Per fortuna non è venuta giù la «valanga di merda»

Caso Eni. Il pm ha considerato non rilevante un video in cui il teste dell’accusa spiegava di voler ricattare i vertici dell’azienda. Un filmato trovato per caso da un avvocato

C’è questa notizia enorme e pazzesca che oggi riesce a guadagnare solo alcune delle prime pagine dei quotidiani. Si tratta del caso Eni-Nigeria, di cui ieri sono uscite le 482 pagine di motivazioni della sentenza di assoluzione (che è stata emessa il 17 marzo scorso).

Ebbene, qual è la notizia enorme e pazzesca? Secondo i giudici della VII sezione penale, il procuratore aggiunto di Milano Vincenzo De Pasquale avrebbe ritenuto non rilevante una prova a discarico dei vertici di Eni. Stiamo parlando di un video nel quale il teste d’accusa, Vincenzo Armanna, dichiarava di pianificare «un ricatto ai vertici della società petrolifera preannunciando l’intenzione di rivolgersi ai Pm milanesi per far arrivare una “valanga di merda” e un avviso di garanzia ad alcuni dei dirigenti apicali della compagnia».

«Straordinari elementi»

Un ricatto. Una «valanga di merda». Però per il pm Fabio De Pasquale quel video, un filmato realizzato di nascosto dall’avvocato Piero Amara, non era rilevante ai fini delle indagini. Ah bè, certo.

Scrivono i giudici che «risulta incomprensibile la scelta del Pubblico ministero di non depositare tra gli atti del procedimento un documento che, portando alla luce l’uso strumentale che Armanna intendeva fare delle proprie dichiarazioni e dell’auspicata conseguente attivazione dell’attività inquirente, reca straordinari elementi a favore degli imputati».

«Straordinari elementi». Eppure due giorni dopo quella registrazione, Armanna andò in Procura per accusare i vertici di Eni. Ma per il pm era tutto ok. Così è stato imbastito un maxiprocesso alla più grande azienda italiana.

Il video trovato per caso

Oggi sulla Verità, Maurizio Belpietro ci ricorda che

«sapendo che l’imputato è innocente, se un pm ne chiede la condanna
commette il delitto di calunnia. E se sostiene questa sua richiesta con atti falsi, redatti da lui o da altri, commette il delitto di falso ideologico o di falso in atto pubblico».

Anche se i mozzorecchi italiani fanno sempre finta di scordarselo, tra i compiti di un pubblico ministero c’è quello di trovare prove a discarico degli imputati. Di certo non può nasconderle.

Il filmato, tra l’altro, è stato trovato per puro caso da uno degli avvocati della difesa che, mentre era impegnato su tutt’altra faccenda, ha rivenuto questa “prova bomba”.

Ma per De Pasquale era una testimonianza irrilevante, certo.

Ad Eni è andata bene

Piero Sansonetti sul Riformista ci rammenta che il pm è lo stesso che

«ha al suo attivo due procedimenti giudiziari importantissimi e contestatissimi. Quello che nel 1993 portò al suicidio dell’allora amministratore dell’Eni Gabriele Cagliari, e quello che a partire dal 2001 portò all’unica condanna subita da Silvio Berlusconi nel corso dei circa 70 processi che ha subito, quella per l’affare Diritti-Mediaset, stranota per la sentenza della Cassazione – quella che uno dei giudici sostenne fosse stata la decisione di un “plotone di esecuzione” – e che ancora è sotto la lente di ingrandimento del tribunale di Brescia e della Corte di giustizia europea».

E niente, succedono queste cose in Italia, ma tutto a posto e #andràtuttobene. Questa volta un avvocato ha trovato per caso il filmato. È stato un colpo “di fortuna”. Ma tutte le altre volte?

Aggiornamento delle 15.15 del 10 giugno 2021:  Il procuratore aggiunto di Milano, Fabio De Pasquale, e il pm Sergio Spadaro sono indagati dalla Procura di Brescia nell’inchiesta sulle prove nascoste, con l’ipotesi di rifiuto d’atti d’ufficio in relazione al processo Eni/Shell-Nigeria di cui ieri il Tribunale ha depositato le motivazioni dell’assoluzione di tutti gli imputati.

Foto Ansa