Papa: «La dignità umana della procreazione non consiste in un “prodotto”»

Benedetto XVI interviene a conclusione dei lavori della 23ma Assemblea generale della Pontificia accademia per la vita: gli scienziati trovino rimedi all’infertilità senza «forzare i limiti umani, anche se certe soluzioni sono ritenute da alcuni vostri colleghi desuete dinnanzi al fascino della fecondazione artificiale».

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La pretesa di papa Benedetto XVI e della Chiesa Cattolica è davvero un’alternativa «al fascino della tecnologia della fecondazione artificiale», che rappresenta «un facile guadagno, o peggio ancora, l’arroganza di sostituirsi al creatore». Ieri il Papa è intervenuto così a conclusione dei lavori della ventitreesima Assemblea generale della Pontificia accademia per la vita sul tema «Diagnosi e terapia dell’infertilità». Il Papa ha sottolineato che le aspirazioni genitoriali della coppia sono naturali e legittime. Infatti, ha ricordato, «per la sua intima struttura, l’atto coniugale, mentre unisce con profondissimo vincolo gli sposi li rende atti alla generazione di nuove vite, secondo leggi inscritte nell’essere stesso dell’uomo e della donna». È proprio alla natura dell’uomo che la Chiesa guarda e dà grande importanza. Per questo motivo il Santo Padre ha spronato gli scienziati presenti a perseguire nella ricerca dei rimedi per comprendere e cercare di risolvere la problematica dell’infertilità oggi crescente.

Questo, però, ha sottolineato Benedetto XVI deve avvenire attraverso soluzioni che non forzino i limiti umani, anche se queste sono spesso «ritenute da alcuni vostri colleghi desuete dinnanzi al fascino della fecondazione artificiale». La fecondazione artificiale, infatti, è una risposta al problema dell’infertilità che non rispetta né «la dignità di persone e di sposi», sottoposte a tecniche frustranti e invasive, né la vita del nascituro: «La dignità umana della procreazione, infatti, non consiste in un “prodotto”, ma nel suo legame con l’atto coniugale, espressione dell’amore dei coniugi», ha ribadito il Pontefice. Per questo il dominio della tecnica sulla natura, sulle sue leggi e sui suoi limiti, «è una forma di hybris della ragione, che può assumere caratteristiche pericolose per la stessa umanità». Si pensi, infatti, alle derive sottolineate durante i lavori dell’Assemblea, come gli uteri in affitto, gli embrioni congelati, i bambini nati dalle macchine al di fuori di un atto d’amore gratuito, che rischia così di scomparire e passare in secondo piano.

Per questo Benedetto XVI ha spronato i partecipanti a continuare nella «ricerca di una diagnosi e di una terapia che rappresenta l’approccio scientifico più corretto dell’infertilità, ma anche quello più rispettoso dell’umanità integrale dei soggetti coinvolti». E siccome l’unità e la generatività a cui l’uomo aspira si realizzano solo nel dono di sé gratuito ed eterno, «l’unione dell’uomo e della donna, – ha detto il Papa agli studiosi presenti – in quella comunità di amore e di vita che è il matrimonio, costituisce l’unico “luogo” degno per la chiamata all’esistenza di un nuovo essere umano, che è sempre un “dono”». La Chiesa è chiara dunque: dice sì solo alla cure rispettose della legge naturale sessuale, da garantire all’interno del matrimonio fra uomo e donna. Solo così, al contrario di come spesso viene fatto apparire, la Chiesa non castra il desiderio umano. Anzi, ha concluso Benedetto XVI, lo valorizza: «La Chiesa presta molta attenzione alla sofferenza delle coppie con infertilità, ha cura di esse, proprio per questo incoraggia la ricerca medica» che non riduce l’aspirazione alla procreazione «ad un mero problema tecnico» e sostiene l’amore eterno a cui l’uomo e la donna aspirano.

Ma cosa dire ai coniugi sposati che cercano un figlio naturalmente e a cui le terapie dell’infertilità non rispondono? Qui si torna alla pretesa cristiana di poter rispondere né con la scienza, né con la natura. Infatti, ha concluso il Pontefice, «vorrei ricordare agli sposi che vivono la condizione dell’infertilità, che non per questo la loro vocazione matrimoniale viene frustrata. I coniugi, per la loro stessa vocazione battesimale e matrimoniale, sono sempre chiamati a collaborare con Dio nella creazione di un’umanità nuova». Questa è «la vocazione all’amore», al «dono di sé» che «nessuna condizione organica può impedire». Perché, dove nemmeno la retta scienza «trova risposta. La risposta che dona luce viene da Cristo».
Twitter: @frigeriobenedet

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