Per non darla vinta all’Obeso bisogna abbonarsi a Tempi

La canzone di Gaber, i giornali e noi. Inizia il terzo anno da quando siamo rinati e abbiamo ancora bisogno di voi

Tanti anni fa, quando Tempi veniva pubblicato in un formato eccezionalmente scomodo con grandi pagine in A3 che per voltarle ti slogavi la spalla, capitò che su un Taz&bao fosse pubblicato il testo dell’Obeso di Giorgio Gaber.

È una canzone meravigliosa, perfetta nel descrivere la nostra società, non tanto per la critica all’ingordigia e al consumismo (c’è anche questo, se volete), quanto per un aspetto più profondo e che riguarda tutti noi, giornalisti in particolare. Spiegandone il senso in un’intervista a Specchio, Gaber disse: «L’obeso è l’uomo che fagocita tutto, l’uomo che non ha capacità di critica e che è in balìa di un bombardamento di informazioni ingurgitate senza pensare».

L’obeso aumenta di peso

L’obeso, dice ancora il testo della canzone, «s’ingurgita di tutto […] per sfuggire dal terrore di non essere nessuno». È così che «l’obeso aumenta di peso». È la ciccia del nulla e della chiacchiera; è l’adipe dell’incoscienza e dell’inconsistenza.

«L’obeso mangia idee, mangia opinioni, computer, cellulari, dibattiti e canzoni. Mangia il sogno dell’Europa, le riforme, i parlamenti, film d’azione e libri d’arte. Mangia soldi e sentimenti e s’ingravida guardando e mangiando gli orrori del mondo».

Senza vomitare mai

Scritta nel 2001 nell’album La mia generazione ha perso, l’Obeso è la raffigurazione dell’uomo che

«mangia slogan e ideologie, vecchie idee e nuovi miti. Mangia tutti i bei discorsi dei politici e dei preti e s’ingurgita la pace, la guerra, la pace, la guerra».

Dite voi se non è il resoconto di ciò che accade oggi nel mondo dell’informazione (e nel mondo in generale, dato che, soprattutto con l’avvento dei social network, tutti sono influencer e follower, tutto è informazione, cioè niente è notizia, tutto è chiasso). E, infatti, nel verso più bello della canzone, Gaber canta che l’obeso «mangia tutto, mangia il mondo come noi, senza il minimo disturbo, senza vomitarlo mai». A tutto siamo assuefatti, tutto scorre con poco costrutto, gonfiandosi e sgonfiandosi senza lena, ma anche senza vera capacità di opposizione e ribellione. Appunto, non si vomita mai, ma si continua a ingurgitare, scandalo dopo scandalo, senza alcuna «capacità di critica» come la definiva Gaber. Si rumina senza capire.

L’arma del delitto è in redazione

La canzone mi è tornata in mente settimana scorsa, durante un colloquio con alcuni studenti universitari. Si parlava di Tempi, Hong Kong, Leah Sharibu e, insomma, un po’ di tutto, allegramente e seriamente come si conviene tra amici. Quando ho chiesto loro quanti leggessero i giornali, nessuno ha alzato la mano. Il fatto non sorprende ed è vano farne una (noiosa) questione generazionale – è da quando ero ventenne io che i ventenni non leggono i giornali –, ma una “questione di senso”, ecco, questa sì che bisogna farla.

Perché il problema della crisi dei giornali non è solo internet, cioè il fatto che tutti pensano che si può leggere gratis, ma è il fatto che i quotidiani non sono più strumenti che aiutano a essere critici nel senso etimologico del termine (capacità di giudicare). E questo, soprattutto, per colpa dei giornalisti – ai detective che cercano di scoprire chi ha ucciso la stampa direi: l’arma del delitto cercatela in redazione. E non ci sono più strumenti perché non ci sono più comunità, luoghi, corpi intermedi che aiutino il formarsi di questa capacità.

Un giudizio che ha duemila anni

Tempi cerca (e si sottolinea il “cerca” perché è sempre un tentativo) di essere un giornale che non fa «ingurgitare informazioni senza pensare», ma che dà voce a queste comunità. Cerca di fare l’esatto opposto di quel che fanno tutti aumentando la cacofonia generale, esprimendo su carta e online un “giudizio critico”, per usare un’espressione sintetica, che risulta – non a caso – controcorrente e minoritario.

Con i mezzi che abbiamo, e non sono molti, cerchiamo di dare ragione di quel che facciamo e vediamo, senza la pretesa di essere risolutivi (le sabbie del deserto sono piene delle belle idee dei giornalisti), ma sempre con la certezza che il nostro “giudizio” si fonda su una intelligenza che ha duemila anni di storia.

Il sapore delle cose

Inizia il terzo anno da quando Tempi è rinato grazie a una cooperativa di giornalisti e, come spero abbiate letto, c’è balzata in testa l’idea di andare in Nigeria. Ma niente sarà possibile senza il vostro aiuto, i vostri abbonamenti, il passaparola, un granello di simpatia verso questo nostro tentativo. Se in questi due anni siamo riusciti a tenere in vita il giornale è solo grazie alla generosità di chi si è abbonato, dei collaboratori e dei sostenitori, oltre che alla bravura di chi quotidianamente s’è dato da fare in redazione (Pietro, Rodolfo, Leone, Caterina e Laura).   

Voi dateci una mano, noi cercheremo di non arrenderci mai di fronte agli obesi che s’accontentano di masticare tutto senza sentire il sapore di nulla.

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