“Penultimo pranzo” nel carcere di Padova. Perché troncare un’esperienza positiva? Ce ne pentiremo

Lo cooperative non gestiranno più le cucine nelle carceri. Eppure era una realtà che faceva risparmiare e insegnava un lavoro a tanti detenuti

Oggi alle 12.30 nella Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova si terrà il “Penultimo pranzo” preparato e servito dai detenuti che hanno partecipato al Progetto Cucine. Come ha spiegato Nicola Boscoletto, presidente della cooperativa Giotto, sono state invitati il personale dell’amministrazione penitenziaria, i detenuti coinvolti e «tutte quelle autorità e personalità di ogni ordine e grado che ci sono state vicine», per quello che sarà «un momento di saluto e ringraziamento a quanti in questi undici anni ci hanno sostenuto con forza».
I lettori di tempi.it conoscono già la realtà del carcere padovano dove opera la cooperativa Giotto, indicata anche da alcuni ministri come un modello intelligente e efficace per il recupero dei detenuti. Come vi avevamo già raccontato, ora questa esperienza rischia seriamente di finire, sebbene il suo valore sia pressoché riconosciuto da tutti e, per dirne una, i suoi “prodotti”, come i panettoni, siano finiti sulle mense di Papi e presidenti statunitensi.

PERCHE’ CONVIENE. Cosa è successo? E’ accaduto che, come si temeva, è stata tolta la gestione delle cucine a una decina di cooperative che, dal 2003, la portavano avanti secondo un progetto (sempre rimasto sperimentale) in dieci penitenziari del paese (da Torino a Bollate, da Padova a Rebibbia). Il motivo è presto detto: non ci sono più soldi. Ma siamo sicuri che interrompere tale pratica – facendone ritornare la gestione all’interno delle carceri – comporti un risparmio? Può essere nell’immediato, ma ci sono una serie di fattori che al ministero ignorano o, più probabilmente, degnano di scarsa attenzione.
La prima e più banale è che la qualità del vitto è notevolmente migliorata. Non è poco in un ambiente come il carcere, dove la vita (e la conseguente “tranquillità”) dei detenuti è un elemento essenziale per evitare disordini. In secondo luogo, vi è un risparmio, come hanno testimoniato gli stessi direttori delle carceri in una lettera al Dap del 28 luglio in cui hanno spiegato che la gestione affidata alle cooperative ha fatto risparmiare in termini di manutenzione delle strutture, di acquisto di prodotti, utenze, mercedi (le paghe dei detenuti), spese di mantenimento. In terzo luogo, che è forse il più importante, i carcerati hanno avuto così la possibilità di imparare un mestiere vero, che potranno poi “giocarsi” all’esterno una volta usciti di cella. Non è un elemento di poco conto. Innanzitutto perché un uomo che lavora, anche quando è in carcere, riacquista consapevolezza di sé, dignità e il senso di sentirsi importante e non un peso per chi lo circonda. In secondo luogo perché, come si diceva, una volta espiata la pena, non si troverà completamente sprovvisto e inadeguato in un mondo che, mentre lui era dietro le sbarre, ha continuato a correre. Al ministero, che conoscono i numeri sulla recidiva, dovrebbero fare bene i conti. Detta un po’ grezzamente: un “malvivente” recuperato oggi, è uno in meno a cui dare la caccia domani.

I RINVII DEL MINISTRO. Il ministero non si è comportato bene con le cooperative. Sebbene siano anni che il lavoro carcerario sia sulla bocca di tutti, ultimamente ministro e autorità competenti hanno fatto orecchie da mercante. Eppure non è passato nemmeno un anno da quando il capo (oggi ex) del dipartimento, Giovanni Tamburino, dichiarava: «Bisogna confrontarsi con l’oggettività che danno i direttori, che vedono le cose concrete, pratiche, quotidiane. Il giudizio è fortemente positivo: non si torna indietro, anzi si va avanti». Ora, invece, s’è capito che l’esperienza dovrà essere sospesa. Sebbene i direttori si siano spesi per cercare di farla proseguire, il ministro Andrea Orlando si è barcamenato in continui rinvii, fino alla triste conclusione.
Così 170 detenuti e una quarantina di operatori esterni delle cooperative perderanno un “posto di lavoro vero”. Non solo: il ministero ha deciso di decurtare rispetto alle richieste delle cooperative di oltre un terzo la disponibilità del fondo della legge Smuraglia. Ce ne pentiremo amaramente.