Quando Ratzinger era progressista

I ricordi del papa emerito Benedetto XVI sugli anni del Concilio Vaticano II. Anticipazione dal libro “Ultime conversazioni” (con Peter Seewald) in uscita domani

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Pubblichiamo uno degli stralci proposti dall’Osservatore Romano di Ultime conversazioni, un libro che raccoglie interviste a Benedetto XVI a cura di Peter Seewald. Il volume uscirà domani, venerdì 9 settembre, nelle edicole italiane con il Corriere della Sera e in libreria con Garzanti. Si tratta del quarto libro realizzato dal giornalista tedesco con Ratzinger.
Nel brano che segue, il Papa emerito consegna a Seewald alcuni ricordi dell’epoca del Concilio Vaticano II.

Si ricorda il giorno della sua partenza per Roma?
Prima andammo a visitare le tombe dei vescovi nel duomo di Colonia, il cardinale Frings, [il segretario Hubert] Luthe e io. Il cardinale sostò a lungo di fronte al punto in cui sarebbe stato sepolto. Poi ci dirigemmo all’aeroporto.

Eravate alloggiati tutti e tre nello storico collegio tedesco-austriaco per sacerdoti, l’Anima?
Il cardinale e Luthe alloggiavano all’Anima [al collegio di Santa Maria dell’Anima], come tutti i vescovi austriaci. Per me non c’era più posto, perciò il rettore mi procurò una camera all’Hotel Zanardelli, che è proprio all’angolo. Ma dalla colazione, a cominciare dalla messa mattutina, ero all’Anima, tranne che per la pennichella, che a Roma, l’ho imparato allora, è molto importante. Fino a quel momento non sapevo cosa fosse la pennichella, ma poi è diventata un’abitudine. Nel secondo periodo conciliare abitavo nel Palazzo Pamphilj, che è adiacente a Sant’Agnese in piazza Navona. Solo durante il terzo e quarto periodo alloggiai all’Anima.

Le piaceva la vita romana? Piazza Navona per esempio?
Per me era tutto nuovo. La mattina presto passavano i bambini che andavano a scuola con il grembiule: non avevano cartelle, ma portavano i libri in mano legati da un elastico. Lo trovavo molto divertente. Tutt’intorno pullulava di vita, c’erano i commercianti e le botteghe dei barbieri erano affollate di clienti con la faccia coperta di schiuma: allora si usava ancora farsi radere. Ogni giorno facevo la mia passeggiata, così imparai a conoscere il quartiere. A volte veniva anche il cardinale, era cieco, bisognava accompagnarlo. Una volta mi capitò di perdere l’orientamento e di non sapere più da che parte andare. Fu una situazione imbarazzante. «Mi descriva la piazza in cui ci troviamo», mi disse Frings. Gli descrissi allora la statua che ospitava. Rappresentava un politico italiano. «Ah, è Minghetti, allora dobbiamo proseguire per di lì e poi per di là», mi spiegò indicandomi la strada. Trovavo divertente e interessante la vita romana: l’allegria, il fatto che la maggior parte della giornata si svolgesse per strada e tutto quel rumore. All’Anima era bello conoscere tanta gente, i vescovi austriaci, i giovani cappellani del collegio. Il cardinale Frings radunava cardinali provenienti da tutte le parti. Il vescovo Volk, un uomo di elevato rigore intellettuale e spiccate doti organizzative, convocava riunioni di gruppi internazionali di vescovi nel suo appartamento nella Villa Mater Dei, a cui partecipavo sempre anch’io. Lì conobbi anche de Lubac…

Come fu la prima volta? Era entusiasta, gratificato?
Ero piuttosto tiepido. Naturalmente i grandi luoghi del cristianesimo primitivo mi entusiasmarono, le catacombe, Santa Priscilla, la chiesa di San Paolo dentro le Mura, San Clemente. Anche la necropoli sotto San Pietro, ovvio. Non però nel senso che mi sentivo in sospeso sulle nuvole, ma perché l’origine era lì, si toccava con mano la grandezza della continuità.

Quando vi siete trovati per la prima volta in piazza San Pietro non vi siete saltati al collo, lei non ha detto: «Eccoci qui, caro Georg, nella nostra patria, nel centro della cristianità»?
Noi Ratzinger non siamo così emotivi. Non che non fosse impressionante, beninteso. Anzitutto, appunto, l’incontro con la continuità a partire dalle origini, da Pietro e dagli apostoli. Per esempio nel carcere mamertino, dove si può rivivere l’epoca del primo cristianesimo. Questo fascino, tuttavia, si espresse più a livello intellettuale, interiore, senza, per così dire, farci prorompere in grida di giubilo.

Il viaggio costituiva già una preparazione al Concilio?
Anche noi eravamo stati contagiati dall’entusiasmo destato da Giovanni XXIII. I suoi modi anticonvenzionali mi avevano subito affascinato. Mi piaceva che fosse così diretto, così semplice, così umano.

Lei era un sostenitore di Giovanni XXIII?
Certo che lo ero.

Un autentico fan?
Un autentico fan. Si può dire così.

Si ricorda come e dove ha saputo dell’annuncio del Concilio?
Non con esattezza. L’avrò sentito dire alla radio. Poi, naturalmente, ne parlammo tra noi professori. Fu un momento di grande commozione. L’annuncio del Concilio poneva delle domande – come si metteranno le cose, come fare perché vadano per il verso giusto? – ma suscitava anche grandi speranze.

Fu sempre presente dal primo all’ultimo giorno, in tutti e quattro i periodi conciliari?
Sì, sempre. In questi casi un professore ottiene un congedo temporaneo dal ministero dell’Istruzione.

Come vi capivate? Lei parlava poco italiano.
Poco, sì, ma in qualche modo funzionava. Prima di tutto, conoscevo abbastanza il latino, anche se non avevo mai studiato teologia in latino, come i Germanici [gli studenti di lingua tedesca del collegio Germanicum]. Facevamo tutto in tedesco. Per questo anche parlare latino per me era un’esperienza completamente nuova che limitava le mie possibilità di partecipazione. Conoscevo anche un po’ il francese naturalmente.

Non si era concesso un corso di italiano?
No [ride]. Non c’era tempo. Avevo così tanto da fare!

Aveva portato con sé un dizionario?
Quello sì.

Quale esperienza ricorda più volentieri?
Per Ognissanti andammo a Capri con il cardinale. Prima avevamo visitato Napoli, le varie chiese e via dicendo. A quei tempi il viaggio a Capri era ancora un’avventura, a bordo di una barca che ballava moltissimo. Vomitarono tutti, anche il cardinale, mentre io riuscii a trattenermi. Poi, però, a Capri fu bellissimo. Fu un vero e proprio momento di sollievo.

Di quale schieramento si considerava parte, di quello progressista?
Direi di sì. All’epoca essere progressisti non significava ancora rompere con la fede, ma imparare a comprenderla meglio e viverla in modo più giusto, muovendo dalle origini. Allora credevo ancora che tutti noi volessimo questo. Anche progressisti famosi come de Lubac, Daniélou e altri avevano un’idea simile. Il mutamento di tono si percepì già il secondo anno del Concilio e si è poi delineato con chiarezza nel corso degli anni successivi.

Foto Ansa

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