Perché il Papa non partecipa alla demonizzazione di Putin? Perché vuole evitare il «suicidio dell’Europa civile»

Una «guerra fratricida». Così il Pontefice ha definito lo scontro in Ucraina, creando scandalo tra le autorità greco-cattoliche e ammirazione in quelle ortodosse

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – E poi le malelingue dicono che Francesco è un papa che vuole compiacere l’opinione dominante. Ma quale piacione, uno che con breve preavviso accetta di dare udienza al capo di Stato più demonizzato del momento, accusato di aggressione strisciante contro un paese confinante e di annessione di territori altrui, sospettato di omicidi politici in patria, tacciato di tiranno nonostante il vasto e innegabile consenso popolare di cui gode per il trattamento riservato ai media e ai giornalisti sgraditi e per la pervasività della propaganda di Stato, isolato con la sospensione dall’esclusivo club del G8 (tornato a essere G7 come ai tempi della Guerra Fredda) e l’inflizione di sanzioni economiche a vasto raggio da parte di Stati Uniti e Unione Europea. E pure omofobo.

Uno che riceve a casa sua Vladimir Putin di questi tempi, di sicuro non è uno che va col vento o che ha paura delle critiche altrui. Altrettanto di sicuro è uno che sa cosa vuole e che ha un’idea molto precisa della situazione internazionale. E di che cosa si deve e non si deve fare per farla evolvere nella direzione giusta, che nell’ottica della Chiesa è quella della pace e della giustizia.

Invece molti, ad alta voce o sotto voce, accusano Francesco di opportunismo e di cinismo per i buoni rapporti con la Russia di Putin. La Repubblica parla addirittura di «asse col Cremlino», il principe dei vaticanisti americani John L. Allen Jr. scrive di una «partnership inopinatamente forte». Il Vaticano non ha mai apertamente condannato l’annessione della Crimea né denunciato un’aggressione militare russa contro l’Ucraina, il Papa si è limitato a parlare di «guerra fratricida», mandando su tutte le furie l’intera conferenza episcopale greco-cattolica ucraina.

Nella nota informativa consegnata ai giornalisti da padre Federico Lombardi dopo l’incontro del 10 giugno, si legge che Francesco ha invitato Putin a un grande sforzo per la pace e per l’attuazione degli accordi di Minsk (che i russi a parole sostengono, ma che sotto sotto, con vari pretesti, non tutti infondati, tendono a sabotare), ma ha anche sottolineato la necessità di «assicurare l’accesso agli agenti umanitari», punto che sta molto a cuore al capo di Stato russo: Kiev non permette l’ingresso nel paese ad aiuti umanitari provenienti da Mosca, con la scusa che potrebbero nascondere aiuti militari ai ribelli e ai volontari russi che combattono con loro.

L’opportunismo e il cinismo di Francesco starebbero in questo: il Papa cerca di approfittare della debolezza politica internazionale di Putin e dello spirito patriottico della Chiesa ortodossa per realizzare quel riavvicinamento e quell’inizio di piena collaborazione col Patriarcato di Mosca che i papi del post-Concilio hanno sognato e tentato, sempre con scarsi o addirittura negativi risultati, e lo fa sacrificando i diritti degli ucraini aggrediti e offesi, soprattutto gli ucraini di fede greco-cattolica. Pimen prima, Alessio II poi e fino a ieri Kirill hanno sempre guardato alle profferte di dialogo di Roma come a subdoli tentativi di proselitismo e attentati all’indipendenza della Chiesa russa. Ma oggi la Russia isolata dall’Occidente ha bisogno di incrinare il fronte del rifiuto e di riabilitare la propria immagine, e niente più di una visita sul suolo russo di un acclamatissimo Papa romano potrebbe servire al caso.

Nello stesso tempo Kirill e il suo entourage sono colpiti e ammirati della determinazione con cui Francesco insiste a non allinearsi con le autorità ecclesiastiche greco-cattoliche ucraine, che anche in occasione della visita ad limina del febbraio scorso per bocca dell’arcivescovo maggiore Svjatoslav Shevchuk, avevano denunciato che «l’Ucraina è vittima dell’aggressione diretta di un paese vicino. Vive gli orrori della guerra che gli sono stati imposti dall’esterno e non a causa di un conflitto civile interno». Il contrario di quello che il Papa aveva detto all’udienza generale del 4 febbraio: «La situazione sta peggiorando e si aggrava la contrapposizione tra le parti. Preghiamo anzitutto per le vittime, e chiediamo al Signore che cessi al più presto questa orribile violenza fratricida. (…) Fratelli e sorelle, quando io sento le parole “vittoria” o “sconfitta” sento un grande dolore, una grande tristezza nel cuore. Non sono parole giuste; l’unica parola giusta è “pace”. Io penso a voi, fratelli e sorelle ucraini… Pensate, questa è una guerra fra cristiani! Voi tutti avete lo stesso battesimo! State lottando fra cristiani. Pensate a questo scandalo».

Martiri fin dai tempi degli zar
Per gli ucraini filo-governativi di tutte le Chiese invece lo scandalo è rappresentato dalla posizione del Papa, che metterebbe sullo stesso piano aggressori e aggrediti e che evoca una realtà, la “guerra fratricida”, che secondo loro non esiste. La Chiesa detta “uniate” merita la più grande ammirazione e il più profondo rispetto: è Chiesa martire, perseguitata e oppressa al tempo degli zar nel secolo XIX così come da Stalin dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, con l’aperto sostegno della Chiesa ortodossa di Mosca, che non ha mai accettato l’unione di Brest del 1595, dalla quale è nata l’attuale Chiesa greco-cattolica. Nel 1946 con la regia di Stalin si tenne il concilio di Leopoli, che annullò l’Unione di Brest e consegnò le chiese degli uniati agli ortodossi. Da allora non sono mai state restituite. Centinaia di sacerdoti e nove vescovi furono arrestati e internati nei campi di prigionia, alcuni di essi furono uccisi.

Nei mesi delle proteste dell’Euromaidan la Chiesa greco-cattolica ha svolto un’azione positiva, in un clima di ecumenismo inusitato per chi conosce la tormentata storia politico-religiosa di quell’angolo di mondo, giudicando come tanti che un avvicinamento all’Europa avrebbe significato per l’Ucraina più Stato di diritto, più giustizia, sovranità e indipendenza. Sedici mesi dopo la fuga del presidente Yanukovich e la fine del vecchio regime, di quelle promesse è rimasto ben poco, e la colpa non è tutta delle interferenze russe dall’esterno.

Giornalisti e politici ucraini filo-russi negli ultimi mesi sono stati uccisi o hanno compiuto suicidi molto sospetti. Da febbraio sta in prigione Ruslan Kotsaba, giornalista ucraino che in un video indirizzato al presidente Poroshenko ha protestato contro la leva militare e dichiarato che preferisce essere condannato a cinque anni di carcere per renitenza alla leva piuttosto che essere mandato a uccidere «i miei concittadini che vivono nell’est». Kotsaba è un greco-cattolico ed è stato dichiarato prigioniero di coscienza da Amnesty International. Nella classifica della libertà di stampa nel mondo stilata annualmente da Reporters sans Frontières la Russia è al posto numero 152 su 180 paesi; ma l’Ucraina è poco più su: 129sima.

A Odessa, sul Mar Nero, da mesi la tensione è altissima, con attentati contro associazioni e istituzioni filo-governative e arresti di decine di residenti ucraini pro-russi. Odessa è la città dove nel maggio dello scorso anno 42 attivisti pro-russi morirono bruciati dentro alla sede della federazione regionale dei sindacati, assediati da manifestanti di opposta fazione. Adesso il governo ha deciso di nominare un nuovo governatore nella persona di Mikheil Saakashvili, l’ex presidente della Georgia che cercò invano di portare il suo paese nella Nato e che nel 2008 attaccò il territorio ribelle dell’Ossezia meridionale violando un armistizio del 1992 che era garantito dai russi. Mosca reagì e scatenò la guerra russo-georgiana, che durò sei giorni e fece quasi mille morti, in maggioranza civili osseti e georgiani. Una commissione d’inchiesta dell’Unione Europea relazionò che l’assalto georgiano non aveva giustificazioni. Il risultato politico fu la secessione dell’Ossezia meridionale, che è stata riconosciuta solo da quattro paesi membri delle Nazioni Unite (fra loro ovviamente la Russia). Al momento dell’attacco ordinato da Saakashvili in Georgia era attiva una missione militare americana di 800 persone.

Ma quale indipendenza?
La nomina dell’ex presidente georgiano vuole chiaramente essere un atto provocatorio nei confronti di Mosca. Ma Saakashvili non è l’unico straniero chiamato a governare l’Ucraina dopo che dal potere sono stati scacciati i filo-russi: nel governo varato nel dicembre scorso troviamo la statunitense Natalia Jaresko, ministro delle Finanze ed ex dipendente del Dipartimento di Stato americano; il lituano Aivaras Abromavicius, banchiere e partner di società del finanziere americano Georges Soros, che ora ricopre la carica di ministro dello Sviluppo economico; il georgiano Alexander Kvitashvili, ministro della Sanità che ha già ricoperto la stessa carica nel suo paese di origine, quando presidente era Saakhashvili.

Insomma chi voleva un’Ucraina più indipendente e più rispettosa dello Stato di diritto non ha proprio tanto da rallegrarsi. E che la guerra presenti una componente fratricida non lo potrebbe negare nessun osservatore obiettivo. Eppure le Chiese ucraine oggi concentrano i loro appelli quasi solo sul tema della resistenza all’aggressione esterna. In una dichiarazione del febbraio scorso intitolata “Sul dovere di proteggere la patria” del Consiglio panucraino delle Chiese e delle organizzazioni religiose, che riunisce tutte le principali fedi, si legge: «Invitiamo tutti i fedeli, in conformità col loro credo religioso e con le loro possibilità, a partecipare alla difesa della Madrepatria. Al fine della comune vittoria, qualcuno vada alla guerra e qualcun altro operi come cappellano militare o come infermiere volontario; si dia sostegno alle famiglie dei militari, alle popolazioni colpite del Donbass e agli sfollati interni».

A Francesco questa impostazione non piace, e non ha mancato di farlo presente in un testo consegnato ai vescovi greco-cattolici e latini che sono venuti a Roma in visita ad limina. «Siete cittadini a pieno titolo del vostro paese, e perciò avete il diritto di esporre, anche in forma comune, il vostro pensiero circa i suoi destini. Non nel senso di promuovere una concreta azione politica, ma nell’indicazione e riaffermazione dei valori che costituiscono l’elemento coagulante della società ucraina, perseverando nell’instancabile ricerca della concordia e del bene comune, pur di fronte alle gravi e complesse difficoltà».

Le ragioni della Santa Sede
Le ragioni di tanta prudenza non sono difficili da comprendere. È offensivo pensare che si tratti solo di un tentativo di approfittare delle circostanze attuali per portare a casa storici successi ecumenici. Né si tratta solo del fatto che la Russia è obiettivamente un alleato sia quando si tratta di proteggere gli interessi delle minoranze cristiane nel Vicino Oriente (è dal tempo degli zar che Mosca svolge questo ruolo, non sempre con risultati brillanti, ma certamente non peggiori di quelli degli Stati Uniti, le cui scelte di politica estera nella regione stanno producendo l’estinzione della presenza cristiana), sia quando si tratta di contrastare la penetrazione dell’agenda Lgbt, dell’ideologia del gender e della tecnologizzazione della natura umana nelle sedi internazionali.

Il fatto è che i capi di Stato passano, ma la Russia resta, e la Russia è sempre la Russia, come hanno cercato di spiegare, a un’opinione pubblica occidentale non meno manipolata dagli interessi politico-economico-militari anglosassoni di quanto quella russa sia dalla propaganda nazionalista putiniana, studiosi realisti come John Mearsheimer e Lucio Caracciolo. Le demonizzazioni di leader autoritari non sono servite a portare la democrazia dove non c’era, ma hanno fatto o stanno facendo disastri: in Iraq, in Libia e in Siria. Destabilizzare la Russia col pretesto di spingerla verso la democrazia è un pessimo affare, foriero di danni per tutta l’Europa.

Il Papa, in continuità secolare con la linea di condotta della Santa Sede, sta facendo del suo meglio insieme a tutta la diplomazia vaticana per arrivare a una soluzione che tenga in considerazione i legittimi interessi di tutti. Nel 1914 Benedetto XV non si schierò con l’uno o l’altro belligerante, ma li ammonì circa l’«inutile strage» che stavano compiendo e sull’imminente «suicidio dell’Europa civile». Francesco cerca di evitare per tempo l’una e l’altra cosa.

Foto Ansa/Ap