Proteggimi dai miei desideri

La nostra libertà manipolata e asservita alle esigenze del potere. La necessità di una testimonianza integrale e pubblica alla verità. A costo di pagarla cara

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Il 18 febbraio scorso presso il Teatro Rosetum di Milano, il Centro francescano culturale artistico Rosetum ha organizzato l’incontro dal titolo “Una testimonianza all’altezza dei tempi” al quale sono intervenuti il nostro inviato Rodolfo Casadei, il pro-rettore dell’Università Cattolica di Milano Francesco Botturi e il vicepresidente dell’associazione Nonni 2.0 Peppino Zola. Pubblichiamo il testo della relazione svolta da Rodolfo Casadei.

«Protect me from what I want». “Proteggimi da quello che voglio”. «È la malattia di questa epoca. È la malattia che desideriamo da morire. Tornando da soli la notte in autobus dalla festa, e infilando la chiave nella porta di quella topaia che chiamiamo casa. Proteggimi da quello che voglio. Proteggimi. Proteggimi». È  il testo della canzone che abbiamo ascoltato in apertura di questa serata. L’hanno composta tredici anni fa i Placebo, una band britannica di rock alternativo. Il titolo, “proteggimi da quello che voglio”, lo ritroviamo in esergo nella pagina di apertura di un libro che si intitola Psicopolitica, del filosofo Byung Chul Han. È un filosofo sudcoreano che insegna da molti anni all’Università delle arti di Berlino. Molti dei suoi libri sono tradotti in italiano, ma Psicopolitica no, c’è solo in tedesco e in spagnolo.

E cosa dice questo filosofo post-marxista in questo libro? Dice quello che da sessant’anni tanti filosofi e tanti psicanalisti ci dicono: che i nostri desideri sono alienati, che crediamo di esercitare la libertà di scelta ma liberi non siamo, perché le nostre scelte sono etero dirette, perché il potere, la struttura dell’economia, la cultura dominante, il sistema di propaganda dei grandi mass media, le esigenze di riorganizzazione del sistema capitalistico neoliberale per rialzare i tassi di profitto condizionano e plasmano i nostri desideri. Ultimamente li modellano attraverso i social media, che da popolo, o massa in senso marxista, ci hanno trasformati in sciame informatico. Siamo solo uno sciame di informazioni che servono a manipolarci, scrive Chul Han.

Che ci siano persone che provano attrazione per persone del loro stesso sesso, è la cosa più normale del mondo. È una realtà che è parte del dramma del mondo. Che una persona voglia avere figli con un’altra persona dello stesso sesso, proiettando sul bambino il fantasma di un concepimento avvenuto grazie all’unione con l’altra persona, non è normale. È, psicanaliticamente parlando, una perversione. E se c’è una tecnologia che rende possibile questo, e una legge che rende legale questo, siamo davanti a un’ingiustizia.

Quel desiderio non dovrebbe essere legalmente realizzabile. La legge che rende legale ciò è ingiusta. Perché danneggia il bambino. Che ha diritto non solo alle cure, all’amore e a una buona educazione. Cure, amore e buona educazione le possono dare tutti. Le possono dare tutti nel senso che in linea di principio le possono dare sia una coppia dello stesso sesso che una coppia di sesso diverso, ma anche una comunità potrebbe darle. Può darle un kibbutz israeliano, e lo dico perché io in un kibbutz israeliano ci sono stato. Possono darle i frati del convento di Marcellino pane e vino, e lo dico perché ho visto il film.

Quello che tutti costoro non possono dare, è la risposta alla domanda del figlio circa la sua origine, risposta che per lui è indispensabile per la sua strutturazione psichica. Se c’è un vuoto di senso relativamente alla propria origine, strutturare e sviluppare la propria identità diventa molto difficile e molto doloroso.

Dunque dicevo l’uomo è desiderio. Se non desidera, l’uomo muore. Ma il suo desiderio è continuamente manipolato, ridotto, immiserito. È ridotto a soddisfazione di un bisogno, è ridotto a godimento, è ridotto a consumo di qualcosa. Ce lo dicono i filosofi, ce lo dicono gli psicanalisti, ce lo dice la Chiesa. Luigi Giussani, il famoso sacerdote di Desio, al convegno della Democrazia Cristiana ad Assago nel 1987 disse: «Se il potere mira solo al suo scopo, esso deve cercare di governare i desideri dell’uomo. Il desiderio, infatti, è l’emblema della libertà perché apre all’orizzonte della categoria della possibilità; mentre il problema del potere, inteso come ho accennato, è quello di assicurarsi il massimo di consenso da una massa sempre più determinata nelle sue esigenze. Così i desideri dell’uomo, e quindi i valori, sono essenzialmente ridotti. Una riduzione dei desideri dell’uomo, delle sue esigenze e, quindi, dei valori, viene perseguita sistematicamente. I mass media e la scolarizzazione diventano strumenti per l’induzione accanita di determinati desideri e per l’obliterazione o l’estromissione di altri. Nell’enciclica Dives in misericordia Giovanni Paolo II nota: “Questa è la tragedia del nostro tempo: la perdita della libertà di coscienza da parte di interi popoli ottenuta con l’uso cinico dei mezzi di comunicazione sociale da parte di chi detiene il potere”».

Non si potrebbe dire meglio. Se tale è la condizione dell’uomo oggi, qual è il compito dei cristiani oggi? E io aggiungo: qual è il compito degli uomini di buona volontà, cristiani e non cristiani? Due cose direi: mettere in guardia gli esseri umani dai loro desideri, aiutarli a individuare l’alienazione di cui sono vittime, svelare ai loro occhi il gioco del potere. Ma soprattutto richiamarli al principio di realtà. Richiamare al principio di realtà. Due più due fa quattro, le foglie d’estate sono verdi, un bambino nasce da un uomo e da una donna. Richiamare al principio di realtà significa richiamare al senso del limite, significa richiamare al fatto che l’uomo non è onnipotente, che non tutto ci è dovuto e non tutto è nostro diritto.

Questo richiamo si può fare in tanti modi. Senz’altro i Family Day di Roma, quello del giugno scorso e quello del 30 gennaio scorso, sono due grandi esempi di richiamo al principio di realtà. Hanno avuto e hanno senz’altro un significato politico, perché sono stati convocati per influenzare l’esito di un dibattito parlamentare in vista dell’approvazione di una legge. Ma hanno anche una valenza sociale, culturale, massmediatica per richiamare il principio di realtà a livello sociale, culturale, massmediatico. Un popolo che si manifesta pubblicamente e afferma il principio di realtà è un fatto sociale, culturale e massmediatico, e incide a tutti e tre questi livelli. E questi tre livelli non ci fanno schifo.

Su questa lettura del Family Day converge un filosofo francese amante di Charles Péguy ma ateo: Alain Finkielkraut. Lui l’ha detto a proposito dell’antesignano francese del Family Day italiano, che si chiama Manif pour tous: «Salvo eccezioni deplorevoli, non è l’omofobia che ispira la resistenza al “matrimonio per tutti”, ma è il rifiuto di vedere la libertà ritorcersi contro la finitezza. Ci si mobilita per il dato di realtà, non per la norma. Non si tratta di rimettere gli individui sulla buona strada, ma di riconciliarli, prima che il risentimento si porti via tutto, con la loro condizione. Sono un uomo o una donna. Nasco in un corpo sessuato. Questa identità non l’ho scelta: l’ho ricevuta. Dunque devo ripetermelo e rinunciare, sin dall’inizio, a rappresentare da solo l’umanità. L’uomo come tale non esiste, la dualità è irriducibile. E se voglio un figlio, devo passare attraverso il desiderio di un altro/altra, se voglio che sia fatta la mia volontà».

Per i cristiani il Family Day è stato una formidabile occasione per testimoniare in faccia al mondo intero che l’uomo vive e costruisce se dipende. La natura dell’uomo è la dipendenza, non l’onnipotenza. Si è testimoniato che l’uomo è relazione, è comunione, e perciò nessuno può semplicemente fare quel che gli pare, perché se pensa solo a fare quel che gli pare danneggia sé e danneggia gli altri.

Oggi testimoniare questo pubblicamente ha un prezzo. C’è un prezzo da pagare. Testimoniare suscita ostilità, antipatia, avversione. E produce emarginazione. Chi testimonia sarà messo ai margini. Quando ci saranno da spartire posti di potere, quando ci saranno da assegnare cariche e incarichi, chi ha testimoniato sarà tenuto fuori dai giochi. Dunque ci vuole un po’ di coraggio. Ma non tanto coraggio. Eppure molti quel po’ di coraggio non l’hanno avuto, e con varie motivazioni a Roma non si sono presentati. A Roma c’era tantissima gente. Ma avrebbero potuto e avrebbero dovuto essere molti di più. Questo fatto mi ha colpito in negativo.

Io faccio il giornalista di politica internazionale. Sono anche un inviato. In questi ultimi dieci anni ho fatto molti reportage nel Vicino Oriente. Ho documentato la condizione delle minoranze cristiane perseguitate. Ho incontrato persone capaci di sacrifici grandissimi pur di potere continuare a dirsi cristiane, e a dirlo pubblicamente. Ho conosciuto cristiani, preti e laici, di differenti Chiese cristiane, che sono stati rapiti da milizie jihadiste, poi rilasciati in cambio di riscatti di decine di migliaia di dollari. Durante il rapimento gli ostaggi vengono maltrattati, vengono torturati. E gli si propone di abiurare la loro religione: se abiurano, i maltrattamenti cessano. Ebbene, la grande maggioranza dei rapiti, preti e laici, non abiurano. Subiscono i maltrattamenti fino alla fine del rapimento, e non abiurano. In fondo si tratterebbe solo di dire delle parole. Poi quando sarai liberato rinnegherai quelle parole: chi lo verrà mai a sapere? Eppure vi assicuro che la grande maggioranza si rifiuta di pronunciare le parole dell’abiura. Sopporta i maltrattamenti fino al momento del rilascio senza abiurare. E chi cede, confessa di aver ceduto. Non si tiene per sé la cosa: lo fa sapere e chiede il perdono della Chiesa.

Ma a dire tutta la verità, a dire la verità tutta intera, non sono solo i cristiani, nel Vicino Oriente, a essere disposti a grandi sacrifici pur di testimoniare la loro fede di fronte al mondo. In generale tutte le persone di tutte le religioni sono pronte a soffrire, anche a dare la vita, per la propria fede: musulmani, ebrei, yazidi. Gli yazidi sono quella religione zoroastriana dell’Iraq le cui donne sono state schiavizzate a migliaia dall’Isis, lo Stato islamico o califfato. Migliaia di uomini sono stati passati per le armi. Io ho conosciuto donne che erano state schiave dell’Isis e che sono riuscite a fuggire. E oltre alla loro fuga mi hanno raccontato il tragico destino del loro villaggio. Un villaggio dove i jihadisti sono arrivati e hanno detto: “Avete tre giorni di tempo per convertirvi alla nostra religione, altrimenti vi dobbiamo uccidere”, poi se ne sono andati. Per tre giorni gli yazidi hanno discusso fra loro se era giusto convertirsi, e alla fine hanno deciso che no, non si convertivano. I jihadisti sono tornati e hanno detto: “Vi evacuiamo tutti, vi lasciamo andare sulla montagna e qui ci veniamo a stare noi. Fatevi trovare domattina davanti alla scuola del villaggio e vi portiamo via coi pick-up”. Il giorno dopo i jihadisti sono tornati, e la gente è uscita fuori in massa dai locali della scuola per salire sui camion. Ma i miliziani li hanno fermati, e hanno detto: “No, no. Gli uomini da questa parte, le donne e bambini dall’altra parte”. E hanno caricato sui camion 400 maschi, dai dodici anni in su. Li hanno portati via e un’ora dopo i camion sono tornati indietro vuoti. Hanno caricato le donne e i bambini e li hanno portati a Mosul e a Raqqa, in Siria.

Perché i credenti del Vicino Oriente sono capaci di questi sacrifici per testimoniare ciò che credono, mentre tanti credenti in Occidente non hanno più il coraggio di patire un po’ di ostilità e un po’ di emarginazione per testimoniare pubblicamente quello che credono? C’è chi dice che testimoniare pubblicamente nella forma del Family Day al Circo Massimo è inutile, perché i giochi sono fatti, la fase storica che stiamo vivendo necessariamente avrà certi esiti a livello legislativo. Le forze avverse sono soverchianti. Anche rifiutarsi di abiurare mentre si è nelle mani dei rapitori è inutile. Anche in quel caso le forze avverse sono soverchianti. Eppure cristiani, musulmani, yazidi rendono testimonianza alla Verità che dicono di avere incontrato anche quando sembrano non esserci speranze di vittoria, anche quando il loro gesto appare, si direbbe, puramente simbolico.

Perché? Perché oggi c’è una differenza antropologica profonda fra l’uomo dell’Oriente e l’uomo dell’Occidente. L’uomo dell’Oriente è buono e cattivo, santo e peccatore, come l’uomo dell’Occidente; ma la sua autocoscienza è coscienza di dipendenza, appartenenza, figliolanza; perciò si sente chiamato a rendere conto a Dio prima di tutto il resto; la sua identità e il suo onore consistono anzitutto nel fare la volontà di Dio, anche quando questo costa. Ha la caratteristica forza d’animo di chi ha fatto esperienza della paternità e di chi è certo di essere parte di un ordine più grande. L’uomo dell’Occidente è un individuo che cerca disperatamente di darsi un “noi”, è un orfano in cerca di affetto, è un naufrago ferito dalla vita. Anche quando si rivolge alla dimensione spirituale, alla religione, in lui più forte della preoccupazione per la Verità è la preoccupazione di stare bene psicologicamente, di essere accettato, di piacere. Per un soggetto umanamente fragile, testimoniare la Verità è stressante. Vuole una gratificazione psicologica e vuole sentirsi accettato dagli altri. Vuole piacere agli altri.

Sul primo aspetto, quello del benessere psicologico, mi ha molto colpito una frase che ho letto in un libro di Remi Brague ed Elisa Grimi, e che compare sul manifesto del nostro incontro: «Molti fra i nostri contemporanei non chiedono alla religione di convertirli e di santificarli, ma semplicemente di soddisfarli» (p. 274). Un tempo il credente osava dire «la mia è la vera religione», «io vivo secondo la vera religione»; oggi si gloria soprattutto di poter dire «io sto bene». La prima parte della citazione proviene dal libro, la seconda è un mio commento, apparso in un intervento del mio blog.

Sul secondo aspetto, quello dell’aver bisogno di piacere agli altri, quello del volersi sentire accettati dagli altri, ho letto un articolo fenomenale sul New York Times. L’autore è Bret Easton Ellis, scrittore e sceneggiatore americano, autore del romanzo American Psycho. Easton Ellis è un gay dichiarato che due anni fa ha affermato di volersi sposare con un altro uomo col quale conviveva. Cosa ha scritto di interessante? Ha scritto che oggi, a causa della diffusione dei social media, siamo tutti schiavi della cultura del like (il “mi piace” che c’è su Facebook) e dell’“economia della reputazione”, bellissima definizione.

Scrive Easton Ellis che «questo fiorire del culto del “like”, ultimamente riduce ciascuno di noi a un’arancia meccanica neutralizzata, asservita allo status quo imposto dalle corporation. Per essere accettati dobbiamo seguire un codice di moralità positivo in forza del quale deve piacerci tutto e la voce di tutti deve essere rispettata, e ogni persona che ha un’opinione negativa – un “dislike” – sarà esclusa dalla conversazione. Chiunque resista al pensiero di gruppo sarà spietatamente svergognato». E ancora: «Siamo ormai abituati a valutare film, ristoranti, libri, persino medici. Ma anche chi eroga servizi valuta noi. Le opinioni e le critiche si muovono nelle due direzioni, e questo genera preoccupazione nelle persone al momento di esprimere valutazioni». Rischiamo che in noi prevalga un principio di precauzione che ci impone di proteggerci facendoci piacere tutto, fingendo di essere educati ma solo per essere accettati dal gregge.

«Anziché abbracciare la natura genuinamente contraddittoria degli esseri umani, con tutte le loro faziosità e imperfezioni, continuiamo a trasformarci in virtuosi robot», scrive Easton Ellis. «L’economia della reputazione è l’ennesimo esempio di un addolcimento dei costumi, e tuttavia l’imposizione del pensiero di gruppo ha solo aumentato l’ansia e la paranoia, perché le persone che abbracciano l’economia della reputazione sono, come è ovvio, le più spaventate di tutte. Cosa succede se perdono quello che è diventato il loro bene più prezioso?».

E il finale bellissimo: «Un mondo di conformismo e di censura del tipo del film “Terrore dallo spazio profondo” emerge e cancella chi si ostina ad avere un’opinione e i bastian contrari, richiudendo le persone in un recinto ideale. Dimenticate il negativo e il difficile. Certo, presi da soli, nessuno può volerli. Ma se per caso il negativo e il difficile fossero inseparabili da ciò che è genuinamente interessante, avvincente, raro? Questo è il vero crimine perpetrato dalla cultura della reputazione: l’eliminazione della passione, l’eliminazione della personalità individuale».

Mi iscrivo al partito di Easton Ellis. No al piacionismo. No alla condiscendenza. No al rendersi gradevoli per attirare l’attenzione altrui. No al farsi condizionare dall’opinione altrui. No alle strategie di marketing che modificano il prodotto per andare incontro ai gusti dei consumatori. No alla connivenza con l’errore col pretesto che i tempi non sono maturi per proporre ciò che risponde alla domanda di verità per la vita. No a tutto questo non per rigidità o intransigenza fini a se stesse. Ma per una ragione fondamentale: chi concentra tutta l’attenzione sulle condizioni dell’interlocutore e sulle strategie di approccio al medesimo, dimostra di non credere fino in fondo nel valore del messaggio che porta. Se davvero i cristiani credono di essere stati toccati dalla Grazia, devono anche credere nella potenza della Grazia che è in loro. Potenza che non dipende da loro, dalla loro coerenza o dalla loro gentilezza, astuzia e affabilità. Se annacquano il messaggio, se fanno calcoli, se si ingegnano di sfuggire all’ostilità del mondo, se avvertono come intollerabile per sé l’avversione del mondo, questo significa che non credono veramente nella forza della Grazia che è in loro e non credono veramente che la storia del mondo è guidata dalla Provvidenza.

Disse san Giovanni Paolo II nell’Angelus del 29 agosto 1999: «La sequela di Cristo comporta un itinerario segnato spesso da incomprensioni e sofferenze. Nessuno si faccia illusioni: oggi, come ieri, essere cristiani significa andare controcorrente rispetto alla mentalità di questo mondo, cercando non il proprio interesse e il plauso degli uomini, ma unicamente la volontà di Dio ed il vero bene del prossimo. Questa radicale fedeltà a Cristo la vediamo risplendere nel martirio di san Giovanni Battista, di cui ricorre oggi la festa. Il precursore di Cristo scelse la via della coerenza, dando piena testimonianza all’Agnello di Dio, del quale aveva preparato la strada. E pagò con la morte questo suo amore per la verità, privo di ogni compromesso».

Otto anni dopo, in un altro Angelus Benedetto XVI disse: «Da autentico profeta, Giovanni rese testimonianza alla verità senza compromessi. Denunciò le trasgressioni dei comandamenti di Dio, anche quando protagonisti ne erano i potenti. Così, quando accusò di adulterio Erode ed Erodiade, pagò con la vita, sigillando col martirio il suo servizio a Cristo, che è la Verità in persona».

Questi richiami non sono molto diversi da quelli che fa don Luigi Giussani, il prete di Desio che ho citato all’inizio, e che sono presenti nel suo testo Il cammino al vero è un’esperienza. «Il richiamo cristiano deve essere deciso come gesto, elementare nella comunicazione. La prima condizione per raggiungere tutti è una iniziativa chiara di fronte a chiunque. Può essere illusione ambiguamente coltivata quella di introdursi nell’ambiente o di proporsi alle persone con una indecisione tale da sminuire il richiamo nel timore che il suo urto contro la mentalità corrente indisponga gli altri verso di noi e crei insormontabili incomprensioni e solitudini. Si possono così cercare magari con ansiosa scaltrezza accomodamenti e camuffamenti che rischiano troppo facilmente di rappresentare dei compromessi dai quali è poi assai arduo liberarsi. Non dobbiamo dimenticarci che questa mentalità corrente non esiste solo al di fuori di noi ma ci permea fin nel profondo. Per cui l’indecisione nell’affrontarla può costituire una posizione rovinosa per noi stessi». (pp. 25-26)

Foto Ansa


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