Il nuovo test per la sindrome di Down? «Trattando tutti i bambini come “rischi”, farà aumentare gli aborti»

Josephine Quintavalle evidenzia le contraddizioni dell’esame in fase di sperimentazione in Inghilterra. Dove è già “normale” che i medici spingano le donne ad abortire i figli imperfetti

È stato salutato dai media europei come una scoperta all’avanguardia. Si tratta di un nuovo esame diagnostico per sapere entro i primi tre mesi di gravidanza se il bambino è affetto da malattie genetiche come la sindrome di Down.

A COSA SERVE? La scoperta, pubblicata sulla rivista Ultrasound in Obstetrics & Gynecology, è in fase di sperimentazione in due ospedali inglesi: il King’s College di Londra e il Medway Maritime di Kent. Successivamente entrerà a far parte della già vasta gamma di analisi che vengono proposte alle donne per conoscere lo stato del nascituro. Secondo i ricercatori, però, «questo tipo di esame è più sicuro dei metodi diagnostici disponibili». Non solo: trattandosi di un test sul Dna del sangue materno, è anche meno invasivo. «Il problema è proprio il fatto che si parla di minor rischio, ma non si dice a cosa serve», spiega a tempi.it Josephine Quintavalle, la più nota esponente laica del movimento pro-life britannico, fondatrice e direttrice del Comment on Reproductive Ethics, l’osservatorio sulle tecniche riproduttive umane.

BAMBINI IMPERFETTI. In effetti, gli autori dello studio hanno sottolineato in tutti i modi che questo esame è migliore perché elimina il rischio di aborto spontaneo, rischio che invece è presente nell’amniocentesi. «Questo è buffo – ironizza Quintavalle – perché l’analisi del Dna serve proprio ad abortire bambini imperfetti. Con queste metodiche così accessibili gli aborti non faranno che aumentare». Anche perché i risultati non saranno solo positivi o negativi ma, come si legge nella pubblicazione, indicheranno «la gravità del rischio, che va dal molto alto al molto basso». Significa che esisterà sempre una possibilità che il bambino sia malato, «alimentando la mentalità per cui questo viene percepito come un pericolo».

PRESSIONI PER ABORTIRE. A dimostrare come questo sia il clima che già si respira negli ospedali britannici, venerdì scorso il Daily Mail ha intervistato alcune donne a cui è stato proposto di abortire perché rischiavano di partorire bambini non perfettamente sani. La testimonianza più emblematica è quella di Anne Marie Burgess, 32 anni, mamma di due bimbe di cui una affetta dalla sindrome di Down. La donna, fidanzata con Jeremy, racconta di «analisi in cui i medici erano sempre negativi». Finché un dottore è arrivato a dirle: «La tua vita non sarà più tua». E un altro: «Alcuni penseranno che siete stati degli egoisti ad avere questo bambino». Oppure: «L’altra tua bambina soffrirà per questa scelta».

«SAREBBE STATO FACILE DISTRUGGERE NOSTRA FIGLIA». Al Daily Mail Anne Marie spiega che se non fosse stata una donna forte forse non avrebbe retto, dato che anche «la prima reazione di Jeremy è stata di chiedersi se avremmo avuto abbastanza forza per fare i conti con un figlio disabile». Davanti a questa comprensibile domanda, ad aiutare la coppia è stata la presenza della primogenita: «Ho realizzato che la bambina che avevo in grembo non era così diversa dalla prima. Tutte e due avevano un battito cardiaco forte ed entrambe erano state generate dall’amore. Come potevamo pensare di distruggere nostra figlia?». Poi la donna racconta contro ogni luogo comune che «certo la nostra vita è spesso una sfida, ma ciò non significa che non sia felice (…). Nessuno di noi potrebbe immaginare la propria esistenza senza Ella. Tremo quando penso che sarebbe stato così facile abortire».