No Tav, «questa è mafia». In Val di Susa «presto potrebbe scapparci il morto»

Ferdinando Lazzaro era ospite in tv, due ore dopo il blitz contro la sua azienda. Proiettili, incendi, minacce. E chi denuncia diventa un bersaglio

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«Ho smesso di fare anche le denunce. Questa è mafia». La verità su No-Tav e proteste arriva dalle parole del sindaco di Chiomonte Renzo Pinard, da anni bersaglio di azioni intimidatorie da parte dei manifestanti anti-treno per aver fatto partire il cantiere della Torino-Lione sul suo territorio. Al Corriere della Sera il primo cittadino racconta l’ultimo blitz che in Val di Susa ha avuto come obiettivo una delle aziende impegnate nella costruzione della linea ad alta velocità. Ad essere colpita, stavolta, è stata la Italcoge di Ferdinando Lazzaro: l’imprenditore era stato ospite della trasmissione di Rai 2 “Virus” e, solo due ore dopo, due automezzi parcheggiati in una cava gestita dalla sua azienda sono stati danneggiati e dati alle fiamme. L’industriale era già stato vittima di un’aggressione due anni fa, quando finì in ospedale per una frattura ad un braccio.

CHI DENUNCIA È PERSEGUITATO. «Oggi l’incendio, il 3 luglio i proiettili, dieci mesi fa gli uffici a fuoco con la diavolina, due mesi prima un pullman, un furgone, cinque camion, tre escavatori e un’altra pala. Dove andiamo?», si chiede il fratello di Ferdinando Lazzaro, Antonio. «O lo Stato ci sostiene o gettiamo la spugna e chiudiamo, anche perché non c’è nulla di assicurato visto che le compagnie non vogliono rischiare».
Il conto delle aziende colpite ormai si fa sempre più alto. Chi denuncia viene preso di mira e perseguitato. In pochi vogliono parlare. Chi lo ha fatto ne paga le conseguenze, come il senatore del Pd Stefano Esposito: «Parto dalla fine: sotto scorta con macchina blindata, dopo una valanga di lettere di minaccia anche ai miei figli, pallottole varie. Ma quella della scorta, che ho rifiutato per quattro volte e alla quinta mi è stata imposta, segna la mia vera sconfitta politica».

tempi-no-tavIL “SALTO DI QUALITÀ”. La Val di Susa è una polveriera, dove sabotaggi e intimidazioni potrebbero presto fare un “salto di qualità”, come ravvisano in tanti: polizia, procura, giornalisti, gli attivisti stessi. «Presto ci potrebbe scappare il morto», dicono oggi al Foglio, che raccoglie una lunga analisi di questi otto anni di lotta alla Tav.
«Le varie anime della lotta sono come segmenti impazziti che si sono innestati e divaricati su una protesta che è stata patrimonio di un’intera valle fino al 2005, e che invece oggi ha un altro scopo, come riconoscono un po’ tutti gli osservatori, lucidamente (o follemente) politico: costringere lo Stato oppressore a inginocchiarsi in Val di Susa, sull’altare di un binario ancora da costruire».
La preoccupazione è che la lotta degeneri nel giro di pochi mesi, acuendo la forza e l’incidenza delle sue azioni. Come proverebbe l’arresto di due attivisti lo scorso 30 agosto: sulla loro auto maschere antigas, materiale per ordigni esplosivi, razzi pirotecnici, taniche di benzina. Un segnale che per la Digos è il segno di una recrudescenza delle violenze: «Lo scombiccherato romanzo luddista del conflitto sociale sorto intorno ai cantieri della Tav rischia di trasformarsi in qualcosa di più drammatico, e il “macabro epilogo” è in agguato nei boschi della Val di Susa».

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