Qua la mano Vladimir. Perché Obama ha cambiato strategia in Siria

La caduta di Assad non è più una priorità. Anche se questo vuol dire accettare una parziale vittoria sul campo dei russi, oggi il vero obiettivo di Obama è l’Isis

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La notizia dell’anno sullo scacchiere mediorientale non è che in Siria le forze governative e i loro alleati dopo anni di stallo stanno riconquistando terreno ai ribelli e avanzando verso la frontiera con la Turchia: dopo che la Russia è intervenuta direttamente nel conflitto nel settembre scorso a fianco del regime, era prevedibile che la bilancia avrebbe cominciato a pendere dalla parte governativa. Purtroppo non è notizia dell’anno nemmeno l’accordo di Monaco del 12 febbraio che sancisce il primo cessate il fuoco in Siria dall’inizio delle ostilità quasi cinque anni fa: la guerra ha semplicemente cambiato forma, e continuerà ancora verosimilmente per mesi.

La vera notizia è che le priorità strategiche degli Stati Uniti nell’area sono cambiate: al primo posto non c’è più la caduta del regime di Bashar el Assad in Siria, ma la disarticolazione dell’Isis. A questo fine gli americani sono disposti a fare buon viso a cattivo gioco, cioè ad accettare una parziale vittoria sul campo dei loro avversari strategici (regime di Damasco, Russia, Iran ed Hezbollah) e la sconfitta dei loro alleati di sempre (Turchia, Arabia Saudita, Qatar e ribelli della galassia del Free Syrian Army), per poi procedere d’intesa coi russi a una spartizione delle aree di influenza nella regione e alla liquidazione dell’Isis.

All’inizio del dicembre scorso era stato il sito internet israeliano Debka File a denunciare niente meno che l’esistenza di un accordo segreto fra russi e americani per spartirsi il controllo della regione, denominato “patto segreto dell’Eufrate” perché lo storico fiume sarebbe stato individuato come frontiera fra le due sfere d’influenza. Debka File, creato da ex agenti dei servizi segreti israeliani, è considerato una fonte non affidabile e uno strumento per operazioni di disinformazione a vantaggio degli elementi di estrema destra nel governo e nella comunità dei servizi di sicurezza israeliani. I fatti dei mesi successivi, comprese le modalità con cui si è arrivati all’accordo di Monaco e la crescente acquiescenza americana alle logiche del campo di battaglia che vedono governativi e russi prendere il sopravvento, sembrano però dare ragione al sito di analisi politica e militare.

Settimana scorsa Michael Ignatieff sul ben più autorevole Financial Times ha descritto nei seguenti termini l’attuale «politica siriana che non osa dire il suo nome» di Barack Obama: «Permettere ad Assad e al presidente Vladimir Putin di vincere concentrando gli attacchi su caposaldi ribelli antiregime come Aleppo, e poi, dopo un decente intervallo, unirsi a loro per schiantare i militanti dell’Isis». Qualche giorno prima il New York Times aveva scritto: «Gli insorti appoggiati dagli Stati Uniti avevano fatto da parecchio tempo l’abitudine alla posizione americana degli ultimi anni, cioè che Washington non voleva una loro vittoria militare per evitare che a un’improvvisa caduta di Assad facesse seguito un’ascesa al potere degli islamisti radicali; volevano però aiutarli a non essere sconfitti per un tempo abbastanza lungo da convincere il governo siriano a negoziare una soluzione politica. Adesso quei ribelli temono che gli Stati Uniti e i loro alleati abbiano deciso di permettere che loro vengano effettivamente sconfitti».

L’accordo russo-americano
Che un patto segreto fra russi e americani sia stato messo a punto lo si intuisce da vari indizi. Nei giorni immediatamente precedenti all’accordo di Monaco, mentre sulle aree controllate dai ribelli piovevano le bombe russe e governative, il segretario di Stato John Kerry si è sottratto alle richieste degli oppositori che chiedevano un intervento americano o almeno una forte condanna ribattendo che era a causa della loro intransigenza che i negoziati non decollavano e con essi la possibilità di un cessate il fuoco. Un altro indizio è l’evoluzione della posizione israeliana riguardo al dossier siriano: in questi anni Israele ha assistito compiaciuto allo scannarsi fra di loro di forze ostili allo Stato ebraico sul palcoscenico siriano, con una leggera preferenza per i ribelli sunniti perché fra gli alleati di Bashar el Assad c’erano e tuttora ci sono l’Iran ed Hezbollah, che Gerusalemme considera i suoi nemici più pericolosi.

Le notizie di ribelli siriani curati negli ospedali israeliani si sono susseguite regolarmente in questi anni, così come gli attacchi aerei in territorio siriano contro apparati militari e combattenti Hezbollah là operativi. Le cose sono un po’ cambiate dopo l’inizio dell’intervento russo diretto a sostegno del regime di Damasco e numerose visite di dirigenti russi a Gerusalemme e israeliani a Mosca. Recentemente il Jerusalem Post scriveva che «L’intervento della Russia in Siria e la sua stretta collaborazione con Hezbollah possono realmente diminuire la probabilità che nel futuro prossimo scoppi un altro conflitto fra Israele ed Hezbollah, secondo le valutazioni delle Forze di difesa israeliane. Per esempio la Russia potrebbe convincere Hezbollah a non effettuare rappresaglie quando Israele colpisce con l’aviazione i suoi traffici di armi in Siria». È verosimile che i russi abbiano insistito proprio su questo punto nei numerosi incontri avuti con dirigenti israeliani fra settembre e oggi: la presenza militare russa in Siria non mette in pericolo la sicurezza di Israele ma anzi la accresce, perché Mosca è in grado di esercitare un’influenza moderatrice sugli altri alleati di Damasco (Hezbollah e Iran).

Un terzo, potente indizio dell’esistenza di un accordo russo-americano è rappresentato dal severo monito che Vitaly Churkin, il rappresentante all’Onu della Russia, ha rivolto al presidente Assad dopo le sue dichiarazioni rilasciate all’indomani dell’annuncio dell’accordo di Monaco. Il capo di Stato siriano aveva ribadito la sua volontà di riconquistare al controllo governativo tutto il territorio nazionale, attualmente spezzettato in centinaia di feudi occupati dalle milizie ribelli e due aree maggiori sulle quali esercitano il potere l’Isis e le Forze democratiche siriane (Sdf, coalizione di curdi, arabi e cristiani).

«La Russia ha investito molto in questa crisi in termini politici, diplomatici e ora anche militari. Perciò vorremmo che Assad tenesse conto di ciò», ha detto Churkin. «Se le autorità siriane seguono la guida della Russia nella soluzione della crisi, allora hanno una possibilità di uscirne fuori con la loro dignità intatta. Ma se decidono di abbandonare questo sentiero, è mia personale opinione che la situazione si farebbe molto difficile. Perché anche tenendo conto delle capacità dell’esercito siriano, sono state le operazioni dell’aviazione russa che hanno permesso di respingere le forze che premevano su Damasco».

La situazione nel Vecchio continente
I commentatori anglosassoni e arabi vedono nel riposizionamento strategico americano il fatale esito di anni di tentennamenti, esitazioni, politiche contraddittorie dell’amministrazione Obama condizionata dalla promessa fatta agli elettori di non mandare più soldati a combattere e morire in guerre mediorientali. Certamente il presidente americano ha sopravvalutato le proprie capacità di condurre un’efficace politica estera centrata sul soft power, e alla prova dei fatti la sua dottrina del “leading from behind” (guidare gli eventi da dietro le quinte) è miseramente fallita.

Ma non è solo per debolezza che oggi la sua amministrazione accetta il fatto compiuto del ritorno della Russia in Medio Oriente e della sopravvivenza di un regime che insieme agli europei ha sottoposto a sanzioni economiche e diplomatiche cinque anni fa. Fino a ieri gli Stati Uniti hanno condotto la loro campagna contro l’Isis senza impegnarsi a fondo perché lo Stato islamico svolgeva comunque una funzione utile agli interessi strategici americani, poiché teneva sotto pressione l’asse sciita (Iran-Iraq-Siria-Hezbollah) e impediva con la sua azione destabilizzatrice l’avvento di un egemone regionale. Per questo si sono limitati a circoscrivere la minaccia, senza davvero cercare di sradicarla come a parole dichiaravano di voler fare. Oggi la situazione è cambiata perché lo Stato islamico ha cominciato a produrre effetti estremamente deleteri per gli interessi americani in Europa.

Le masse di profughi che dalla Turchia e dalla Libia premono sul Vecchio continente e gli attentati terroristici su suolo europeo opera di reduci e complici dell’Isis rischiano di spingere l’Europa fra le braccia di partiti populisti molto poco amichevoli nei confronti degli Stati Uniti. E molto vicini alla Russia di Putin come il Front National di Marine Le Pen in Francia e la Lega Nord in Italia. Più in generale, la pressione migratoria prodotta dall’instabilità causata dall’onda lunga delle Primavere arabe e dalle campagne militari dell’Isis sta sgretolando politicamente l’Unione Europea: anche questo è un vantaggio offerto a quel rivale strategico di Washington che è Mosca. In buona sostanza, gli Stati Uniti permettono alla Russia di acquistare influenza in Medio Oriente per evitare che la acquistino in Europa. La Francia e l’Italia agli occhi di Washington contano molto più della Siria.

Il gioco di Arabia Saudita e Turchia
A far saltare i piani di americani e russi potrebbero essere turchi e sauditi, che a rinunciare al boccone siriano non ci stanno proprio. L’Arabia Saudita minaccia un intervento di terra in coalizione con altri paesi musulmani sunniti, la Turchia propone la creazione di una fascia di sicurezza lungo il confine con la Siria presidiata da militari suoi e di altri paesi.
Entrambe chiedono la partecipazione o almeno la benedizione di Washington al loro progetto, che finora non è arrivata perché prima gli americani vogliono mettere alla prova la serietà dei russi, e d’altra parte la minaccia di appoggiare politicamente un intervento turco-saudita è il principale strumento di pressione di cui dispongono per costringere Putin a rispettare i patti.

La Turchia però potrebbe rompere gli indugi e far attraversare i confini alle sue truppe. Sta facendo di tutto per creare le condizioni che farebbero apparire come inevitabile un’iniziativa militare: i bombardamenti turchi contro l’Ypg curdo in terra siriana hanno causato le rappresaglie a base di autobombe ad Ankara e Diyarbakir, che a loro volta diventano i pretesti per mandare le truppe turche di là dalla frontiera a punire i terroristi dell’Ypg, considerati una costola del Pkk curdo di Turchia. Se il Pkk afferra il concetto e cessa gli attacchi terroristici in terra turca, Erdogan saprà farsi venire in mente qualche altra mossa da presentare come provocazione che rende necessario l’intervento militare turco in Siria.

Foto Ansa


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