La palla al piede è il debito o l’austerity europea?

In un articolo sul Sole 24 Ore l’economista Marco Fortis spiega perché oggi obbediamo a regole che «nella loro rigidità sembrano fatte più per aggravare i problemi che per risolverli»

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Il problema dell’Italia, dicono tutti, è il suo debito. E questo è senz’altro vero, ma che cosa significa? Oggi il professore Marco Fortis sul Sole 24 Ore spulcia un documento presentato dal Governo e l’accompagna a interessanti considerazioni. Si tratta del “Relevant Factors Influencing Debt Developments In Italy” (maggio 2016) che il ministro Pier Carlo Padoan ha sottoposto alla Commissione Europea «anche per perorare le nostre richieste di flessibilità».

LA PALLA AL PIEDE. Un po’ di storia. Fortis ricorda che «nel 1980 il rapporto debito pubblico/Pil dell’Italia era appena al 54%. In soli 14 anni tale rapporto raddoppiò, salendo fino a un massimo del 117,2% nel 1994. È da allora che il debito pubblico costituisce la nostra “palla al piede”, non solo per la mole degli interessi da pagare che ha finito col pesare su ogni generazione successiva, ma anche dal punto di vista dell’immagine internazionale dell’Italia». C’è da notare, aggiunge, che a partire dal 1994 il nostro paese s’è molto impegnato nel cercare di limitarlo, tanto che, nel 2007, «il debito pubblico italiano in rapporto al Pil è andato calando fino a scendere al 99,8%». Eppure, di fronte anche a questi sforzi, l’Italia è sempre stata considerata «quasi un’“icona” mondiale del debito, assieme a Grecia e Giappone». Perché? Perché noi ci portiamo dietro questa nomea, anche quando il nostro debito è pari o, addirittura, inferiore a quello di altri paesi? Il problema, dice Fortis, è la crescita.

SPREAD CREDIBILITA’. Dal punto di vista dei nostri sforzi di contenere il debito, non si può dire che l’Italia non abbiamo fatto “i compiti a casa”. Persino durante «la lunga crisi cominciata nella seconda metà del 2008, l’Italia ha mantenuto una condotta fiscale crescentemente rigorosa, spesso migliore persino di quella tedesca. Ciò non le ha comunque evitato di essere attratta nell’orbita del “contagio” greco nel 2011, con l’impennata del nostro spread. Benché quella del 2011 sia stata una crisi più di credibilità politica del Paese che di “fondamentali” (e derivasse anche dall’assenza di un ombrello protettivo dell’euro e delle finanze dei Paesi membri contro la speculazione come quello che oggi assicura la Bce) fummo trascinati nel gorgo della crisi finanziaria. L’aspetto che più ci svaluta agli occhi del mondo è ormai da molto tempo lo spread di credibilità e/o stabilità politica, una costante del passato come degli anni più recenti: dal 2011 al 2016 in Italia sono cambiati 4 governi».

SIAMO DISCIPLINATI. Secondo Fortis, è chiaro che un debito pubblico elevato non è accettabile («per l’Italia il cui debito/Pil è salito nel 2015 al 132,7%»), tuttavia va discusso “come” esso dovrebbe essere fatto diminuire. Soprattutto per noi che siamo in Europa e che per questo abbiamo accettato delle regole che «nella loro rigidità sembrano oggi fatte più per aggravare i problemi che per risolverli, puntando quasi esclusivamente sul rigore fiscale e non considerando che, senza una adeguata crescita economica, il rigore da solo non basta a far diminuire il rapporto debito/Pil».
Il documento del governo vuole dimostrare proprio questo. E cioè che l’Italia «ha una spesa pubblica al netto degli interessi che in termini reali è rimasta quasi invariata tra il 2005 e il 2015 (una delle migliori performance tra i Paesi avanzati). Inoltre, l’Italia è uno dei Paesi più disciplinati nel rispettare le regole europee di finanza pubblica. Ad esempio, durante questi ultimi anni di crisi, già dal 2012, cioè ben prima di altri Paesi, il nostro deficit/Pil rispetta la regola del 3%. Nel lungo periodo, poi, sin dal 1992 l’Italia è sempre stata in avanzo statale primario con la sola eccezione del 2009: un record assoluto a livello mondiale. E, come sottolinea il citato documento del Mef, nel periodo 2009-2015 l’avanzo statale primario dell’Italia è stato mediamente il più alto nella Ue».

AUSTERITY. La questione è dunque questa: visto che «in valore assoluto il debito italiano è quello cresciuto percentualmente di meno nell’Ue tra il 2008 e il 2015» non dovremmo forse farci qualche domanda sulla strategia che l’Europa ci obbliga ad adottare per uscire alla crisi? Questo anche a fronte del fatto che «il debito/Pil italiano è aumentato di più in proporzione per effetto della forte caduta del Pil stesso che l’eccessiva austerità ha provocato, vanificando in parte gli sforzi fatti dal nostro paese».
Con questi numeri l’Italia va ora in Europa per “ricontrattare” i parametri che ne bloccano la crescita: «Le regole sul livello ideale di debito e sulle modalità per ridurne la quota eccedente il 60% del Pil che l’Europa si è data col Patto di stabilità e crescita e con il Fiscal compact sono state disegnate in un’epoca di alta crescita economica, senza avere alle spalle le macerie di una crisi sociale e occupazionale così grave come quella vissuta dall’Italia e da molti altri Paesi della moneta unica negli ultimi anni. E senza immaginare nemmeno lontanamente lo scenario deflattivo in cui l’Eurozona è oggi sprofondata, che riduce ai minimi la spinta del Pil nominale».

Foto Ansa


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