Anche la tolleranza può essere intollerante quando viene imposta per legge

Se la tolleranza viene imposta per legge, allora diventa ingiusta o, come direbbe san Tommaso, una perversione della legge

Bisogna essere tolleranti con gli intolleranti? Tutto qui si potrebbe condensare il problema, ma lungi dal rappresentare un punto d’arrivo esso costituisce semmai il punto di partenza. Il problema della tolleranza, del resto, è ormai di moda da almeno due secoli, sebbene la sua diffusione non sia mai riuscita a risolvere il predetto rompicapo.

TOLLERANTI. Vietando ai primi gruppuscoli di nazionalsocialisti di fare propaganda, di associarsi, di esprimere liberamente il proprio pensiero, si sarebbe evitato senz’altro che questi diventassero sempre più numerosi fino ad impedire che altri, cioè tutti coloro che la pensavano diversamente dal nazionalsocialismo, potessero far propaganda, associarsi liberamente, esprimere il proprio pensiero. Che fare dunque? Tolleranti o intolleranti? Tollerare o non tollerare?

INTOLLERANTI. Se si è tolleranti con gli intolleranti, infatti, questi ultimi, prima o poi, troveranno il modo di acquisire e requisire il potere, instaurando un regime intollerante, con sommo sacrificio della libertà. Se si è intolleranti con gli intolleranti, si negherà a questi ultimi la libertà di esprimere la propria intolleranza, divenendo da essi non dissimili ed instaurando, de facto, un regime intollerante con analogo sommo sacrificio della libertà. Che fare allora?

ESEMPIO DI VOLTAIRE. Il tema è senza dubbio classicamente illuminista e prettamente filosofico: si pensi, del resto, che il più odioso atto di intolleranza nei confronti della religione, è contenuto paradossalmente nel pensiero di colui che della tolleranza ha fatto il proprio marchio, cioè Voltaire, il quale se da un lato predicava sulla tolleranza, dall’altro spronava a diffondere e condividere l’avversione verso il Cristianesimo al grido di «écrasez l’infâme!». Antinomie e paradossi insanabili affiorano, dunque, se il problema viene impostato in questi termini, se cioè si tenta di risolverlo in modo tautologico, auto-referenziale.

TORNARE ALLA VERITÀ. La questione è, sotto altre spoglie, quella della libertà, se cioè essa consista nella totale assenza di limiti o, piuttosto, nella presenza dei medesimi e nella esatta identificazione degli stessi. Tornando al problema principale, occorre immediatamente premettere che soltanto se si abbandona il concetto di tolleranza quale unico criterio ermeneutico dei rapporti sociali, si può davvero cominciare a comprendere cosa sia tollerabile e cosa invece non lo sia. Occorre accedere, infatti, alla cosiddetta dimensione veritativa, a quell’elemento fondamentale per comprendere il reale tramite l’uso della ragione, cioè la verità, evitando, dunque, schematismi aprioristici di carattere ideologico o prassismi empiristici di carattere sociologico.

CENSURA. In primo luogo sarebbe necessario distinguere la possibilità di tollerare un pensiero, per quanto errato, dalla possibilità di tollerare un comportamento. Il pensiero, considerando la struttura portante della moderna democrazia, non sembra poter essere censurato o compresso perché ritenuto non corretto, intollerante. La questione è senza dubbio molto più articolata e complessa, richiedendo difficoltosi processi filosofici che in questa sede è meglio omettere, ma ugualmente si può cogliere il senso di ciò che s’intende. Per comprendere la tematica, si pensi, per esempio, al caso del pianeta Plutone che da qualche anno è stato declassato a nano-pianeta: ebbene, se qualcuno continuasse a considerarlo un pianeta, a torto o a ragione, potrebbe essere censurato solo per un tale pensiero anche soltanto pensato e perfino diffuso?

CHIESA. Come si evince, il pensiero è difficilmente controllabile da una istanza esteriore che si fondasse sulla pretesa di reprimere ciò che fosse ritenuto intollerabile. Non è un caso che perfino l’ordinamento canonico, storicamente, si inspiri al noto adagio scolastico per il quale «Ecclesia de internis non iudicat » (la Chiesa non giudica gli atti interiori). Questione diversa, ovviamente, è sapere se un comportamento sia tollerabile o meno, poiché, per poter effettuare la distinzione, occorre tener presente se il comportamento sia o meno lesivo della dignità umana.

TOLLERANZA MA RECIPROCA. Così, per l’appunto, non sarebbe mai tollerabile un eventuale rito antropofagico pur inserito all’interno di un culto di cui si rivendica la libertà d’azione e d’espressione. Leszek Kolakowski, occupandosi del problema, ha osservato, puntualmente, che la tolleranza è davvero efficace quando viene praticata da entrambe le parti. Dunque, se da un lato, per esempio, la Chiesa ha sempre insegnato l’indissolubilità del matrimonio da intendere non solo come sacramento, ma anche come elemento costitutivo della stabilità dei rapporti sociali, tutti coloro che, invece, per i motivi più vari, ritenessero il matrimonio dissolubile non potrebbero impedire alla Chiesa di professare i propri insegnamenti senza essere tacciati di intolleranza.

TOLLERANZA IMPOSTA. Insomma, la Chiesa non può “perseguire” chi ritiene dissolubile il matrimonio, ma chi reputa dissolubile il matrimonio non può perseguire la Chiesa per la prospettiva da quest’ultima delineata. A ben guardare, dunque, una tolleranza che fosse indotta con la forza della legge, sarebbe segno di intolleranza; similmente, per l’incoercibile forza della logica, una legge che decidesse di sanzionare non solo i comportamenti, ma anche i pensieri ritenuti intolleranti, sarebbe, paradossalmente, altrettanto intollerante, e quindi parimenti intollerabile perché tirannica, cioè ingiusta. Una legge di tal specie, sarebbe dunque da evitare ad ogni costo (e disapplicare, nel caso di una sua eventuale approvazione, per contrarietà alla Costituzione e a tutti i principi democratici e dello Stato di diritto in essa contenuti e da essa presupposti), poiché ogni legge ingiusta non è già  espressione del diritto, ma violazione del diritto, e dunque anche della ragione, secondo la nota intuizione tomista per cui «una legge tirannica, essendo difforme dalla ragione, non è una legge in senso assoluto, ma è piuttosto una perversione della legge» ( S. Th, I-II, q. 92, a. 1, ad 4 ).