La borsa e la vita
Posa quel bazooka, Lagarde
A poco meno di un mese dall’inizio del conflitto nel Golfo Persico, la domanda che circola tra gli addetti ai lavori è: quanto durerà ancora? Una cosa è certa: le prime settimane hanno causato un pericolosissimo collo di bottiglia nel mercato globale degli idrocarburi che dipende moltissimo dalle possibilità di attraversamento dello Stretto di Hormuz da parte delle petroliere e delle metaniere. Risultato immediato? Una fiammata dei prezzi dei carburanti per i consumatori finali, che realisticamente avvierà una spirale di rialzi di tutti i prezzi.
Le stime da brivido di Confindustria
Mercoledì scorso, il Centro studi di Confindustria ha pubblicato un rapporto di previsione nel quale si sottolinea come la crisi mediorientale sia la variabile decisiva per l’economia italiana nel prossimo biennio. In particolare, il think tank degli industriali ha simulato tre scenari: nel primo, scontando una cessazione delle ostilità pressoché immediata (fine marzo), la crescita del Pil italiano nel 2026 sarebbe dello 0,5 per cento e dello 0,6 nel 2027, con un incremento ancora passabile dei consumi (+0,7 per cento) e degli investimenti (+2,3) e un’inflazione tutto sommato ancora sotto controllo (+2,5 per cento).
Il secondo scenario ipotizza invece un procrastinarsi del conflitto per circa quattro mesi: secondo Confindustria, già questa eventualità porterebbe l’economia italiana in stagnazione per l’anno in corso e a una striminzitissima crescita dello 0,1 per cento nel 2027, e nonostante una stasi dei consumi (+0,1) il carovita salirebbe vorticosamente al +4,3 per cento.
Infine, la prospettiva peggiore: quella di tensioni prolungate per nove mesi. In questo caso, a fine anno il prodotto interno lordo dell’Italia subirebbe una flessione di 7 decimali e di un ulteriore 0,1 per cento nel 2027, i consumi calerebbero dello 0,4 per cento e l’inflazione balzerebbe di quasi 6 punti percentuali (+5,9) solo nel 2026 e quasi di dieci complessivi nel biennio.

Stime che hanno spinto il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, a lanciare l’allarme: «Servono», ha spiegato, «misure urgenti, soprattutto a livello europeo». E la vicepresidente Lucia Aleotti, che ha la delega sul Centro studi, ha rincarato la dose: «Le conseguenze della guerra senza interventi sono particolarmente drammatiche per un paese come l’Italia che vive di esportazioni e in cui il costo dell’energia è più alto che in altri paesi. Serve la responsabilità di tutti. Il rischio ipotetico, perché contiamo che ci sarà una azione, è che con l’allungarsi del conflitto si passi ad una situazione di non crescita fino addirittura ad una recessione».
La battaglia di Algeri
Nonostante la batosta referendaria, la premier Giorgia Meloni ha dedicato le ore successive al voto a un impegno particolarmente delicato: mentre era ancora in corso il braccio di ferro con Daniela Santanchè perché quest’ultima lasciasse l’incarico di ministro del Turismo, la presidente del Consiglio era già ad Algeri a colloquio con il presidente Abdelmadjid Tebboune per negoziare un incremento delle forniture di gas al nostro paese. Una iniezione di metano essenziale per svincolarci dall’ennesima dipendenza energetica finita male: dopo quella dal gas russo, faticosamente archiviata grazie a ben pagati accordi di importazione di Gnl da Stati Uniti e Qatar, appunto quella dei carichi di gas liquefatto provenienti da Doha.
Il leader algerino si è mostrato affabile, la collaborazione tra Eni e il colosso energetico nordafricano Sonatrach è stata riconfermata e anzi rilanciata in vista del rinnovo dei contratti nel 2027, ma dal canto suo Tebboune ha chiesto che l’Italia aumenti gli acquisti di metano algerino sul più volatile mercato spot, cioè pagandolo di più, anziché fissando un prezzo di medio-lungo periodo. Una condizione che attualmente l’Italia non può rifiutare: innanzitutto per il venir meno di parecchie alternative, e poi perché Algeri è forse il più importante partner di Roma nello scacchiere degli idrocarburi.
Per capirci: nel 2025 abbiamo acquistato circa 20,1 miliardi di metri cubi di gas dal paese nordafricano, transitati dal grande gasdotto Transmed, utili a coprire il 31 per cento delle importazioni. Un’ulteriore quota è stata garantita da 47 carichi di Gnl giunti via mare agli impianti di rigassificazione del nostro paese. Ma la concorrenza è alle porte e solo la rapidità del viaggio di Meloni ha scongiurato la firma di nuove intese tra Algeria e Spagna, con il ministro degli Esteri di Madrid, José Manuel Albares, che pochi giorni prima aveva annunciato l’intenzione di rafforzare la collaborazione tra i due paesi e un imminente faccia a faccia.
E Christine affila i tassi di interesse
Difficilmente lo sforzo del governo italiano di garantirsi nuove forniture riuscirà comunque ad azzerare gli effetti negativi della crisi nel Golfo Perisco. Gli scenari tratteggiati da Confindustria restano validi e chi avvertisse il bisogno di un’iniezione di positività potrà leggere l’intervista di Christine Lagarde in uscita sull’Economist: «Siamo davanti a un vero choc, che probabilmente va oltre quello che immaginiamo al momento», ha dichiarato la presidente della Banca centrale europea. E i mercati finanziari? «Forse sono troppo ottimisti e determinati a restare ottimisti, nella speranza che si verifichi uno scenario positivo e si torni alla normalità in un tempo relativamente breve», ma – ha sottolineato – in merito ai tempi di ripristino degli standard di capacità, estrazione, distribuzione dei prodotti energetici «gran parte delle persone parlano di anni e in nessun caso ci si riuscirà nel giro di qualche mese».
Insomma, una visione che sembra ricalcare quella degli industriali italiani, ma solo nella diagnosi: uno scenario di bassissima crescita, se non di recessione, contrazione dei consumi e ripresa dell’inflazione. Parola, quest’ultima, che all’Eurotower fa però puntualmente suonare un apposito allarme. E così la stessa Lagarde, nelle ultime giornate, ha messo subito in chiaro le sue intenzioni: a fronte di un superamento del target del 2 per cento, anche «ampio ma non troppo persistente», potrebbero rendersi necessari «alcuni ponderati adeguamenti della politica monetaria», ha spiegato la numero uno della Bce, aggiungendo che l’istituto di Francoforte è pronto a procedere a un rialzo dei tassi d’interesse «in qualsiasi riunione», senza dunque indugiare troppo.
Per favore «non fare nulla»
Una linea che preoccupa gli imprenditori: il presidente di Confindustria, Orsini, ha pubblicamente auspicato che la Bce «non faccia nulla», almeno per il momento. Difficilmente verrà ascoltato, ma altrettanto difficile è dargli torto: solitamente le banche centrali ricorrono all’innalzamento del costo del denaro per mitigare gli effetti euforici di un ciclo economico positivo. Quando l’economia gira bene, insomma, l’aumento dei consumi e in generale della domanda può naturalmente portare a una crescita dei prezzi. In quei casi, gli istituti centrali alzano i tassi per frenare l’entusiasmo e contenere l’inflazione.
Ma come per lo choc ucraino, anche in questo caso ci troviamo di fronte a rischi inflazionistici legati a fattori geopolitici, indipendenti dal ciclo economico dell’Unione Europea, di per sé assai debole da anni. È chiaro che una rincorsa folle dei prezzi imporrebbe l’adozione di misure di politica monetaria, ma è vero anche che una fretta eccessiva in questa direzione rischierebbe di rendere soltanto più cari i mutui di chi fatica a fare il pieno alla macchina senza produrre l’effetto di rendere meno cari benzina e gasolio. Sarebbe un po’ come somministrare tirzepatide a un anoressico per farlo dimagrire ancora. O come rispolverare il “bazooka” di Mario Draghi: ma per puntarlo, stavolta, direttamente contro noi stessi.
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