Il rigore non fa uscire dalla crisi e «il tempo dell’austerity è finito». Forse anche l’Europa se n’è accorta

Il piano Juncker che verrà approvato questa settimana potrebbe segnare una vera svolta. Intervista al sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi

«È finito il tempo dell’austerity. L’Europa ne prenda atto e potenzi il piano Juncker da 315 miliardi di investimenti, che è imponente ma va allargato. E la Germania faccia la sua parte». Così il sottosegretario di Stato agli Affari europei Sandro Gozi (foto a fianco) traccia a tempi.it la strada da seguire per tornare a crescere, in vista di quella che potrebbe rivelarsi una delle settimane più decisive non solo per l’Italia, ma per l’intera Unione europea. Questa settimana, infatti, sarà approvato il piano del nuovo presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker per finanziare nei prossimi tre anni settori strategici dell’economia e rilanciare l’occupazione.

Perché ha dichiarato a Repubblica che «la mancata crescita è frutto dell’austerità»?
L’Italia è tra i paesi che hanno adottato le più forti misure di austerity e fatto moltissimo per risanare i conti pubblici, eppure il debito continua ad aumentare. Il controllo dei conti non basta mai se non è accompagnato da rigorose politiche di sostegno alla crescita.

Non sembra che a Bruxelles la pensino allo stesso modo. Come mai?
La ricetta teorizzata e seguita dalla Commissione in questi anni si è dimostrata sbagliata alla prova dei fatti. Era parziale e insufficiente. Parziale perché non si può pensare di risanare i conti unicamente attraverso l’austerità e il rigore; insufficiente perché è la matematica a dimostrare che il rapporto del debito sul Pil non si riduce se non torna a crescere il denominatore, ovvero il prodotto interno di una nazione. Questo è vero a maggior ragione oggi, che non ci troviamo più nell’occhio del ciclone finanziario.

Cosa significa concretamente «puntare su crescita e occupazione»?
Innanzitutto, il piano di investimenti voluto dal commissario Juncker è un chiaro impegno che va in questa direzione. Ma occorre anche sviluppare una nuova politica di investimenti da parte degli Stati membri che accompagni quella europea; specialmente da parte di chi, come la Germania, dispone di maggiori margini di bilancio. Al G20, ormai, se ne sono accorti quasi tutti. L’Europa non può restare indietro.

E l’Italia cosa può fare se è continuamente sotto la “spada di Damocle” del patto di stabilità interno?
È positivo che l’apporto dei singoli Stati agli investimenti non sia computato come debito pubblico ai fini del calcolo del patto di stabilità interno. Le istituzioni europee hanno riconosciuto che non tutta la spesa pubblica è per forza negativa. Del resto, se ci sono margini di flessibilità è bene sfruttarli al meglio, pur nel rispetto delle regole comuni. Ciò non toglie che ci siano voci della spesa corrente di una nazione che devono essere riviste e migliorate, sia come effetto di una spending review interna sia come efficientamento della pubblica amministrazione.

Cos’altro possono fare gli Stati membri per favorire la ripresa?
Le riforme strutturali. Nel nostro caso significa, innanzitutto, proseguire nella riforma del mercato del lavoro, della giustizia civile e della pubblica amministrazione. È il miglior modo che abbiamo per rafforzare la nostra credibilità e capacità di influenza rispetto alle decisioni che competono l’Europa.

La cancelliera tedesca Angela Merkel, però, ha dichiarato al Die Welt che le riforme fatte finora sono insufficienti. Perché?
L’ha detto ma sia lei che il ministro delle Finanze Wolfgang Schaeuble sono poi intervenuti ribadendo che apprezzano quanto il nostro Paese sta facendo per uscire dalla crisi. È poi compito della Commissione vigilare sul percorso delle riforme degli Stati membri, non certo degli altri Paesi. Tutto questo, però, ci ricorda che il lavoro politico che dobbiamo fare è innanzitutto quello di ricostruire il più grande capitale che si è perso in questi anni di crisi: non è un capitale finanziario, non è un capitale economico e non è nemmeno il numero di posti di lavoro, che pure sono tanti, che sono andati persi. È, invece, la fiducia reciproca che dobbiamo lentamente ricostruire.

A proposito di fiducia, in Italia c’è ancora chi non ha lavoro e chi non vedrà la pensione prima di 41 anni di contributi. Cosa dice il governo a queste persone?
Che abbiamo cominciato a dare le prime risposte concrete agli esodati; risolveremo quel problema e anche quello delle pensioni dei lavoratori autonomi, che oggi purtroppo sono minime. Abbiamo pure cominciato a ridurre la pressione fiscale, facilitando le assunzioni per i più giovani. Abbiamo anche lavorato per aumentare il potere di acquisto dei redditi più bassi con il bonus da 80 euro. Ma sappiamo anche che va fatto molto di più per fare in modo che in Italia gli imprenditori tornino ad assumere. Ci stiamo lavorando.