Obama in Vietnam. L’alleanza anti-cinese all’ombra di Ho Chi Minh

Il presidente americano vola ad Hanoi per revocare dopo oltre 40 anni l’embargo sulle armi al regime comunista asiatico, fondamentale per il contrasto alla Cina

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Strappare un altro paese asiatico alla morsa della Cina e aiutarlo a contrastare il Dragone. È questo in sostanza l’obiettivo di Barack Obama, che ieri dopo quasi 24 ore di viaggio è arrivato in Vietnam, dove resterà per tre giorni. L’ultima visita di un presidente americano risale a 16 anni fa: allora, nel 2000, fu Bill Clinton a visitare Hanoi.

REGIME COMUNISTA. Le tappe del viaggio sono già state fissate e seguono la finzione istituzionale di uno degli ultimi regimi comunisti rimasti al mondo: prima Obama incontrerà il primo ministro e il presidente appena eletti (i candidati sono tutti pre-approvati dal partito). Poi andrà a parlare con l’unica carica che conta davvero: il segretario generale del partito comunista, Nguyen Phu Trong.

OTTIMI RAPPORTI. Il Vietnam non è uno Stato qualunque nell’immaginario americano. Gli Stati Uniti ci hanno combattuto per due decenni, fino al 1975, ma in un paese dove la metà della popolazione non ha compiuto i 30 anni, il sentimento anti-americano è stato ormai rimpiazzato da quello anti-cinese. I rapporti con gli Usa procedono invece a gonfie vele: nel 1995 sono stati restaurati le relazioni diplomatiche, nel 2007 è stato tolto il divieto di vendita al Vietnam di equipaggiamenti non letali, nel 2014 anche quello di alcune armi.

REVOCATO L’EMBARGO. L’annuncio di oggi di Obama non è dunque una sorpresa: «Gli Stati Uniti revocano completamente l’embargo sulla vendita di armi letali al Vietnam» dopo quasi 50 anni. Per il presidente la decisione «non c’entra con la Cina o altre considerazioni», ma si basa solo «sul nostro desiderio di completare un lungo processo di normalizzazione delle nostre relazioni con il Vietnam». Le due cose, in realtà, vanno di pari passo.

LE ISOLE CONTESE. Per quanto il Vietnam dipenda quasi interamente dalla Cina per commercio, investimenti e persino per l’acqua, i rapporti tra Hanoi e Pechino sono sempre più tesi. Al di là dei trascorsi storici, e della guerra lampo del 1979, i due paesi sono tornati a dividersi sul Mar cinese meridionale. Le acque e le isole contese da Cina e Vietnam (e da molti altri paesi) non solo sono ricchissime di gas naturale e petrolio (tra i giacimenti più grandi al mondo), ma vedono anche il passaggio annuale di cinquemila miliardi di dollari di merci.

LA TELEFONATA IGNORATA. Nel 2014 il partito comunista cinese ha installato una stazione di trivellazione enorme davanti alle coste vietnamite alla ricerca di giacimenti. Trong, segretario del partito comunista vietnamita, ha chiamato i cinesi infuriato per protestare. Non gli hanno neanche risposto al telefono. L’aggressività cinese nei mari non ha fatto che accrescere a dismisura il sentimento nazionalista e anti-cinese del Vietnam, tanto da far approfondire l’alleanza con un vecchio ex nemico come gli Stati Uniti.

PIVOT TO ASIA. Obama si è infilato nella faida tra i due paesi comunisti, aggiungendo un altro tassello al suo decennale “Pivot to Asia”, per riequilibrare le forze nella regione Asia-Pacifico e limitare l’ascesa della Cina. Potrebbe rientrare a Washington da Hanoi anche con la garanzia di accesso per le navi americane ai porti vietnamiti, disseminati su duemila preziosissime miglia di coste, oltre che con ricchi contratti per la vendita di armi.

GEOPOLITICA, NON DIRITTI UMANI. Quello vietnamita resta un regime spietato, che calpesta i più basilari diritti fondamentali del popolo e concede poche, per non dire nessuna, libertà. I vietnamiti non hanno fatto una piega alla visita di Obama, anche se i cattolici si sono felicitati per il rilascio di un sacerdote (Nguyen Van Ly), prigioniero di coscienza in carcere da otto anni, come «regalo agli Stati Uniti» da parte del segretario generale del partito. I vietnamiti vorrebbero vedere rispettati i loro diritti umani, ma nel viaggio di Obama resterà poco spazio per questo tema, davanti alle incombenze geopolitiche.

Foto Ansa/Ap


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