Padre Douglas, il prete iracheno rapito e torturato che insegna ai cristiani perseguitati a perdonare

Padre Douglas Al Bazi conosce la persecuzione, la perdita della casa, la tortura, ma «non scappo perché amo la mia terra. E non chiamatemi eroe, sono solo fortunato»

douglas-al-bazi-iraq1Padre Douglas Al Bazi, sacerdote iracheno della diocesi di Erbil, nel Kurdistan, sa bene cosa significhi soffrire la persecuzione, la perdita della casa, la tortura. Dal 2 agosto, si prende cura di centinaia di famiglie scappate dall’Isis. Intervistato dalla Bbc, ha raccontato la sua storia, parlando anche del perdono dei nemici.

IL RAPIMENTO. La vita di Al Bazi, 43 anni, non è mai stata facile. Da bambino ha vissuto la guerra contro l’Iran e dopo l’intervento degli Usa nel paese, è stato colpito da un proiettile. Vicino alla sua chiesa esplose poi una bomba che costrinse la sua famiglia a scappare nuovamente. E nel 2006 fu rapito per nove giorni da terroristi islamici: «Avevo appena finito di celebrare la messa domenicale, salii in macchina per andare a visitare degli amici ma fui circondato immediatamente, mi fecero scendere e mi misero nel bagagliaio. Poi mi dissero di coprire gli occhi, altrimenti mi avrebbero sparato subito. Ma una volta arrivato, mi ritrovai per terra pieno di sangue in faccia e in bocca, perché uno di loro mi aveva preso a calci in faccia. Mi portarono in casa incatenato. E per nove giorni, ogni notte, mi trasferivano in un’altra stanza dove accendevano la tv e mettevano i programmi di lettura del corano: “Così se gridi non ti sente nessuno e poi mostriamo ai vicini quanto siamo religiosi”». 

IL PERDONO. Per torturare il prete gli aguzzini «usavano sigarette, pistole e poi cominciarono a rompermi i denti. Mi dissero: “Non preoccuparti, hai molti denti e abbiamo tutta la notte”. Poi mi ruppero un disco della colonna vertebrale. In seguito fui costretto un anno a letto, perché non potevo muovermi per il dolore». Alla fine la Chiesa riuscì a pagare il riscatto chiesto dai rapitori, «che avevano una lista di gente da sequestrare». Prima di rilasciarlo, «uno di loro mi chiese: “Se un giorno ci incontreremo, cosa farai?”. Risposi: “Per quanto mi riguarda siete già perdonati ma se farete a qualcun altro queste cose dovrei fermarvi e dovreste andare in prigione. Ma per quanto riguarda me, vi porterei a bere un caffè e parlerei con voi di quanto è successo qui».

«NON SONO UN EROE». Non c’è risentimento nelle parole di padre Douglas perché «sì, li ho perdonati al cento per cento», ma per favore, ha precisato, «non sono un eroe, sono solo un ragazzo fortunato». Anche se per i cinque anni successivi «non ricordo di aver dormito profondamente per oltre due ore. E ora non vado più a letto senza essere sicuro che ci sia dell’acqua vicino al mio letto, perché per i primi quattro giorni mi lasciarono senza». Liberato, invece che scappare in Europa, il sacerdote ha deciso di restare in Iraq «perché sono un prete innamorato del mio paese».

SPERANZA PER I CRISTIANI. Le centinaia di cristiani scappati dai jihadisti dello Stato islamico dalle città di Mosul e della piana di Ninive, che lui chiama «fratelli» e che ospita nei suoi centri di accoglienza, ora hanno tutti un lavoro. «Ero nella loro stessa situazione quando nel 1991 con la mia famiglia sono scappato da Baghdad verso nord e poi nel 2003 quando scappai dopo l’attacco alla mia chiesa». Padre Douglas cerca di ricreare un «ambiente sicuro», ma «quando sono arrivati qui in migliaia, erano arrabbiati». All’inizio, infatti, «gli davamo da mangiare e alcuni chiedevano: “Perché devo mangiare? Perché devo vivere? Non ho più nulla, nemmeno una casa, perché ci offri opportunità di vita? Per che cosa?”». I bambini invece «urlavano, erano traumatizzati». Allora «abbiamo aperto tutte le scuole e le chiese e chiesto alle famiglie di ospitarli. Perché sono arrivate 35 mila persone in un giorno nella nostra città». Sono poi sorti quattro centri di accoglienza che il prete dirige e in cui «ci prendiamo cura delle persone, non ci interessa da dove vengono o a che religione appartengano: noi apriamo le porte a tutti». E così la vita dei profughi «è un po’ più normale. Abbiamo trovato loro un lavoro, i bambini vanno a scuola».

SALVARE LA COMUNITÀ. Oggi padre Douglas insegna ad adulti e bambini «a non mollare: dico loro che dobbiamo decidere, che possiamo scegliere se stare o scappare». Personalmente, però, «penso che se rimaniamo forse perdiamo qualcuno, ma non la nostra comunità, se ce ne andiamo invece sopravviviamo tutti ma perdiamo la comunità. Io non ho mai lasciato l’Iraq ma, ripeto, non sono un eroe, semplicemente un prete innamorato del suo paese». La cui unica via d’uscita è il perdono: «In Medio Oriente si cerca sempre la vendetta. Se non perdoniamo continueremo a ucciderci a vicenda». Per questo «lo ricordo sempre, perché dobbiamo fermare il dolore e l’odio e non permettere che sia trasferito da una generazione all’altra. Loro sono il futuro».