Perché indignarsi per i feti bruciati nella fornace? Un dilemma per i nuovi atei

Due interventi sullo Spectator a proposito di moralità e natura. Espunto Dio dalla vita, su che cosa dovremmo basare il rispetto per gli altri?

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Alcuni atei come il noto Richard Dawkins (foto in basso) pensano che la moralità provenga spontaneamente dalla natura. «Essa sgorga dalla natura, è istintiva e non il frutto dell’insegnamento di una tradizione culturale». Il problema, spiega il teologo Theo Hobson sull’ultimo numero dello Spectator, è che le cose non stanno così. Basta un esempio: «La scienza biologica, in particolare l’evoluzionismo, può essere utilizzata per autorizzare l’eugenetica e il razzismo», contrapponendosi al principio di uguaglianza, uno dei pilastri della morale occidentale.

CRISTIANESIMO E MOVIMENTI CIVILI. Oggi l’ateismo, prosegue il teologo, «aspira a costruire un sistema morale» autonomo, ma incontra qualche difficoltà. «Fornisce suggerimenti su come comportarsi molto vicini al tradizionale umanesimo laico e offre un senso di comunità e di valori condivisi». Per farlo, tuttavia, evita di confrontarsi con la tradizione a cui attinge, cioè a una morale, quella occidentale, che «ha radici religiose». Il problema non è indifferente, spiega Hobson. Infatti, «quando Dio viene rifiutato, tutta la tradizione morale occidentale è messa in discussione» e quindi anche la nuova morale atea, che si basa su valori ereditati dall’umanesimo e dal cristianesimo.
I nuovi atei, prosegue Hobson, per uscire dalla confusione cercano rifugio nella cosiddetta Regola d’Oro, cioè «l’idea che dovremmo trattare gli altri come vorremmo essere trattati». Una bella esortazione che, tuttavia, non può certo considerarsi una morale.

SIAMO TUTTI UGUALI? Hobson fa un esempio per dimostrare che la morale laica non può fondarsi solo sulla natura. Nella dichiarazione di indipendenza americana, uno dei più importanti documenti della morale “laica” occidentale, si parla di «uomini creati uguali». Si parla di uomini «creati» e non di uomini «nati». Una differenza non da poco. Infatti, sottolinea Hobson, l’uguaglianza non c’è in natura. Thomas Jefferson era consapevole mentre scriveva la dichiarazione che «solo in una concezione religiosa» la persona umana può essere considerata sacra e «impostava di conseguenza i diritti umani al di fuori della portata di razionalizzazione».
Per Hobson i diritti umani nascono nel cristianesimo. E il cristianesimo «ha plasmato il nostro credo pubblico che viene definito “umanesimo laico”». «Non lo ha fatto soltanto centinaia di anni fa, nell’era di Locke e Jefferson», osserva. «Il cristianesimo ha continuato ad influenzare l’umanesimo laico nei nostri tempi – i movimenti americani per i diritti civili ne sono un vivido esempio, basti pensare al reverendo Martin Luther King».

PERCHÉ INDIGNARSI PER I FETI BRUCIATI? Sulla stessa scia delle obiezioni di Hobson ai “nuovi atei” si pone anche Douglas Murray, sempre sullo Spectator. Lo fa partendo da una provocazione sul caso dei migliaia di feti gettati nelle fornaci degli ospedali britannici. Perché, si chiede Murray, se si crede che il feto non è vita umana, una volta abortito non può essere usato per fornire energia termo-elettrica? Molti respingono questa pratica con «repulsione», ma in fondo «che ragione c’è per non utilizzare i neonati indesiderati per mantenere un ospedale al caldo»? «Bruciarli significa saccheggiare meno risorse naturali del nostro pianeta sofferente», osserva l’editorialista. «Se non siete d’accordo è o perché siete religiosi o perché le vostre abitudini e credenze sono ancorate alla fede, anche se vi rifiutate di crederci».

LA SACRALITÀ DELLA PERSONA. La sacralità della vita, a cui anche molti atei credono, afferma Murray, è sempre più messa in discussione. Anno dopo anno, spiega, «l’aborto diventa sempre meno un problema», pochi si interrogano sul significato della vita e i media preferiscono trovare nuovi argomenti a favore dell’eutanasia, che «diventa “morte assistita”». «Il concetto di sacralità della vita umana è un concetto giudaico-cristiano – osserva Murray – ma potrebbe molto facilmente non sopravvivere alla civilizzazione giudaico-cristiana». «Il declino del concetto cristiano di sé – prosegue – può essere visto ovunque, non ultimo anche nell’idea che l’amore umano sia una cosa quasi divina».
Cosa dovrebbero fare gli atei che ancora credono ad alcuni valori, di fronte a questo declino della sacralità della persona?  Secondo Murray, hanno solo tre opzioni: «La prima è quella di buttarsi nella fornace. La seconda è lavorare sodo per costruire una versione atea della sacralità della persona». E se la seconda opzione non funziona? C’è solo un altro posto dove andare. «Tornare alla fede, che ci piaccia o no».

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