Massimo Camisasca e Papa Francesco, «un padre imprevedibile»

Il vescovo di Reggio Emilia sul settimanale Tempi: «Dicevano: la Chiesa è morta. Poi è venuto Bergoglio, la guida che tutti desideravano e che nessuno si aspettava»

Che cosa cercano le folle in Francesco? Un padre. La sete di un padre caratterizza il nostro tempo. È la ricerca di una presenza che sappia indicare la strada, in un tempo segnato da molte ombre e da poche luci. Un padre che sappia indicare la via anche correggendo i percorsi sbagliati, ma sempre con un tono amorevole e rassicurante.

La Tradizione della Chiesa, ma prima ancora Gesù nel Vangelo (si legga il capitolo 10 del Vangelo di Giovanni), hanno indicato nell’immagine del Buon Pastore il riferimento più chiaro a questa arte di guidare con autorevolezza e misericordia. E non a caso Papa Francesco ha ripreso un numero imprecisato di volte questa immagine: il pastore e le pecore, quelle smarrite da cercare, quelle già nell’ovile che non bisogna perdere tempo a coccolare, dimenticando le altre, sole e perdute.

Ma le folle non cercano solo un padre. Cercano un padre vicino. Ecco allora l’importanza della parola e dei segni. Bergoglio conosce l’arte della comunicazione. Non parla solo con le parole, ma con i gesti e le espressioni del volto. Il suo umorismo trasmette quella serenità di cui è assetato il cuore dell’uomo. Ma è soprattutto attento ai segni. Non usare una croce pettorale d’oro, abitare a Santa Marta assieme ad altri preti, chiedere la benedizione del popolo… sono segni che danno alla gente l’impressione chiara che Francesco è un uomo vicino, che è uno di noi, che qualcosa di nuovo sta accadendo.

Tanta gente che non entrava in una chiesa da anni, forse da decenni, torna a confessarsi. Tanti accorrono a Roma in pellegrinaggio e affollano Piazza San Pietro. Non sono solo le udienze del mercoledì o gli Angelus della domenica a raccogliere decine e decine di migliaia di persone. Nella piazza, che è il cuore della cristianità, accorrono gruppi numerosi perfino di notte, pregando e cantando, tenendo in mano candele accese. Se un prete è riconoscibile, in treno, in aereo, sull’autobus, ha molte probabilità che il suo vicino gli parli di Papa Francesco, gli esprima la sua gioia, la sua gratitudine, come se avesse contribuito ad eleggerlo.

Di questo Papa si parla dovunque e il più delle volte con benevolenza, anzi con gratitudine. Eppure non è un uomo accondiscendente, un prete che gioca al ribasso per non scontentare. Invita continuamente alla conversione e allo stesso tempo ricorda che Dio è grazia, è perdono, gioia, pace e misericordia.

Ho chiesto a tanta gente: chi è per te Papa Francesco? Che cosa ti colpisce in lui? La risposta che più mi ha impressionato è stata quella di un giovane: in lui mi attrae l’imprevedibilità. Bergoglio è, in effetti, un uomo imprevedibile. Sembra sempre alla ricerca di nuove strade per raggiungere gli uomini che ha davanti. Ma in lui tutto ciò è naturale, come frutto di un lungo esercizio vissuto ai tempi del suo ministero sacerdotale ed episcopale.

Nessuna presunzione
La Chiesa ha bisogno di concentrarsi su ciò che le è essenziale. È il suo bisogno di sempre, avvertito con più stringenza in alcuni passaggi della sua storia. Il tempo che stiamo vivendo è uno di questi. L’essenziale è Gesù stesso, che va riscoperto in ogni epoca del mondo ed efficacemente ripresentato ai propri contemporanei. Lasciando perdere tutto ciò che ci divide da Lui perché è incrostazione dei secoli, dobbiamo riscoprire ciò che ci unisce a Lui, ciò che lo rende contemporaneo, affascinante: la sua parola, i suoi sacramenti, l’opera dello Spirito. La Chiesa può tornare a splendere.

Ma chi può operare tale passaggio senza presunzione, senza farsi promotore di un’ideologia manichea che separa prima del tempo il grano dalla zizzania? Solo un santo. Per questo Papa Francesco parla tanto della santità, che è dono di Dio. Non accetta di ridurre il cristianesimo a un’esaltazione della volontà o a una sapienza umana. Ha condannato più volte il pelagianesimo e la gnosi. La sua opera di riforma – che continua quella iniziata da Benedetto XVI – punta tutto sulla conversione dei cuori.

Si tratta di aiutare la Chiesa a brillare unicamente della luce di Cristo, come luna che trae la sua luce dal sole, e non per le luci mondane che sono schermo della vera luminosità.

Soltanto così si può comprendere l’invito continuamente rivolto dal Papa alla Chiesa a superare le proprie chiusure, a uscire, a raggiungere le periferie del mondo. Come Cristo ha lasciato il cielo, si è fatto uomo per raggiungere la nostra umanità malata, così noi, che diventiamo poveri imitando il Maestro, liberi da ogni impaccio mondano, andiamo verso i poveri del mondo che attendono il Signore.

Un’epoca di grandi guide
Nessun secolo della bimillenaria storia della Chiesa, come l’attuale e quello passato, ha visto una serie così sorprendente di Vescovi di Roma. Molte volte il popolo cristiano si è chiesto: dopo un Papa così grande, chi potrà succedergli ora? Eppure dopo Pio XII abbiamo avuto la sorpresa epocale di Papa Giovanni, dopo Paolo VI la personalità ricchissima e apostolica di Giovanni Paolo II. Dopo Wojtyla sembrava aprirsi una successione impossibile, eppure si è avuto il dono di un uomo umile, capace di leggere, come pochi, il tempo presente. E ora un’altra sorpresa epocale: Francesco.

La Chiesa è morta, raccontava, sul più importante quotidiano italiano, l’articolo di un famoso regista cinematografico. Sembrava schiacciata, almeno nei suoi vertici ecclesiastici, dal peso del carrierismo, dalla ricerca del denaro. Così la presentavano i giornali, le televisioni, internet. È venuto Francesco e il cielo è improvvisamente cambiato.