Perché Obama e il fronte arcobaleno puntano sui giudici (non sui voti) per realizzare l’agenda gay

L’assurda favola della “legge omofoba” sulla libertà di coscienza in Arizona ha una morale molto concreta: se i “diritti” omosessuali non passano per la via politica, si può sempre contare sui tribunali

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

Alla fine di febbraio la governatrice dell’Arizona, Jan Brewer (foto a destra), ha posto il veto a un disegno di legge sulla libertà religiosa approvato dal parlamento dello stato e che aveva scatenato infinite polemiche a livello nazionale. La legge prevedeva di chiarire il confine fra libertà di coscienza e diritto a un trattamento equo in quei casi, sempre più numerosi, in cui certe pratiche commerciali ledono le convinzioni religiose di chi le pratica. Un fotografo che non approva il matrimonio fra persone dello stesso sesso è obbligato a fare un servizio fotografico al ricevimento di due gay o può rifiutarsi in nome del suo credo religioso? Può invocare l’obiezione di coscienza come un medico di fronte a un aborto o un cittadino di fronte alla leva obbligatoria?

In America da anni si moltiplicano denunce e dispute legali contro pasticceri che rifiutano di guarnire torte nuziali per sposi dello stesso sesso e altri esercenti che pongono obiezioni di coscienza ai clienti. Sono casi gravidi di implicazioni che vanno ben oltre l’ambito specifico del matrimonio omosessuale (un ristorante kosher può rifiutarsi di servire carne di maiale o sta discriminando qualcuno? Ci sono centinaia di migliaia di esercizi commerciali che fanno affari in linea con il credo dei proprietari, anche in ambiti che nulla hanno a che fare con le questioni sensibili di matrimonio e famiglia) e mettono in discussione il rapporto fra Stato e religione così com’è fissato nel primo emendamento alla Costituzione: lo Stato deve proteggere la libertà di religione, e allo stesso tempo deve guardarsi dall’introduzione di una religione di Stato. La posta in gioco è altissima: ha a che fare con l’ordinamento stesso dello Stato e mette in discussione i confini della libertà personale che il potere dovrebbe difendere.

Libertà religiosa o solo di culto?
Come ha notato di recente il governatore della Louisiana, Bobby Jindal, il sempreverde escamotage usato dai legali dell’amministrazione Obama di fronte a tutte le controversie di questo genere consiste nel «ridurre la libertà religiosa e semplice libertà di culto». Le convinzioni religiose sono rispettate dallo Stato nella misura in cui non escono dalla sagrestia o dalla moschea, dalla sinagoga o dal tempio. Se hanno un impatto sulla vita pubblica – è il caso degli esercizi commerciali – non si tratta più di libertà religiosa del commerciante ma di inaccettabile discriminazione del cliente.

L’Obamacare ha sancito questo orientamento giuridico pur senza codificarlo chiaramente con una legge votata dal Congresso. È stato sufficiente un tratto di penna del potere esecutivo per decretare che tutti gli istituti d’ispirazione religiosa ma con funzione pubblica (scuole, università, ospedali eccetera) devono offrire ai propri dipendenti un’assicurazione sanitaria che offra anche contracettivi e farmaci abortivi. E la libertà religiosa? Quella si applica soltanto ai soggetti religiosi nel senso più stretto del termine, quelli che si occupano della cura delle anime e discettano di princìpi religiosi in chiave puramente teoretica e devozionale. Se s’azzardano ad applicarli diventano cittadini come tutti gli altri, dotati per decreto del dovere inalienabile di sottostare a pratiche contrarie alla propria coscienza.

Il disegno di legge dell’Arizona è stato oggetto di un grandioso attacco concentrico, con tanto di boicottaggi intimidatori da parte di grandi aziende come Delta Airlines, che adombrava la possibilità di disertare gli scali dello stato, e minacce del Super Bowl di togliere a Phoenix la partita più importante dell’anno, foriera di prestigio e introiti. È stata rappresentata come una disputa fra omofobi e tolleranti, fra barbari e civilizzati. Autorevolissimi esponenti del governo hanno detto che la legge autorizzava la discriminazione degli omosessuali, affermazione cavalcata a rotta di collo dalle associazioni gay e dai giornali liberal, New York Times in testa, e una volta passata questa versione delle cose anche la governatrice Brewer, una repubblicana che non teme di dare battaglia ai democratici sui terreni di scontro più caldi, non poteva che chinare la testa e porre il veto per salvare quel che restava della sua immagine pubblica. Del resto, anche il senatore John McCain e Mitt Romney, gli ultimi due sfidanti di Obama, avevano chiesto a Brewer di fermare la legge discriminatoria e retrograda, richieste che testimoniano il generale allontanamento del partito repubblicano dalle posizioni sociali tradizionali.

La ricerca del caos giuridico
«La nostra società sta attraversando molti cambiamenti – ha detto Brewer – e tuttavia credo che questa legge crei più problemi di quanti ne risolva. La libertà religiosa è un valore centrale per l’America e per l’Arizona, ma lo è anche la non discriminazione». La più importante associazione per i diritti civili, l’Aclu, ha tirato un sospiro di sollievo per la decisione ragionevole della governatrice assieme a tutti gli altri soggetti che combattono il cancro della discriminazione: «Siamo lieti che la governatrice abbia fermato questa disgraziata legge, e che i negozi dell’Arizona siano aperti a tutti».

Peccato però che la legge attualmente in vigore non impedisca affatto ai commercianti dello stato di rifiutarsi di servire clienti omosessuali o altre categorie in nome della propria coscienza. Alcuni comuni hanno imposto leggi in questo senso, ma non c’è una legge statale che effettivamente impedisca una scelta che, a seconda dei punti di vista, è una oscurantista discriminazione o una difesa della coscienza personale.

L’Arizona è uno degli stati che ha recepito, nel 1999, la legge federale sulla libertà religiosa approvata negli anni della presidenza Clinton sotto il nome di Religious Freedom Restoration Act (Rfra). Allora Washington era arrivata a elaborare uno strumento legislativo per chiarire i confini dell’obiezione di coscienza dei titolari di esercizi per motivazioni religiose a seguito di una serie di sentenze e controsentenze a vari livelli che avevano ingarbugliato ancora di più il problema. Alcune parti fondamentali del Rfra sono state dichiarate incostituzionali dalla Corte suprema per via di un conflitto di attribuzione dei poteri, ma i singoli stati hanno mantenuto le proprie disposizioni in materia. Oggi per molti versi si stanno riproponendo, a suon di denunce e sentenze, le stesse condizioni di confusione giuridica sulla libertà religiosa che l’America ha affrontato alla fine degli anni Novanta, complicate questa volta dall’ondata di legalizzazioni del matrimonio gay e dalla riforma sanitaria di Obama, che fanno sorgere conflitti giuridici inediti.

Mistificazione riuscita
L’Arizona è il primo stato che ha affrontato il problema dal punto di vista legislativo (come negli anni Novanta aveva fatto il Congresso, pur con esiti non proprio esaltanti dal punto di vista della tenuta costituzionale) nel tentativo di aggiornare la legge alle mutate condizioni sociali. Prima che uno sconosciuto giudice in New Mexico, in Oregon o chissà dove ancora faccia scuola, si sono detti deputati e senatori, meglio che si chiarisca il problema con una riforma. Tanto più che allo stato attuale i commercianti possono tranquillamente discriminare clienti gay. Dal punto di vista dell’ordinamento dei poteri il ragionamento è difficilmente contestabile, ma il fronte liberal si è strenuamente opposto all’iniziativa, arrivando a distorcere il contenuto della riforma per rappresentarlo come chiaramente e inequivocabilmente omofobo. Un complotto dei conservatori più razzisti. Messa di fronte alla scelta libertà contro omofobia, cosa volete che scelga una pur combattiva governatrice che non ha nemmeno l’appoggio del suo partito sul tema?

Lo stesso ragionamento vale per tutti i giudici d’America che si trovano a dirimere controversie analoghe. Affermare il principio egalitario per via giudiziaria è estremamente più conveniente per gli attivisti dei diritti civili: i tribunali sono influenzati dalla cultura circostante più di quanto lo siano i parlamenti, ed è raro trovare un giudice oggi in America disposto a giocarsi reputazione e carriera con un pronunciamento controcorrente. Il dibattito parlamentare è irto di ostacoli, le posizioni piene di sfumature e, infine, c’è sempre una maggioranza di voti da trovare, il che rende il processo ancora più complicato.

Alexander Hamilton, il padre del federalismo americano, diceva che il potere giudiziario è il più debole dei tre, perché a questo non spetta «la forza né la volontà, ma solamente il giudizio». Nella battaglia culturale di oggi il potere giudiziario appare invece come il più forte dei tre poteri, tanto che il primo tentativo legislativo di fare chiarezza sulla questione capitale della libertà religiosa è stato affondato con una campagna pubblica pretestuosa e vagamente intimidatoria (il Super Bowl porta un indotto di centinaia di milioni di dollari alla città ospite, minacciare di annullarlo a causa del passaggio di una legge, qualunque essa sia, è un gesto di ritorsione che ha un impatto notevole). Meglio dunque passare dal più debole dei poteri diventato il più forte, quello che ha “soltanto” l’enorme potere del giudizio su questioni dirimenti per la società americana e occidentale.

L’attivismo del procuratore
L’attivismo giudiziario, poi, non è una grande novità nell’America di Barack Obama e del fedelissimo procuratore generale, Eric Holder, quello che ha ordinato ai tribunali federali di non difendere la legge sul matrimonio come unione fra un uomo e una donna prima ancora che la Corte suprema lo dichiarasse incostituzionale. Holder dà battaglia a qualunque disposizione contraddica la visione del mondo dell’Amministrazione ed è stato informalmente incaricato dal presidente che prometteva trasparenza nel governo di coordinare la caccia a giornalisti troppo attivi e propalatori di “leak” contro l’amministrazione. Le battaglie del procuratore vanno della riduzione delle pene per i reati di droga, che concepisce come pretestuose disposizioni per penalizzare gli afroamericani, alla battaglia contro la Corte suprema che ha diminuito le garanzie che gli stati del Sud sono tenuti presentare a Washington per dimostrare che l’accesso al voto è uguale per tutti i cittadini. Anche qui Holder è convinto che il rilassamento sia soltanto un sotterfugio per tornare all’esclusione degli afroamericani dalle urne praticato maliziosamente anche dopo il passaggio delle leggi per i diritti civili.

Che siano questioni a sfondo razziale o in sospetto di omofobia repubblicana, l’apparato giudiziario dell’amministrazione ha strategie efficaci per affermare la propria idea di società attraverso un capillare popolo giuridico politicamente non proprio neutrale.

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •