Perché Formigoni dà fastidio al potere

Ha mostrato il frutto evidente del cattolicesimo popolare e questo ha sempre dato innervosito molti

Caro direttore, “se Formigoni è dentro il carcere qualcosa deve aver fatto”. Supporre la colpevolezza di qualcuno placa l’invidia sociale e il risentimento indotto dalle narrazioni di una vita da nababbo. Mito, leggenda e realtà sono stati intrecciati così bene riuscendo a propalare l’immagine di un uomo frivolo, aduso alla bella vita e ad amicizie equivoche. 

Il buon governo della Regione Lombardia per 18 anni, la capacità di lavoro del presidente Formigoni, l’eccellenza nella sanità pubblica e privata, l’attenzione intelligente al problema della scuola facilitando famiglie non abbienti, l’ammirazione e stima da parte di governi stranieri, cozzano con la rappresentazione che i media hanno voluto costruire di una persona scomoda. Questa “scomodità” nasce dal fatto che Formigoni ha saputo coniugare potere ed efficienza, governance e bene comune e soprattutto che Formigoni ha mostrato il frutto evidente del cattolicesimo popolare nato non all’ombra dei campanili o nel chiuso delle sacristie, ma nelle lotte dentro l’Università per opporsi alla marea farneticante dei movimenti di estrema sinistra armati di spranga e di arroganza leninista. Non possiamo dimenticare che il post ’68 in Italia ha favorito, con l’assenso di molti, l’ascesa e poi l’egemonia della cultura comunista, gramsciana, che ha privilegiato le cattedre e alti gangli istituzionali dando l’illusione a molti che fosse in atto una rivoluzione morale e civile degli italiani (tanto auspicata da Francesco De Sanctis e proseguita da Antonio Gramsci). 

Da qui il laicismo intransigente che male ha sopportato la rinascita, combattiva e intelligente di quella presenza cattolica che nel 1970 pubblicamente si espresse in tutta Italia con uno strano nome, Comunione e liberazione, titolando i fogli iniziali. Per una prassi di liberazione dentro l’Università, terra sottomessa dai capi e capetti del movimentismo di estrema sinistra. Come dichiarò Paolo Mieli, allora direttore del Corriere della Sera, «con don Giussani e i suoi ragazzi l’Italia non fu più la stessa». E questo non si è mai sopportato. Nei salotti buoni, nei partiti, nel mondo illuminato e progressista di quella borghesia elitaria e supponente un cattolicesimo che, in parte, è diventato – per merito – classe dirigente capace, moderna, costruttore di democrazia realmente liberal-popolare.

Formigoni, al di là dei ritratti macchiettisti alimentati dagli avversari di varia natura, ha avuto anche il phisique du rôle dell’uomo che ha carisma e quindi anche successo. Le accuse contro di lui, non comprovate da evidenze, lo hanno dipinto come un corrotto. Ma ogni atto corruttivo prevede dazione illegale di beni e di servizi a danno della collettività e comunque di altri. Nel caso specifico nessuna infrazione, di corruzione nemmeno l’ombra. Formigoni ha infastidito tutti coloro che idolatrano l’azione unica ed verticistica dello Stato gestore costituendo un punto di non ritorno nell’applicazione di reale sussidiarietà. Non Formigoni soltanto, ma una classe dirigente capace di interpretare bisogni e istanze della società civile. In quel grido delirante del politico grillino che dice: “Giustizia è fatta”, dopo la condanna definitiva dell’ex governatore, c’è tutta la stolida soddisfazione di una vittoria ideologica. Non si capisce ancora che si è ferito gravemente lo Stato di diritto.

Formigoni è entrato in carcere a Bollate portandosi dietro dignità e compostezza chinando la testa ad una incomprensibile sentenza. Ha raccomandato ai suoi cari e agli amici di essere forti in questo momento. E noi lo siamo.

Foto Ansa