattito politico del Québec, l’iniziativa ha incassato il sostegno di altri leader politici. Il leader del Parti Québécois, Paul St-Pierre Plamondon, il cui partito “dell’ateismo ufficiale” è in testa nei sondaggi, ha definito le preghiere pubbliche una «appropriazione dello spazio pubblico da parte dei fondamentalisti religiosi».
«Sia chiaro – ha invece scritto su X André Pratte, ex giornalista e senatore -: non sono le preghiere nei luoghi pubblici a essere inquietanti; i cattolici pregano in pubblico da decenni e nessuno ha mai protestato, anche se i quebecchesi hanno buttato la religione nella spazzatura. No, ciò che è inquietante sono i musulmani che pregano, allo stesso modo in cui il divieto dei simboli religiosi era in realtà rivolto solo al velo musulmano». La questione ha riacceso il dibattito sulla portata dell’attenzione del governo sulla laicità.
L’eclissi di Dio in Québec
Il cardinale Marc Ouellet, che fu arcivescovo di Québec, denuncia da tempo la rimozione di Dio dall’orizzonte culturale occidentale, come un fatto massiccio e doloroso che reclama una risposta di conversione spirituale e missionaria. Chiese chiuse, riconvertite in palestre o teatri, cattedrali divenute spa, in una provincia che dalla “rivoluzione silenziosa” degli anni 60 raccoglie i frutti delle riforme per laicizzare scuole e ospedali, legalizzare la contraccezione, depenalizzare l’aborto, nazionalizzare industrie e rafforzare i sindacati.
Tutto ciò ha trasformato il Québec da una delle società più devote a una delle meno religiose, con la frequenza in chiesa scesa dal 90 al 4 per cento, e un tasso di fertilità ai minimi storici in Canada. La laicità radicale, che qui si traduce in proibizione della preghiera pubblica, non è solo questione di separazione tra Stato e religione: è un indice di una società che ha sostituito la fede con la gestione tecnica della vita. Nel Québec moderno, già mattatoio mondiale dell’eutanasia e laboratorio per estenderla oltre ogni paletto, il divieto della preghiera pubblica appare meno come tutela dei diritti civili e più come affermazione di un controllo culturale che definisce chi può esprimere il proprio credo e dove.
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