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La preghiera del mattino di Lodovico Festa

“Più Europa” per salvare l’Europa? Per carità

Di Lodovico Festa
01 Settembre 2025
Le sconcertanti lezioni autoassolutorie di Prodi, Draghi, Gentiloni, le sciagurate scelte di Macron, la necessità di rafforzare il fronte occidentale. Rassegna ragionata dal web
L’ex presidente del Consiglio Romano Prodi (foto Ansa)
L’ex presidente del Consiglio Romano Prodi (foto Ansa)

Sulla Nuova Bussola quotidiana Eugenio Capozzi scrive: «Che le democrazie europee siano sempre state, dalla fine della Seconda Guerra mondiale, del tutto subordinate a Washington non è certo un mistero. Soltanto l’intervento americano nel conflitto, e poi l’impegno militare, politico ed economico americano nei decenni della Guerra fredda, consentì di salvare il patrimonio di libertà della storia europea, di ricostruire le sue istituzioni difendendole dal comunismo sovietico, di creare le condizioni per il boom economico che ha reso i paesi dell’Europa occidentale tra i più ricchi del mondo, e anche di costruire istituzioni comunitarie, promosse da leader illuminati come De Gasperi, Adenauer e Schuman.
Le ambizioni di far compiere alla Comunità europea un salto di qualità trasformandola in una compagine politica a tutti gli effetti, concepite dalle classi politiche del continente a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, erano ancora tutte inscritte nel rapporto inscindibile di partnership tra le due sponde dell’Atlantico. Ma, nel periodo del declino e della fine della Guerra fredda, esse vennero interpretate equivocamente da parte di alcune componenti di quelle classi dirigenti – soprattutto quelle di sinistra “orfane“ del modello sovietico – come la costruzione di una “terza forza” e di una “terza via” tra il modello delle democrazie di mercato occidentali e quello del collettivismo marx-leninista, e poi di una potenza in proprio, autonoma da Washington.
Fu questa la hybris, fu questo il “peccato originale” alla base del progetto dell’Ue. Un’aspirazione esagerata, perché alimentata da un sentimento “revanscista” nei confronti degli Usa, derivante dalla frustrazione e dal complesso di inferiorità accumulato da quando la civiltà per secoli quasi padrona del mondo intero era stata scavalcata dal popolo d’oltreoceano da essa originato. E che si faceva forte del mito di una presunta superiorità del modello economico “misto” keynesiano, fondato su alta pressione fiscale, welfare universale e ampio intervento statale, rispetto al capitalismo “sregolato” americano. Fondandosi su quell’ambizione e su quel mito l’Ue, anche attraverso la tappa decisiva dell’unione monetaria, ha costruito nell’ultimo trentennio non un conglomerato in grado di diventare “locomotiva” dell’economia globalizzata esaltando le libertà individuali, ma un edificio istituzionale verticistico affidato a élite insindacabili e dalle pretese tecnocratiche, in cui la sovranità dei popoli e la democrazia sono state relegate in un angolo; e un’economia soffocata dalla iper-regolamentazione, dalla burocrazia del “superstato”, da reciproci veti corporativi.
Mentre le economie asiatiche catalizzavano la produzione industriale e la invadevano con le loro esportazioni, e mentre gli Stati Uniti mantenevano la loro competitività grazie agli enormi progressi delle Big Tech, l’Europa si riduceva, per sopravvivere, a una “Cina di riserva”, con  produzioni export-oriented e bassi salari. Spalancava le porte a una immigrazione selvaggia che in breve tempo ne ha minato la coesione culturale e sociale, esaltando i conflitti e ponendo a rischio le democrazie che la compongono. Allentava la sua fedeltà alla causa occidentale legandosi, spregiudicatamente, a Cina, Russia, paesi islamici anche estremisti pur di fare affari.
Il “richiamo all’ordine” da parte americana, partito sotto la presidenza Biden con il boicottaggio della “Nuova Via della seta” cinese e poi con l’inizio della guerra russo-ucraina, non è stato allora il frutto di un destino “cinico e baro”, bensì la logica conseguenza di una politica relativista, senza bussola, da “mosche cocchiere”, inevitabilmente destinata ad infrangersi contro la realtà dei nuovi equilibri del mondo post-globale.
Ma le élite del vecchio continente non sembrano ancora, in gran parte, aver capito la lezione che la storia recente ha impartito loro, e continuano ad essere animate da pretese senza fondamento, nutrite dalle succitate frustrazioni da potenza in declino, e spinte da una sorda, immotivata ostilità verso gli Stati Uniti che oggi si appunta in primo luogo su Trump, dipinto come “cattivo” a prescindere, e considerato responsabile primo dei mali europei.  Lo dimostra, tra l’altro, il fatto che i “finti autocritici” come Draghi o Gentiloni (e innumerevoli commentatori orientati nello stesso senso) propongono “soluzioni“ alle difficoltà presenti che sono invece in continuità con gli stessi ostinati errori che le hanno prodotte.
Draghi propone ulteriore accentramento delle risorse fiscali, ulteriore debito e spesa comuni, laddove i paesi europei avrebbero bisogno di meno fisco, più libertà, più incidenza della volontà popolare a livello nazionale e sovranazionale. Gentiloni suggerisce meno “adulazione” in politica estera nei confronti degli Stati Uniti, laddove la storia degli ultimi decenni dimostra come soltanto in una prospettiva di integrazione transatlantica e occidentale l’Europa può trovare un ruolo solido in un mondo tanto diviso e agitato.
Insomma, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Le classi dirigenti europee con il complesso dei “fratelli maggiori” di Washington continuano a spiegare i problemi del continente con formule auto-assolutorie analoghe a quella che molti hanno applicato ostinatamente per spiegare i fallimenti dei regimi comunisti: hanno fallito perché non sono stati abbastanza comunisti. Ma se l’Europa ha fallito non è perché non è stata abbastanza “autonoma” o antiamericana; è perché non è stata abbastanza convintamente occidentale».

Capozzi pone un quesito decisivo: è possibile rilanciare l’Unione Europea se si ignora la storia concreta e gli ostacoli concreti che hanno prima permesso e poi bloccato il processo d’integrazione del Vecchio Continente?

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Su Formiche Roberto Arditti scrive: «Quello che stupisce, e al tempo stesso indigna, è l’assenza totale di autocritica. Perché l’Europa che oggi conosciamo è proprio quella costruita anche da Prodi. È l’Europa del Green Deal, progetto che doveva rilanciare crescita e sostenibilità e che invece si è trasformato in un boomerang per le nostre imprese, costrette a sopportare costi insostenibili mentre Stati Uniti e Cina correvano su binari ben più pragmatici. È l’Europa che ha avallato una politica di accoglienza sui migranti che ha scaricato il peso quasi esclusivamente su Italia, Grecia e Spagna, senza mai riuscire a dare vita a una gestione davvero comune e solidale. È l’Europa che ha avuto il coraggio di mettere in comune la moneta, ma non il debito: una contraddizione che ancora oggi soffoca la crescita, impedendo politiche anticicliche e lasciando che la finanza diventi l’unico arbitro della stabilità.
E quando si guarda alla politica estera la realtà è addirittura lampante: su Gaza, la Francia di Macron spinge per riconoscere lo Stato palestinese (che non esiste), mentre la Germania, saggiamente, dice il contrario. Altro che politica estera comune! L’analisi di Prodi non riesce nemmeno a tenere conto che le nazioni europee non si possono cancellare con un tratto di penna, e che le loro posizioni restano diverse perché diverse sono storie, interessi e sensibilità.
Ma il passaggio più debole e irritante dell’intervista è quello sull’“umiliazione dell’Europa” a fronte del patto tra Washington e Mosca. Basta con questi luoghi comuni: Stati Uniti e Russia giocano in un altro campionato geopolitico. Non si tratta di una questione di umiliazione, ma di realtà. La potenza militare, economica ed energetica di quei due attori colloca l’Europa in una posizione di inevitabile secondo piano, e non è con i lamenti di Prodi che si colma il divario.
Di fronte a questo bilancio, stupisce che l’ex premier non senta il dovere di chiedersi se davvero il mantra del “più Europa” sia la risposta a tutto. Perché se l’Europa che c’è è quella che lui ha contribuito a plasmare, allora l’autocritica sarebbe il primo passo necessario. Invece no: ancora una volta la colpa è sempre degli altri, la soluzione è sempre Bruxelles, la diagnosi è sempre la stessa.
La verità è che a Prodi e alla sua generazione politica manca il coraggio di riconoscere i fallimenti. Preferiscono rifugiarsi nella retorica dell’allarme democratico e nella ricetta facile del centralismo europeo. Ma la storia recente ci dice che non basta invocare l’Europa: occorre costruirne una nuova, fondata su responsabilità condivise, rispetto delle identità nazionali e capacità reale di competere con le grandi potenze globali.
In altre parole, serve un’Europa delle nazioni, non un’Europa in cui Bruxelles decide per tutti e pretende di cancellare le differenze. Prodi ripete sempre lo stesso ritornello, ma il tempo dei dischi graffiati è finito: serve coraggio politico, non nostalgia di una stagione che non tornerà più».

Figure come Prodi che hanno enormi responsabilità nell’aver impostato senza visione l’assetto dell’Unione Europea – sia da quando era presidente dell’Iri e ha contribuito a privatizzazioni italiane prive di qualsiasi orizzonte strategico, sia da presidente del Consiglio che non ha saputo dare un ruolo all’Italia nel processo d’integrazione, sia da presidente di una Commissione europea che lui stesso ha poi criticato (e per l’applicazione del Trattato di Maastricht, e per i tempi e le forme dell’allargamento) – dovrebbero, prima di mettersi a criticare gli altri, farsi sempre un’autocritica.

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Sul Sussidiario Nicola Berti scrive: «Fra i protagonisti (colpevoli) dell’Europa “evaporata” denunciata da Mario Draghi è difficile non annoverare fra i primi Emmanuel Macron. Il presidente francese non avrebbe forse visto di cattivo occhio il premier italiano sulla poltrona di Ursula von der Leyen a Bruxelles, ma – travolto dalle sconfitte elettorali in Europa e in casa – un anno fa è corso a far lega con un altro euro-zombie come il cancelliere tedesco Olaf Scholz. Sono riusciti a imporre Ursula 2, ma non a estromettere Roma dalla governance Ue. Cinque anni prima Macron aveva approfittato dell’euro-ascesa di Ursula 1 per piazzare la “sua” Christine Lagarde al posto di Draghi al vertice Bce. Ma da allora sia la Banca centrale dell’euro sia la Francia hanno sistematicamente tradito il leggendario “whatever it takes” del banchiere euro-italiano».

Altro politico che dovrebbe avviare una riflessione autocritica sull’Europa di questi ultimi anni, invece di alzare sempre il ditino per denunciare gli altri, è senza dubbio Macron.

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Su Startmag Maurizio Sacconi scrive: «Nonostante tutto, la riunione di Washington sull’Ucraina rappresenta una prima ricomposizione dell’Occidente nel momento in cui si è avviata la ricerca di un nuovo equilibrio globale. Il percorso non sarà agevole date le grandi complessità che si sono depositate.
Da tempo si è esaurita la illusione della “fine della storia” durante la quale si sono realizzate una nuova distribuzione delle produzioni e l’entrata della Cina nel Wto con piena fiducia nel mercato. Mentre i paesi occidentali si sono mossi in ordine sparso, i cosiddetti Brics si sono allargati sino a costituire un blocco politico ed economico sempre più influente. La stessa Russia, che ne fa parte, ha potuto compensare l’isolamento di americani ed europei. Le filiere produttive occidentali risultano dipendenti dalle aree politicamente critiche per materie prime e semilavorati, mentre quelle europee hanno perduto competitività in ragione dei differenziali regolatori.
Soprattutto Giorgia Meloni e Friederich Merz hanno compreso la necessità di invertire la rotta autolesionista dell’Unione correggendo la iper-regolazione degli anni più recenti e rinnovando le relazioni transatlantiche, anche militari, di fronte ai nuovi termini della competizione globale.
Una soluzione giusta e sostenibile per l’Ucraina costituisce quindi solo un tassello necessario ma non sufficiente per il futuro dell’Europa. La ricostruzione di una solida alleanza occidentale deve essere funzionale anche ad una politica comune di intesa con i paesi arabi moderati per un nuovo equilibrio mediorientale, con l’India per un corridoio logistico alternativo alla via della seta, con l’Africa per progetti di sviluppo utili a regolare i flussi migratori. La autonomia delle fondamentali filiere strategiche si attua con il “friendshoring”, ovvero con il richiamo di produzioni e il reperimento di risorse in un ambito geopolitico amico. Non è quindi che l’inizio di una lunga marcia occidentale».

Nella prospettiva euroatlantica (oggi complessa ma non aggirabile) che spiega bene Sacconi, due leader che potrebbero contribuire molto a “salvare” l’Unione Europea sono Mark Rutte e Roberta Metsola, non per nulla espressione degli Stati più esposti alla sfida russo-cinese che ha nel mirino innanzi tutto l’area baltico-artica e il centro del Mediterraneo. Proprio chi più si confronta con il pericolo “principale” può portare un contributo decisivo per far prevalere nel fronte occidentale il necessario realismo, indispensabile sia nella crisi ucraina sia in quella mediorientale, sullo sciagurato personalismo trumpiano e sull’isterico-agitazionismo macroniano.

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