Il vizietto pretesco e furbesco di condannare i silenzi altrui

Una rivista cristiana attacca i cattolici di un partito per non aver difeso il Papa dagli “insulti” dei colleghi. Quanti sacerdoti andrebbero sgridati? Polemica succulenta per il diavolo

Mio caro Malacoda, quando non puoi accusare uno per quello che dice, attaccalo per il suo silenzio. Impara dai preti. Alcuni hanno ben chiaro il peccato di omissione altrui. Questa volta si tratta della mancata difesa dell’onore del Papa. Succede che Francesco vada a Lampedusa, incontri i migranti e dica quello che ha detto con tutta l’eco mediatica conseguente. Succede poi che un politico laico (con il difetto di essere di centrodestra) osservi che un conto è predicare e un conto governare (parole maldestre). Succede infine che un sacerdote direttore di una rivista “cristiana” fin dal titolo giudichi queste parole un insulto al Papa, ma ritenga ancor più grave il non intervento a sua difesa dei politici cattolici colleghi di partito del suddetto. Con l’aggravante, per gli onorevoli silenti, di essere invece spesso intervenuti a difesa del loro, poco eticamente difendibile, capo di partito.

A parte che con questo criterio molti sacerdoti censori potrebbero a loro volta essere censurati per il silenzio che li ha contraddistinti quando altri Papi venivano ben più vigorosamente e pubblicamente insultati. Si farebbe prima a fornire l’elenco (breve) dei presbiteri che hanno protestato piuttosto di quello (sterminato) di chi non ha proferito verbo quando a un Papa è stata negata la parola nell’università di Roma. È che dire delle tonache mute di fronte all’accusa di silenzio scagliata contro Pio XII? Poco importa poi che qualcuno dei politici messi sotto accusa avesse seguito il viaggio del Papa, ne avesse ascoltate le parole, e si fosse fatto da esse interrogare commentandole a voce e per iscritto ben prima delle polemiche sul predicare e il governare. Il direttore “cristiano” forse non lo sapeva, forse prima di moraleggiare doveva informarsi… Ma perché mai? Trovato lo spunto per una polemica e per un j’accuse non bisogna lasciarselo sfuggire per una bassa questione di incoerenza con i fatti. Sono due le regole auree del giornalismo militante. La prima: non permettete mai che la verità vi rovini una bella storia (consiglio di un direttore agli attoniti cronisti, che però non hanno faticato molto a metterlo in pratica). La seconda: quando si può fare del male a una persona, perché tirarsi indietro (che sembra più cinica della prima, ma in realtà contempla la coscienza del male e quindi, se non il rispetto, almeno il riconoscimento della verità che invece la prima deride).

Ma lasciamo stare i preti, che arrivano sempre dopo, in rincorsa affannata dei moralisti duri e puri. Veniamo a un grande dilemma etico: le sentenze si discutono oppure no? Non essere precipitoso nel rispondere, nipote. C’è sentenza e sentenza. C’è quella da accettare e quella da criticare, soprattutto se sei un sincero democratico. Un tribunale americano ha deciso che il bianco George Zimmerman non è colpevole della morte del nero Trayvon Martin anche se l’ha ucciso. Il vigilante ha affermato di aver sparato per legittima difesa, ma sull’uomo pesa il sospetto di razzismo. Criticare la sentenza (vetrine rotte e bandiere bruciate) o accettarla in silenzio? E tutti coloro che tacciono, per tornare all’inizio, che fanno: acconsentono?
Si dice che il mondo è bello perché è vario. No, per noi il mondo è bello perché è avariato.

Tuo affezionatissimo zio Berlicche