Perché gli Stati Uniti hanno fatto un assist a Kim Jong-un?

La Nord Corea ha approfittato di alcune dichiarazioni ingenue da parte degli Usa per partire con il consueto tira e molla sul nucleare ancora prima di cominciare le trattative con Trump

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Costa scriverlo, ma questa volta ha ragione Kim Jong-un. Seguendo uno schema ben consolidato dal regime nordcoreano, il dittatore comunista ha già minacciato di mandare all’aria il dialogo con Stati Uniti e Corea del Sud per tirare la corda, alzare la posta e strappare condizioni più vantaggiose. Se però il padre Kim Jong-il e il nonno Kim Il-sung hanno addotto nei decenni ragioni più che pretestuose per stralciare sul più bello accordi ragionevoli, gli americani hanno ingenuamente alzato una palla che il “Brillante leader” non poteva che schiacciare nel campo avversario.

LE MINACCE. Ieri il terzo Kim ha fatto la voce grossa e annunciato che potrebbe ritirarsi dallo storico vertice con Donald Trump del 12 giugno a Singapore, se Washington gli chiederà di abbandonare unilateralmente il suo arsenale nucleare e di smantellarlo in modo irreversibile. Pyongyang ha fatto sapere che «non rinuncerà mai al nucleare in cambio di aiuti economici e interscambio con gli Usa».
L’intervento potrebbe essere derubricato a un normale tentativo di tirare la corda per strappare qualche vantaggio al tavolo delle trattative. Questa volta però è difficile dare torto al regime, che è risalito astutamente ad alcune dichiarazioni rilasciate in aprile dal consigliere per la Sicurezza nazionale americana, John Bolton, secondo cui l’America dovrebbe perseguire con la Corea del Nord il «modello libico», del quale è stato uno degli architetti.

IL MODELLO LIBICO. Quasi 15 anni fa, nel 2003, il raìs libico Muammar Gheddafi si spaventò per l’improvvisa invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Così, dopo lunghi negoziati segreti con Londra e Washington, decise di liberarsi di tutto il materiale atomico acquistato dal Pakistan in cambio di concessioni economiche da parte dell’Occidente guidato da George W. Bush. Il leader africano credeva così di aver acquistato un’assicurazione sulla vita, invece aveva solo firmato la sua condanna. Tutti sanno cos’è successo meno di 10 anni dopo: nel 2011 la Nato, spinta dalla volontà di Usa e Francia, ha bombardato la Libia e aiutato i ribelli a uccidere Gheddafi.
NESSUNA NOVITÀ. Non ci si può stupire della preoccupazione di Pyongyang nel sentire Bolton consigliare l’applicazione di quel modello con la Nord Corea. Inevitabili dunque queste dichiarazioni: «Il modello di denuclearizzazione stile Libia è inaccettabile. Non siamo interessati a colloqui che ci spingono in un angolo e ci costringono a rinunciare all’arsenale atomico».
Di per sé, la minaccia di abbandonare le trattative ancora prima di averle intavolate non è una novità. Pyongyang avrebbe comunque assunto questo atteggiamento, prima o poi, durante i colloqui. È dal 1985, infatti, che gli Stati Uniti cercano di ottenere in ogni modo lo smantellamento o almeno l’interruzione del programma nucleare e missilistico nordcoreano in cambio di ingenti e generosi aiuti alimentari ed economici. Prima di Trump, ci hanno già provato Clinton, Bush e Obama: tutti e tre hanno fallito, vedendosi sul più bello sbattere la porta in faccia dal dittatore di turno.
UN OTTIMO PRETESTO. Ecco perché le dichiarazioni di Kim Jong-un non sono affatto sorprendenti. L’unica differenza è che questa volta gli Stati Uniti gli hanno dato una ragione plausibile per mettersi sulla difensiva e alzare la posta fin dalle prime battute dei colloqui. L’arsenale nucleare è l’unica assicurazione sulla vita del regime nordcoreano: lo sa Kim e lo sa Trump. Nessuno pensa davvero che Pyongyang smantellerà un programma nucleare e missilistico che ha faticosamente costruito nei decenni. E anche la cerimonia ufficiale di chiusura del sito nucleare di Punggye-ri, prevista davanti alla stampa internazionale per il 23-25 maggio, è una pagliacciata, visto che diversi studi hanno già dimostrato che il sito è diventato inutilizzabile. La montagna è infatti internamente, e in parte esternamente, collassata dopo l’ultimo test e non più utilizzabile.
KIM ANDRÀ A SINGAPORE. Nonostante le schermaglie di questi giorni, Kim andrà a Singapore perché l’occasione è troppo ghiotta e ha tutto da guadagnare: potrà parlare faccia a faccia con il capo politico più potente del mondo, ottenendo un riconoscimento inedito per il leader di uno Stato canaglia, e le foto che lo ritrarranno insieme a Trump saranno diffuse in patria dalla propaganda in tutte le salse. Se gli americani si limiteranno a chiedere un congelamento delle attività nucleari e missilistiche, magari con controlli non troppo rigorosi, Pyongyang ci penserà su a seconda della contropartita offerta. Altrimenti farà saltare tutto e cercherà di far ricadere la colpa sugli “imperialisti” e le loro “marionette della Corea del Sud”. Appigliandosi a dichiarazioni in stile Bolton, Kim potrebbe anche farcela.

Foto Ansa

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