Il via libera della Camera alla legge delega è il primo passo per il ritorno dell’atomo in Italia. Una svolta che può dare un significato diverso anche alla “flessibilità” tutt’altro che flessibile concessa dalla Ue sul capitolo energia
Con 155 “sì” l’aula di Montecitorio ha approvato in prima lettura il disegno di legge delega per favorire il ritorno alla produzione di energia nucleare in Italia. Un voto non banale, per un paese che nell’arco di pochi anni e sull’onda emotiva di un incidente avvenuto nell’allora Unione Sovietica (il disastro di Chernobyl), decise di mandare al macero investimenti miliardari e una lunga storia di sapere scientifico che affondava le radici negli studi di Enrico Fermi e dei suoi allievi. Da allora, si sono tenute due consultazioni referendarie: quella del 1987, che con la vittoria degli ambientalisti e di buona parte dei partiti dell’epoca impose lo stop alle centrali già costruite, e quella del 2011, che similmente stroncò il tentativo del governo Berlusconi di varare un piano per realizzare nuovi impianti sul territorio nazionale, con l’obiettivo di diversificare le fonti energetiche e ridurre la dipendenza dalle forniture estere. Quindici anni dopo, un altro esecutivo di centrodestra...
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