Quanto fa comodo l’ascesa grillina al business di Repubblica

Per capire come le cose andranno a finire bisogna innanzitutto valutare le forze che puntano apertamente sulla destabilizzazione, come la banda De Benedetti.

Per uscire dalla drammatica crisi che stanno vivendo oggi società e Stato italiani sarebbe opportuno un governo sostenuto da una maggioranza di unità nazionale che affrontasse l’emergenza e le modifiche alla Costituzione necessarie a dare senso a una riforma elettorale che assicuri governabilità e rappresentanza. Senza questa soluzione sono possibili radicalizzazioni dagli sbocchi imprevedibili.

REPUBBLICA GONGOLA. Per capire come le cose andranno a finire bisogna innanzitutto valutare le forze che puntano apertamente sulla destabilizzazione. Al loro centro vi è la banda De Benedetti che teme accordi di tipo istituzionale come rischi di ridimensionamento del proprio peso condizionante e, insieme, considera l’attuale una ghiotta occasione per una grande espansione del proprio business collocando magari “l’amico affarista” al Quirinale e dando così l’ultimo colpo al già fragile concorrente Corriere della Sera: con un Pd allo sbando e con settori di magistratura combattente pur determinanti ma che si muovono secondo logiche feudali, è questo il vero cervello delle manovre in atto.

IL PROBLEMA PD. A questa regia naturalmente sono indispensabili i “democratici”, dentro i quali operano sia le ambizioni di un ceto politico autonomizzato dalla base sociale – come dimostra il catastrofico abbandono del voto operaio –, impegnato solo in logiche infranomenklature (nuovi verso vecchi), sia il miserabile municipalismo degli “emiliani”, che come già successe con i riformisti “padani” prima del fascismo (la scelta di non appoggiare Giovanni Giolitti per non rompere con i massimalisti aprì la via a tutte le avventure) antepongono il potere locale alle esigenze della nazione. Un limite a questa deriva è posto dagli ex togliattiani del Pd, allevati a considerare il sostegno al quadro democratico come base del fare politica. Ma è un freno relativo perché non avere cambiato la Costituzione in questi venti anni ha tolto “verità” a chi oggi invoca responsabilità nazionale.

IL PESO DELLE TOGHE. Anche la sponda della magistratura più riflessiva, che pur si esprime in diverse occasioni, è debole rispetto non solo alle incalzanti vampate di fanatismo ben presenti tra le toghe (e non solo tra quelle politicizzate) ma anche alle preoccupazioni corporative di chi considera come l’esposizione politicizzata di questi decenni potrebbe rimettere in discussione un “sistema” abnorme per una democrazia liberale ma vantaggioso per i suoi membri, e quindi antepone la difesa dei propri privilegi alle esigenze di responsabilizzazione e riforma.

GRILLINI FORCAIOLI. In questo contesto pesa, infine, il dato clamoroso che un italiano su quattro abbia votato per un movimento rigorosamente antipolitico come quello grillino. Su questo voto hanno inciso tendenze europee: si sono saldate le diffuse spinte continentali populistiche di destra (basta con l’Europa, basta con lo Stato) particolarmente inferocite in Italia per un anno di vanesia arroganza di Mario Monti che ha fatto sentire senza rappresentanza vaste aree della nostra società, con pulsioni nichilistiche di nuove generazioni alle quali partiti e sindacati tradizionali (al contrario che negli Stati Uniti) non sanno più parlare. In breve il voto a Beppe Grillo è una somma dei voti lepeniani più quelli dei Piraten con il principale collante del forcaiolismo. La straordinaria vitalità di questo movimento è determinata dalla caratteristica centrale della nostra situazione: la mancanza di uno Stato, surrogata da magistrati che come è evidente agiscono da sponda ad “altri” Stati.

LINCIAGGIO E SBERLEFFO. Come nel lungo periodo delle dominazioni straniere sull’Italia, la funzione della rappresentazione della società dunque non viene più delegata ad élite politiche o intellettuali, ma a buffoni. Niente più i Machiavelli ma i vari Pulcinella, Arlecchino, Brighella che consentono a un popolo che non può più governarsi almeno di insultare chi esercita un potere non adeguatamente legittimato. Senza più lotta politica, resta lo sberleffo. E insieme il linciaggio. Come dicevano i Borboni: festa, farina e forca per dominare le plebi. È certo importante che il grillismo, pur con slogan e insulti fascistoidi, non degeneri (per ora) in violenza, e che la farsa dunque prevalga sulla tragedia. E questo solo tratto (oltre alla necessaria attenzione che va riservata ai fattori oggettivi che hanno generato il fenomeno) merita che a un movimento pur nei fatti gravemente disgregatore, siano riservate anche offerte di dialogo, pur sapendo che al fondo si tratta di una febbre che va superata, recuperandola alla politica o altrimenti completerà la rovina dell’Italia.