Perché la Turchia non vuole riconoscere il genocidio armeno

Ankara richiamò nel 2012 il suo ambasciatore dalla Francia, poi lo rimandò indietro 16 giorni dopo. Anche le sfuriate contro la Svizzera non hanno danneggiato i rapporti tra i due paesi

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Protests against French Senate genocide ruling

«Dopo che ci saremo consultati, renderemo pubbliche le nostre misure contro il Vaticano». Così ha dichiarato stamattina il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu, dopo che ieri il presidente Recep Tayyip Erdogan ha richiamato l’ambasciatore turco presso la Santa Sede a causa delle parole di papa Francesco, che ha ricordato il genocidio degli armeni, di cui il 24 aprile ricorre il centenario.

PERCHÉ LA TURCHIA SI ARRABBIA. Nonostante sotto l’Impero ottomano in disfacimento siano stati sterminati un milione e mezzo di armeni nel 1915, la Turchia ancora si rifiuta di riconoscere il genocidio degli armeni e si infuria ogni volta che qualcuno afferma questa verità storica, della quale esistono migliaia di documenti e testimonianze. Ci sono diversi motivi per cui Ankara non vuole ammettere il crimine commesso e perseguita in patria chi osa farlo pubblicamente. Da un punto di vista identitario, riconoscere il genocidio significherebbe accettare che i padri fondatori della Turchia siano degli assassini, e della peggior specie. Da un punto di vista più materiale, il termine genocidio, neologismo inventato dal giurista Raphael Lemkin per descrivere quanto avvenuto agli armeni, ha una valenza giuridica: non cade mai in prescrizione, neanche dopo 100 anni, e dà il diritto alle vittime di chiedere un risarcimento per quanto perduto e anche per tutto ciò che è stato espropriato loro.

LA LEGGE FRANCESE. È per questo che la Turchia dà in escandescenze ogni volta che qualche governo o capo di Stato pronuncia il termine “genocidio”. Anche il ritiro dell’ambasciatore è una misura già presa dalla Turchia in passato ma che non ha mai portato a conseguenze reali.
Quando la Francia, alla fine del 2011, annunciò l’approvazione di una legge che punisse come crimine la negazione del genocidio armeno, il governo turco richiamò con grande clamore il suo ambasciatore, Tahsin Burcuoglu. Era il 23 dicembre. L’8 gennaio, 16 giorni dopo, il diplomatico fece ritorno a Parigi «per continuare il suo lavoro». La legge alla fine venne approvata, anche se fu poi dichiarata incostituzionale dall’autorità giudiziaria francese. I rapporti economici tra Parigi e Ankara non hanno mai risentito di questa disputa, nonostante François Hollande abbia promesso di promuovere una nuova legge.

LA SENTENZA SVIZZERA. Anche la Svizzera ha sfidato la Turchia su questo terreno. Nel 2007 ha condannato Doğu Perinçek, leader del Turkish Workers’ Party, per aver dichiarato nel 2005 durante tre conferenze in Svizzera che il genocidio armeno è «una balla internazionale». Nel 2013, con una sentenza clamorosa, la Corte europea per i diritti umani ha dato ragione  a Perinçek, affermando che non si può definire “genocidio” quello che riguarda gli armeni. Ma la Svizzera non si è arresa e ha fatto ricorso alla Grand chambre, che ancora non si è espressa in via definitiva. Ankara negli anni ha protestato in ogni modo, ma questo non ha impedito ai rapporti tra i due paesi di prosperare negli anni dal punto di vista politico ed economico.

ANKARA IN EUROPA? Storicamente, dunque, non c’è nessuna ragione per temere le rappresaglie della Turchia (capito Renzi?), anche se bisognerà aspettare per vedere come Ankara darà seguito all’incidente diplomatico con il Vaticano. Ma se Erdogan vorrà dare nuova linfa alle trattative per l’adesione della Turchia all’Unione Europea, che si sono bloccate nel 2006 anche per il mancato riconoscimento del genocidio, dovrà cambiare registro. Favorire, come fa da anni, gli islamisti in Siria per spodestare Bashar al-Assad, favorendo così un nuovo sterminio dei cristiani, non è certo un buon inizio.

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