Pupi Avati: «Amici cattolici, chi gioisce a lapidare Alfonso Papa?»

Sul Corriere del Mezzogiorno è apparsa un’intervista al regista Pupi Avati in cui si parla di Alfonso Papa, il deputato del Pdl attualmente in carcere per la vicenda P4. Avati racconta di aver mandato una lettera a Papa, sebbene non lo conoscesse, per testimoniargli la sua vicinanza di cristiano. Ripubblichiamo il testo dell’intervista

Sul Corriere del Mezzogiorno è apparsa un’intervista al regista Pupi Avati in cui si parla di Alfonso Papa, il deputato del Pdl attualmente in carcere per la vicenda P4. Avati racconta di aver mandato una lettera a Papa, sebbene non lo conoscesse, per testimognargli la sua vicinanza di cristiano. Ripubblichiamo il testo dell’intervista

Pupi Avati: «Alfonso Papa lapidato, ecco perché gli ho scritto in carcere»

NAPOLI – Pupi Avati, regista, quello del «Cuore altrove». 

È vera questa storia della lettera che lei avrebbe scritto al parlamentare del Pdl Alfonso Papa, detenuto nel carcere di Poggioreale? 
«È un’iniziativa privata di cui preferisco non parlare». 

Guardi che è stato lo stesso deputato a renderla pubblica. L’ha fatto in un’intervista al «Giornale» nella quale dice, cito testuale, «trovo conforto nelle lettere che ricevo, e una bellissima è del regista Pupi Avati»…
«Be’, se è così allora posso spiegare le ragioni per cui ho scritto a una persona che neppure conosco».

Lei non conosce Alfonso Papa?
«No. Mai visto in vita mia». 

Scusi, ma allora perché ha deciso di spedirgli una lettera? 
«Io tifo per i soccombenti. Sono emotivo. E, dopo aver visto come l’hanno lapidato in maniera barbarica e indecente in Parlamento, ho avvertito una vicinanza estrema alla sua tragedia personale».

Non è l’unica. Lei è «emotivo» con tutti? 
«Sì. E ho scritto tante lettere». 

A chi? 
«Bettino Craxi. Piero Marrazzo. I deboli, in generale. Quelli che questo Paese giustizialista gioisce a vedere in ginocchio». 

Giuseppe Avati da Bologna, classe ’38, detto Pupi, regista, sceneggiatore e produttore, ad andare controcorrente è abituato. Iniziò nei primi anni ’70, quando frequentava il salotto romano di Laura Betti con Moravia, Pasolini e Bertolucci. Voleva abbandonarlo «per non divenire omologato», ma senza mostrarsi scortese. Così, per due sere di seguito, dichiarò di essere cattolico e di votare per la Dc. Gli inviti finirono lì. Quarant’anni dopo, Pupi Avati cattolico lo è rimasto. Ogni sera va a messa nella parrocchia di San Giacomo, a via del Corso a Roma. E, sul caso Papa, ha scritto anche «ai miei amici cristiani». 

Chi sono?
«Un gruppo di parlamentari cattolici, ma i nomi non li svelo». 

Sveli il contenuto, allora. 
«Li ho rimproverati. Chi sono loro per lapidare Papa in Parlamento? Hanno votato per l’arresto, ma un buon cristiano doveva astenersi. È questo che ci insegna il Vangelo. Cristo dice chi è senza peccato scagli la prima pietra. Non siamo chiamati noi a giudicare». 

Infatti per quello ci sono i giudici. Gli atti li ha letti? 
«Guardi che a me degli atti non interessa nulla. È probabile che Papa sia responsabile di qualcosa di non encomiabile, che abbia commesso reati. Solo che si poteva continuare con l’indagine e, dopo il processo, arrestarlo se era colpevole. Invece da quel Parlamento Papa non è uscito come indagato, ma già come condannato. Dico, ma voi l’avete vista quella votazione?». 

Cos’è che non andava?
«Ho assistito alla diretta. E il comportamento di Papa mi è parso di una compostezza estrema. Anche il suo riferimento alla famiglia non m’è sembrato, come s’è scritto, demagogico: era, al contrario, autentico, in un momento terribile per la sua vicenda umana. Quel che è stato indecente, invece, è stato l’atteggiamento della Camera. Mi ha mandato su tutte le furie». 

E per questo ha deciso di scrivere a Papa? 
«Sì, quella lapidazione mi ha spinto a prendere carta e penna. Gli ho detto che sono con lui, che non m’interessa sapere se ha commesso gli atti di cui è accusato, ma che sono indignato dalla maniera barbarica con cui la Camera ha votato il suo arresto, in un atteggiamento di perenne dileggio, con sorrisi e pacche sulle spalle come a dire dai, lo mandiamo in galera. Hanno giocato con una vita umana. E con estrema leggerezza». 

Anche i suoi «amici parlamentari cattolici»? 
«Sì, anche loro. E infatti gli ho detto: se siete capaci di tanta crudeltà, vi tolgo il voto. La verità è che molte di quelle persone poi si sono pentite. E infatti Papa è rimasto un caso unico. Perché la stessa sorte è stata risparmiata ad altri?». 

Magari scriveva anche a loro. Tedesco, Milanese… 
«Io tifo per i soccombenti. Scrissi a Bettino Craxi perché ero davanti al Raphael mentre gli lanciavano le monetine, tipico esempio di quel generone romano, di quella borghesia che ti adora, ma se cadi ti calpesta. Scrissi a Piero Marrazzo quando andava di moda attaccarlo e irriderlo. Insomma, ho l’attitudine a correre in soccorso dello sconfitto. Cerco di interpretare correttamente il pensiero cristiano, e mi stupisce che i politici che si professano tali non pratichino poi la carità». 

Felice che tra tante lettere Papa abbia citato proprio la sua? 
«Il fatto che parli di me non è positivo. Se avesse ricevuto centinaia di lettere, sarei stato uno tra i tanti. Temo, invece, che il mio rammarico sia condiviso da pochi».

Gianluca Abate 
19 ottobre 2011