No alla violenza sulle donne (ma non rottamate i padri)

Sacrosanta la battaglia per arginare l’odioso fenomeno. Ma non se ne approfitti per immaginare una società senza padri

Un effetto collaterale della pur giusta e sacrosanta battaglia, anche se a volte non scevra da forzature ideologiche, contro la violenza sulle donne, e sulle madri in particolare, è l’affermarsi, per ora in modo soft ma con intensità crescente, di un clima di insofferenza quando non di ostilità nei confronti degli uomini in generale e della figura paterna in particolare. Il che è oltremodo surreale se solo si consideri che quello del padre e di ciò che esso rappresenta è stato il ruolo sociale forse più maltrattato e calpestato nell’ultimo mezzo secolo. Al punto che i padri, parafrasando Giorgio Gaber, sono sempre più una razza in via di estinzione.

Prima il ’68 e la rivolta contro il principio di autorità, poi il femminismo, poi la premiata ditta Freud&Co, e oggi le spinte per mandare in soffitta la famiglia cosiddetta tradizionale (ove tradizionale, manco a dirlo, suona dispregiativo), in ossequio al politicamente corretto in salsa gender; risultato: il padre che non conta più nulla, ridotto al massimo al rango di amico, in nome e per conto di una ideologia culturale secondo cui l’uomo, fin da piccolo, ha diritto di decidere da solo come meglio vivere, e stabilire cosa è bene e cosa è male, e vivere della sua libertà in modo totalmente in-dipendente e autonomo da ogni riferimento valoriale che non siano i suoi desideri.

Il paradosso (solo apparente) è che i fautori di questa antropologia, nel mentre abbattono la figura paterna col piccone legislativo e/o giudiziario imponendo nuovi modelli e costumi, rivendicano allo stesso tempo il diritto alla genitorialità. In una intervista di qualche anno fa, il compianto card. Caffarra aveva colto lucidamente la questione:

«Negando la connessione inscindibile tra la sessualità coniugale e la procreazione, cioè negando l’insegnamento della Humanae Vitae, si è aperta la strada alla reciproca sconnessione fra la procreazione e la sessualità coniugale: from sex without babies to babies without sex…, e si è gradualmente costruita l’ideologia che chiunque può avere un figlio. Il single uomo o donna, l’omosessuale, magari surrogando la maternità. Quindi coerentemente si è passati dall’idea del figlio atteso come un dono al figlio programmato come un diritto: si dice che esiste il diritto avere un figlio… Questo è incredibile. Io ho diritto ad avere delle cose, non le persone».

È il trionfo dell’etica dei diritti contrapposta a quella dei doveri (verso Dio, il prossimo e se stessi), a sua volta figlia di un laicismo virulento e superbamente autonomo, che ha divelto le radici cristiane della società. Le conseguenze del progressivo venir meno della figura paterna sono sotto gli occhi di chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale per vederle. E forse non è un caso se, oltre ad una letteratura che da argomento di nicchia ha raggiunto via via dimensioni notevoli, con sempre maggiore frequenza capita di leggere e ascoltare commenti e analisi che suonano come un grido di allarme. E in alcuni casi anche come una decisa autocritica, tanto più significativa provenendo da quegli stessi ambienti e apparati di pensiero che più di altri hanno soffiato sul sacro fuoco della laicizzazione e della secolarizzazione della vita pubblica, e che ora si ritrovano a contemplare le macerie da essi prodotte.

Resta il fatto che sta crescendo la consapevolezza che ci troviamo di fronte, e si sta allargando a macchia d’olio, ad una vera e propria piaga sociale che potremmo definire la “società dei senza padre”, espressione che sta ad indicare i tanti, tantissimi figli cresciuti o che stanno crescendo senza il papà. Non solo. Poiché ogni medaglia ha due facce, il risvolto del fenomeno dei “fatherless”, ciò che rappresenta una piaga purulenta tanto quanto la prima, è il fenomeno degli altrettanto tanti, troppi padri e mariti ridotti sul lastrico e/o costretti a mendicare un piatto caldo e un tetto sotto cui dormire a seguito di una “semplice” – con ciò intendendo senza alcuna specifica aggravante a loro carico – separazione o di un divorzio (il che, da altra angolazione, ripropone l’urgenza di rimettere mano a tutta la materia inclusa la disciplina degli affidi).

Tutto ciò dovrebbe consigliare maggiore prudenza e uno sguardo con un orizzonte un po’ più ampio e non limitato ad un fenomeno, quale quello della violenza sulle donne, sicuramente importante ma che è solo uno, non l’unico, degli aspetti di una problematica più vasta. Per essere chiari: il fatto che la maggior parte dei casi di violenza contro le donne avvenga tra le mura domestiche e all’interno di nuclei affettivi stabili  – ripeto, un fenomeno odioso che va giustamente stigmatizzato e contrastato senza se e senza ma – non è un buon motivo per buttare il bambino (la figura paterna e in generale quella del maschio) con l’acqua sporca (singoli padri e/o mariti violenti), spingendosi fino al punto di immaginare, secondo alcune stravaganti teorie, una società di sole madri dove che i padri ci siano o no, poco cambia (anzi, se non ci sono pure meglio). Va da sé che si tratta di una prospettiva men che fantasiosa e buona al massimo per qualche romanzo distopico (genere horror), ma che in ogni caso suona come un campanello d’allarme e va tenuta sotto controllo senza abbassare la guardia onde evitare che la “cura” per tutelare le donne e le madri si riveli ben peggiore del male che vorrebbe sanare, ciò che andrebbe a tutto svantaggio in primis delle donne stesse (per tacere del non banale che di tutto la società ha bisogno tranne che di ulteriori spinte all’insegna della femminizzazione).

Bisogna ribadire con forza che non si risolve il problema dei femminicidi o della violenza contro le donne mostrificando la figura paterna sparando ad alzo zero nel mucchio. Per i casi di violenza, di qualunque fattispecie essa sia e contro chiunque venga rivolta, esiste il codice penale; né vorremmo che si arrivasse al punto di ipotizzare reati ad hoc per arginare il fenomeno (come nel caso del DL Zan contro l’omofobia), che non solo non servirebbero a nulla ma che anzi rischierebbero di essere l’ennesimo cavallo di Troia per portare avanti altri obiettivi di (ri)educazione culturale tipici di certe ideologie e di certi regimi. Col rischio, oltretutto, di peggiorare la situazione delle persone che la norma vorrebbe tutelare dato che – lo ha ricordato Michele Ainis proprio a proposito del Dl Zan – «in generale le misure di speciale protezione verso questa o quella minoranza possono abbassarne l’autostima, e in conclusione aumentarne il senso d’inferiorità sociale», contribuendo quindi ad inasprire atteggiamenti violenti o di intolleranza.

C’è però una questione, per così dire, a monte dalla quale tutto discende e che tutto racchiude. Ed è questa: non è neanche la violenza contro le donne il vero problema. Che esiste, intendiamoci. E non va né sminuito né sottovalutato. Ma non è “il” problema. Non è la donna, non sono le madri ad essere sotto attacco (in ogni caso non più di quanto non lo siano i padri). Ragionare in questi termini significa guardare al dito per non vedere la luna. Ciò che davvero serve è superare, da un lato, ogni steccato ideologico, da qualunque parte si manifesti, onde evitare sterili contrapposizioni tra anacronistici revival maschilisti e altrettanto improbabili neo-femminismi dal fiato corto; dall’altro, è quanto mai opportuno un nuovo patto sociale in grado di ridare alla famiglia la centralità che merita valorizzando le prerogative di entrambe le figure, paterna e materna, in un quadro culturale che ferma restando l’inalienabile differenza biologica tra uomo e donna sappia riconoscere pari importanza all’uno e all’altro genitore.

Non a caso Karol Wojtyla, all’epoca arcivescovo di Cracovia, in una delle sue opere maggiori, Amore e responsabilità, sottolineava come «… la paternità e la maternità, considerate sul piano delle persone e non soltanto degli esseri viventi, appaiono come una nuova cristallizzazione dell’amore degli sposi, fondata sulla loro unione profonda. Non costituiscono un fenomeno imprevisto. Al contrario sono profondamente radicate nell’essere rispettivamente dell’uomo e della donna. Si afferma spesso che la donna ha disposizioni così forti alla maternità che essa nel matrimonio, cerca piuttosto il figlio che l’uomo. Il desiderio di avere un figlio è in ogni caso una manifestazione della sua maternità in potenza. Non diversamente avviene nell’uomo. Ma pare che questo desiderio sia in genere più forte nella donna, il che si spiega facilmente col fatto che il suo organismo è fin da principio costituito in vista della maternità. E se è vero che fisicamente, la donna diventa madre grazie all’uomo, non è meno vero che la paternità di questi prende forma “interiormente” (nel suo aspetto psichico e spirituale) grazie alla maternità della donna. Non soltanto l’embrione si si sviluppa al di fuori dell’organismo del padre, ma la paternità fisica occupa meno posto nella vita dell’uomo di quanto ne occupi la maternità in quella della donna. Per questa ragione, la paternità dev’essere formata e coltivata, al fine di assumere nella vita interiore dell’uomo un posto altrettanto importante di quello della maternità nella vita interiore della donna, per la quale i fatti biologici determinano questa importanza».

Come si vede Wojtyla esprimeva qui, con la sapienza e la lungimiranza che gli erano proprie, i due principi su cui (ri)costruire una cultura della famiglia quale unione tra un uomo e una donna: da un lato l’affermazione che paternità e maternità sono “profondamente radicate” nell’uomo e nella donna; dall’altro, il fatto che la paternità dev’essere “formata” e “coltivata” affinché possa assumere per l’uomo la stessa importanza che per via naturale/biologica la maternità riveste per la donna (in realtà sarebbe interessante approfondire, ma non è questa la sede, un terzo principio pure molto importante nella visione wojtyliana in quanto coinvolge il tema dell’educazione dei figli, che è quello della paternità e maternità “spirituale”. Ci limitiamo qui a ricordare che per Wojtyla «la paternità e la maternità spirituale caratterizza la maturità interiore dell’uomo e della donna, la paternità spirituale è molto più vicina alla maternità spirituale di quanto lo sia la paternità fisica alla maternità fisica»). È da qui, da un rinnovata consapevolezza della insostituibile centralità della famiglia che occorre ripartire. E all’interno di questa cornice culturale, è oltremodo urgente che la società, in tutte le sue articolazioni, restituisca alla figura paterna autorevolezza e status, smettendola di considerare il padre un ente inutile da rottamare o, nel migliore dei casi, un suppellettile affettivo.

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