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Perché Trump non vuole farsi prendere per i fondelli da Kim Jong-un

febbraio 28, 2018 Leone Grotti

Il presidente americano non vuole fare la fine di tre suoi predecessori, Clinton, Bush e Obama, tutti blanditi e poi ingannati dal regime nordcoreano

Al di là dei meriti sportivi delle tante nazioni che hanno partecipato ai Giochi invernali di PyeongChang, terminati domenica, il più grande risultato delle Olimpiadi è stato un embrionale disgelo nei rapporti tra le due Coree e tra Pyongyang e Washington. In particolare Kim Yo-jong, sorella del dittatore Kim Jong-un e inviata speciale per conto del leader comunista, ha invitato il presidente sudcoreano Moon Jae-in a nord del 38° parallelo. La Corea del Nord, inoltre, ha detto di essere pronta a dialogare con gli Stati Uniti.

Minacce e «pulsanti nucleari»
Due eventi incredibili, se si pensa alle settimane critiche che l’intemperanza nucleare di Kim ha fatto passare al mondo a novembre, quando il “Brillante leader” ha lanciato un missile balistico intercontinentale in grado di montare una testata nucleare miniaturizzata e colpire Los Angeles. Solo due mesi prima, a settembre, aveva condotto il sesto test nucleare nella storia del Paese. La tensione è salita alle stelle per mesi (pur condita da siparietti tragicomici tra Kim e Trump su chi avesse il «pulsante nucleare più grande») e si è abbassata solo nel 2018, quando Kim ha manifestato il desiderio di inviare una delegazione alle Olimpiadi e Moon ha accettato, invitando una ventina di atleti nordcoreani alla manifestazione, seguiti da folto gruppo di centinaia di persone.

«Le giuste condizioni»
In questi giorni si torna dunque a parlare di dialogo, trattative e pace, anche se la strada è in salita per motivi pratici e storici. Trump innanzitutto ha manifestato l’interesse degli Stati Uniti alle trattative, sottolineando però che Washington si sederà al tavolo solo «se ci saranno le giuste condizioni». Il presidente americano non ha specificato quali siano, ma stando alle ultime dichiarazioni del vicepresidente Mike Pence, gli Usa vogliono che Pyongyang metta sul tavolo delle trattative lo smantellamento del suo programma missilistico e nucleare. Non basterà dunque un semplice congelamento delle iniziative belliche. Pence doveva parlare di questi temi pochi giorni fa a PyeongChang durante un incontro segreto con un alto delegato della Corea del Nord ma, è stato rivelato, la controparte asiatica si è tirata indietro all’ultimo minuto.

«Offri la Luna e chiedono il Sole»
Le alte pretese dell’amministrazione americana hanno anche portato alle dimissioni improvvise di uno dei più importanti diplomatici del Dipartimento di Stato americano, Joseph Yun, esperto proprio di relazioni con la dittatura. Come dichiarato di recente al New York Times da Ralph Cossa, presidente del Pacific Forum presso il prestigioso Centro di studi strategici e internazionali, «trattare con la Corea del Nord è difficilissimo: se li affronti a muso duro ti voltano le spalle per dimostrare che non sono spaventati. Se fai delle aperture, le interpretano come un segnale di debolezza da sfruttare, così quando vai a offrire la Luna e le stelle, rispondono: “Vogliamo anche il Sole”». Nonostante questo, Trump è stato criticato in modo unanime in America e altrove per la sua eccessiva rigidità. Ma la verità è che il presidente americano non vorrebbe fare la fine di tre suoi predecessori, tutti blanditi e poi ingannati dal regime: Bill Clinton, George W. Bush e Barack Obama.

Colloqui di pace lunghi 30 anni
È dal 1985, infatti, che gli Stati Uniti cercano di ottenere in ogni modo (accordi bilaterali, multilaterali, minacce, sanzioni) lo smantellamento o almeno l’interruzione del programma nucleare e missilistico nordcoreano in cambio di ingenti e generosi aiuti alimentari ed economici, dei quali il regime ha sempre bisogno per non collassare. I momenti più importanti della storia diplomatica tra i due Paesi sono stati tre.

Il primo risale al 1994, l’anno in cui ci fu il passaggio di potere a Pyongyang tra il padre della patria Kim Il-sung e il figlio Kim Jong-il, quando Stati Uniti e Corea del Nord firmarono l’Accordo quadro. Ottenuti gli aiuti promessi, dopo un infinito tira e molla durato anni, nel 2002 l’Accordo fu stralciato dal regime, che uscì dal Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) e ricominciò a sviluppare e arricchire plutonio.

Un secondo momento cruciale è stato durante i colloqui a sei tra Cina, Giappone, Nord Corea, Usa, Russia e Sud Corea. Dopo anni di discussioni difficilissime, nel 2005 Pyongyang promise di «abbandonare tutte le armi e i programmi nucleari e ritornare nel TNP». Nel 2007, dopo molti tradimenti da parte del regime, furono fissate tappe precise per arrivare all’obiettivo. Ma nel 2009 crollò di nuovo tutto in seguito all’importante test di un missile balistico.

Infine, nel 2012, dopo che l’Onu aveva già emesse due risoluzioni (1718 e 1695) per condannare le attività illegali e minacciose del Nord, Barack Obama tornò al tavolo delle trattative firmando un accordo che prevedeva il blocco delle attività all’impianto di arricchimento dell’uranio di Yongbyon e una moratoria sui test missilistici in cambio dell’invio di 240 mila tonnellate di aiuti alimentari. Neanche tre settimane dopo l’annuncio in pompa magna dell’intesa da parte degli Usa, Pyongyang lanciò un missile balistico.

Se il dialogo è l’unica strada che può evitare un’escalation militare disastrosa nella Penisola coreana, la storia dimostra che Trump ha tutte le ragioni per essere sospettoso e richiedere «giuste condizioni» prima di tornare ai colloqui di pace. Il Nord infatti mentre trattava, prendendo per i fondelli le controparti, ha costruito tra le 30 e le 60 testate nucleari, arrivando a dotarsi con successo di missili balistici intercontinentali in grado di colpire gli Stati Uniti.

Foto Ansa

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